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AL SUD LA LINEA DEL TEMPO È UNA RETTA DI REGRESSIONE. LO SLOGAN DEL CAMBIO DI VISIONE DEVE TROVARE CON URGENZA UNA TRADUZIONE CONCRETA. LO STRETTO DI MESSINA COME OPPORTUNITÀ SECONDO FRANCESCA MORACI

Sud immobile, strade e ferrovie che mancano, case, scuole e ospedali fatiscenti, problemi insolubili. La risposta di Francesca Moraci, urbanista di fama internazionale, modifica i riferimenti temporali: la risoluzione delle emergenze si deve alimentare a un nuovo Dna progettuale che contiene quello che il territorio è e quello che vuole diventare

Nel vocabolario di espressioni mainstream, nella libreria di slogan alla quale tutti attingiamo quotidianamente per sostenere pensieri quasi sempre già pensati, un sostantivo, “futuro” e una locuzione verbale “guardare oltre” vanno per la maggiore. Di fatto, quello che si ascolta e si legge è, quasi sempre, un insieme di ipotesi -più o meno dotte – sul “qui e ora”, con azzardi prudenti sul breve e qualche esitante congettura sul lungo periodo.

Francesca Moraci fa eccezione: parla di visioni inaspettate di futuro – già questo basterebbe a definirla una pensatrice originale – e della loro possibile messa a terra, combinando progetti e fattibilità.
Francesca ha un curriculum importante, è un’urbanista di fama internazionale, professoressa ordinaria alla Facoltà di Architettura dell’Università di Reggio Calabria, membro del CDA di Ferrovie dello Stato e, in precedenza, di Anas. È nata e vive a Messina, in un quotidiano a cavallo tra lo Stretto e il resto del mondo.

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Francesca Moraci ha partecipato all’edizione 2021 di Mediterrani Invisibili. (Fotografia di Stefano Anzini).

Lo Stretto di Messina è un luogo complicato, talmente eterogeneo da contenere 100, 1000 territori in pochi chilometri. Altre parti d’Italia sono crocevia di esperienze e geografie differenti, ma nessuna come lo Stretto. Da dove viene e come si addomestica una tal portata di complessità?

Lo Stretto rivela una particolare e unica fenomenologia urbana e territoriale. In una posizione geografica che sta al margine del Paese e dell’Europa, è difficile da comprendere e da raccontare, incrocio di arte e cultura, ma anche di accoglienza e inclusione sociale, scienza e tecnologia.

È una dimensione nella quale si rispecchiano molti dei temi proposti dalla New European Bauhaus (NEB), luogo ideale per sviluppare concretamente il dialogo tra diverse culture e discipline, tra il costruito e gli ecosistemi dell’ambiente e per realizzare una rigenerazione territoriale ancorata alle risorse naturali.
Le intenzioni della New European Bauhaus si focalizzano sulla contaminazione con la cultura, l’arte, la storia e il patrimonio non materiale. E l’immaterialità, nello Stretto è una straordinaria risorsa.

È importante mettere in evidenza questa coincidenza tra le potenzialità del territorio e i propositi del NEB, perché la maggior parte delle attività promosse fino a oggi nell’area dello Stretto ha espresso una progettualità di conurbazione, non di sistema territoriale, talvolta anche lontana da una visione di relazione con il Mediterraneo.

Quello che serve allo Stretto è una prospettiva alla scala europea che si possa sviluppare attraverso regole definite tra investimenti e scelte specifiche.

Cosa non funziona nell’approccio generale con cui si affronta il Sud?

Nelle azioni condotte finora non si riesce a scindere la visione sul medio e sul lungo termine, né a prendere le distanze dall’ordinarietà di gestione e questo è un approccio fallimentare.
È già molto quando, nelle situazioni più bilanciate, si riesce ad assegnare alla gestione corrente una posizione paritetica rispetto alle strategie e alle decisioni destinate a scelte di lungo periodo.

È necessario cambiare l’algoritmo e non è una frase fatta.

Mi spiego meglio: se, per esempio interrogassimo Alexa (l’interfaccia utente di Amazon, a comando vocale, che consente l’interazione tra l’utente e un insieme di algoritmi e funzioni), chiedendo chi potrebbe essere il sindaco di una grande città italiana, la risposta sarebbe coerente con l’algoritmo: presumibilmente un profilo tipo uomo, maschio, bianco, 50 anni, laureato in discipline economiche o giurisprudenziale.
Ricalibrando questo esempio sulla situazione dello Stretto, se gli investimenti sono l’hardware, la capacità decisionale è il software e per far funzionare tutto, cioè per ottenere risultati concreti, è necessario programmare con un algoritmo adeguato, cioè con una forma mentis in grado di generare intuizioni precise e guidare meglio il processo decisionale.

Bisogna partire dalle basi, cambiando le parole secondo un modello di nuova alfabetizzazione che parta dalla dimensione formativa e didattica fino a coinvolgere la governance.

Tutto questo non basta.

Per avere una visione diversa, alternativa a quella consolidata da decenni, è necessario creare una condizione prodromica, una sorta di humus culturale che produca un nuovo pensiero.

Come altro elemento essenziale del sillogismo di riscatto dello Stretto, non si può, non si deve più guardare all’indietro. Dobbiamo eradicare un secolo e più di pensieri e azioni che si sono perpetuate in un loop vizioso per attivare un processo di valorizzazione del territorio, assumendolo come fattore di ricchezza.

La necessità di mutare il paradigma culturale non è un altro slogan fine a se stesso, serve realmente per scrollarsi di dosso i pregiudizi.


Francesca Moraci con Alfonso Femia e Giorgio Tartaro a Messina, Mediterranei Invisibili 2021, Viaggio sullo Stretto IV. Fotografia di Stefano Anzini.

Quali sono le criticità nell’attuazione di questo percorso?

Come prima riflessione, è davvero importante non confondere l’informazione (la lettura di esperienze anche lontane che possono offrire lo spunto per nuove intuizioni e visioni), con l’elaborazione e la metabolizzazione dell’innovazione nei processi di apprendimento: questo è il passaggio necessario alla realizzabilità dei progetti.

Mi spiego meglio, nello Stretto (ma non solo) è stato quasi sempre anteposto ciò che è più conveniente a ciò che è giusto e queste scelte, ripetute nel tempo, hanno amplificato il divario: non, dunque, un’incapacità solo strutturale, ma un’incapacità effettiva, che ha ricadute in termini funzionali.

E non è semplicemente un nodo dialettico, ma una sorta di bivio risolutivo: eluderlo conduce rovinosamente a intraprendere la direzione sbagliata.

Ognuno di noi possiede una tendenza inconsapevole a interpretare situazioni e accadimenti secondo ipotesi e aspettative personali che si sono peraltro formate e sedimentate sull’elaborazione e introiezione di opinioni consolidate. Si tratta di bias cognitivi, pregiudizi, scorciatoie che rendono attendibile quello che è coerente con il pensiero consolidato. Le situazioni vengono descritte e interpretate secondo uno schema precostituito, anche se ci sono dati soggettivi che le contraddicono. Conoscenza e capacità di apprendimento sono l’unico motore che possa mutare il pregiudizio.

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Il bias cognitivo è un enorme problema per lo Stretto e per il Sud, anche nell’ottica del Pnrr e di tutte le azioni ad esso legate. Come si potrebbe, almeno in parte, superarlo nel breve?

Particolarmente al Sud, ma non solo al Sud, i fondi del Pnrr rischiano di essere usati adottando progetti sponda al solo scopo di rendicontare, secondo ovviamente le regole imposte dalla UE. Questo accadrà perché manca la progettualità che deriva da una visione chiara e definita e dalla capacità di attribuire priorità agli investimenti.

È un problema italiano, ma il nodo dello Stretto è un punto di caduta e di vulnerabilità per tutta l’area del Mezzogiorno.

Superare questo immane ostacolo nel breve appare difficile: qui al Sud rimandiamo sempre al dopo.
Il futuro si trasforma in un presente continuo e con l’accelerazione del digitale, che contrae spazi e tempi, si dilatano e aggravano gap già cronicizzati.
Lavoriamo sempre in emergenza, pensando al futuro come a un’entità al di fuori della vita che conduciamo quotidianamente.

La secolare attitudine a posporre scelte e azioni si contrappone al tempo veloce della rivoluzione digitale, conducendo drammaticamente il Sud a lavorare su una sorta di retta di regressione

Proviamo a concentrarci sulle due città – Reggio Calabria e Messina e a capire quale sia la direzione che vogliono intraprendere.

Abbiamo passato più di trent’anni in emergenza, ragionando, senza agire, su un futuro che scorreva e diventava passato. Per questo, oggi, mancano una serie di condizioni, praticamente impossibili da recuperare, perché se ne sono ormai perse le tracce.

Ad aggravare il quadro si aggiunge la condizione di non conoscenza che blocca e vanifica il dialogo costruttivo, impedisce la nascita di un dibattito che sia premessa a una progettualità concreta.
Non si può lavorare se tutti gli interlocutori non possiedono una solida base di conoscenza, di informazioni e di cultura territoriale. Opinioni e proposte possono divergere e il confronto è sempre stimolante, purché parta da una condivisione di competenza approfondita sui temi in oggetto.

In questa situazione di ritardo e di permanente rincorsa, il Governo ci chiede di fare cose che avremmo dovuto realizzare da vent’anni e che sono, oggi, già vecchie.
Questa è solo una parte della riflessione, necessaria perché specchio della realtà.

Tuttavia, senza indugiare al pessimismo, lo Stretto è soprattutto un luogo cospicuo, un sistema territoriale che sta tra l’Europa e l’Africa, una grande porta di comunicazione che attraversa il tema dell’energia, il vero nodo del futuro.

Questa consapevolezza ci deve spingere a creare condizioni favorevoli per dialogare con l’Europa con maggior capacità negoziale.
Un territorio così complesso deve considerare tutti le possibili dimensioni, lo spazio fisico (che è una risorsa progettuale), lo spazio dell’innovazione, quello sociale e tutti i modelli di transizione che possono connotare la trasformazione, migliorando così la competitività, senza dover negoziare al ribasso.

Quali sono gli strumenti per far funzionare questo programma? Cioè come si può “far accadere” la trasformazione?

Come Calvino fa dire a Marco Polo nel dialogo con Kublai Kan, ne’ Le città invisibili, “…non si deve mai confondere la città col discorso che la descrive. Eppure, tra l’una e l’altro c’è un rapporto”.
La condizione territoriale è legata alla società, dunque bisogna rileggere le condizioni di fallimento o di non raggiungimento degli obiettivi e da lì ricominciare, capovolgendo il modus operandi.

Sono due i processi fondamentali da mettere in campo:
– la costruzione di una strategia per il futuro, considerando i fattori variabili, accelerazione e invarianti, ritardo/lacune stratificate;
– acquisire che il Tempo dà la scansione delle nuove tram

Il tempo cairologico, il tempo giusto, opportuno deve governare i nostri progetti.
Il Pnrr scansisce un tempo cairologico, ma sappiamo che il Sud ha sofferto della mancanza di sostegno economico e finanziario, che questa assenza ha determinato un gap strutturale con il resto del Paese che non può essere risolto dal Pnrr. Detto più semplicemente, non basta il Pnrr per colmare gap strutturale.

La quota del 40 per cento destinata al Sud non è, di per sé, garanzia che verranno messe in campo le azioni più opportune.
Il punto – e torniamo a quanto detto poche righe sopra – è la direzione da prendere, ancora più importante, visto che continuiamo a lavorare in un clima di risorse limitate. Direi intanto che è importante  la qualità degli investimenti.

Come fattore positivo, c’è una condizione culturale che si sta evolvendo, una capacità sociale di pensare al futuro dello Stretto nella duplice dimensione di baricentro del Mediterraneo e di antenna di risonanza che connette, trasmette e può mediare tra Europa e Africa.

Se tutto questo è potenzialmente possibile – e lo è – dobbiamo però fare i conti con lo stato di fatto: per esempio, il porto di Messina è il primo italiano e l’ottavo in Europa per numero di passeggeri, ma la tipologia dell’infrastrutturazione è retro-proiettata di 10/20 anni così come le condizioni dei sistemi tecnologici.

Quanto teorizzavo di uno sguardo in avanti intendevo che ai 10/20 anni di retro-proiezione (con il segno – sulla linea del tempo) bisogna aggiungere i 20/30 di progettazione e realizzazione: tradotto concretamente innovazione nel sistema delle infrastrutture, per esempio, non è solo attrezzare il territorio con l’alta velocità, perché è un presente già in fase di sorpasso. La costruzione di una rete ferroviaria impegna un tempo lungo, dunque, la progettualità si dovrebbe concentrare sul sistema ferroviario supersonico. Il Veneto sta già avviando una sperimentazione sull’hyperloop, la prima in Europa, sul trasporto merci.
È se questa ipotesi può apparire, oggi, azzardata, visto che sulla tecnologia hyper transfer c’è ancora molto lavoro da fare, tuttavia avviare l’implementazione della rete ferroviaria con l’alta velocità, significa arrivare nel prossimo futuro, presumibilmente 10/15 anni, a rincorrere il resto dell’Italia e l’Europa. Di nuovo.

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Mediterranei Invisibili 2021. Viaggio nello Stretto IV. Fotografia di Stefano Anzini.

Uno studio autorevole ha messo in evidenza che, a Messina, c’è stato un incremento della temperatura di 3,4 gradi in 50 anni, con una media annuale di 19 gradi nel corso dell’ultimo decennio. Gli effetti del cambiamento climatico uniti alla situazione sismica e idrogeologica fanno dello Stretto un’area delicatissima. Come si concilia questa vulnerabilità con i progetti sul suo futuro?

Qualsiasi scenario si prefiguri deve fare i conti con la precarietà/fragilità geo morfologica e strutturale dell’area.
Una revisione dei comportamenti globali per invertire il processo non sembra un piano efficace, visti anche gli esiti della recente COP 26.
Su questo tema serve affrontare la terna di criticità – dissesto + innalzamento del mare + aumento della temperatura – con la consapevolezza di ciò che sarà o non sarà possibile fare.
Proiezioni e simulazioni sono un valido supporto e particolarmente le scelte infrastrutturali dovranno considerare la potenzialità competitività nell’arco dei prossimi trent’anni.
La capacità decisionale deve essere uguale a quella del nord del Paese: non dobbiamo aver paura di fare passi avanti. È questo un altro nodo fondamentale, il rischio sismico, il dissesto non sono problemi esclusivi del meridione italiano (vedi Giappone, California …) e il Sud non può farsi chiudere, per questo motivi, in un quadro decadente e romantico.

Il tempo è il nodo progettuale più importante?

È tra i più importanti. Il Sud tutto si porta dietro il gap dei tempi di realizzazione. Come se questo non bastasse, è rallentata la progettualità delle opere pubbliche: non è pensabile che ci vogliano 20 anni per approvare i piani di programmazione.
Così il divario diventa (è già) incolmabile.
Si allarga la forbice tra il meridione dell’Italia e l’Europa che corre.
Per tornare alla visualizzazione sulla linea del tempo, lo Stretto (e il Sud) parte da T0 e arriva a T1; nel frattempo gli altri sono a T10.

Dobbiamo rifondare un nuovo umanesimo digitale e culturale, riscrivendo i codici del futuro, partendo dall’area dello Stretto, proprio perché rappresenta un nodo irrisolto, ma anche un sistema ad alta potenzialità e perché è antenna baricentrica del Mediterraneo che si ancora a due città iscritte in nuova geografia e in un nuovo disegno dello spazio europeo.

Colmare il divario tra Nord e Sud non è un’opera di beneficenza nei confronti del Sud, ma una necessità per risolvere la crisi perenne del Pil nazionale e per favorire la crescita di tutto il Paese e dell’Europa.


Questa deve essere la nuova condizione di pensiero. Il divario della spesa pubblica tra Nord e Sud è una “questione nazionale”, come afferma un recente rapporto della Banca d’Italia.
Siamo Paese, secondo il principio di solidarietà.

Da un articolo di Gianluca Budano in Huffington Post di febbraio 2021 sui Livelli Essenziali di Prestazione in Italia.

Abbiamo parlato di infrastrutture di mobilità. Giuseppe Smorto, giornalista di La Repubblica, ha affermato in un’intervista a Mediterranei Invisibili che se strade e ferrovie sono una necessità innegabile, pensando alle priorità dei cittadini calabresi, il primo bisogno da soddisfare è quello di costruire e rendere dignitose le infrastrutture sociali, particolarmente scuole e ospedali. C’è un ordine di priorità?

Non può esserci la priorità del capitolo sociale rispetto a quello infrastrutturale fisico e digitale. C’è un’interdipendenza tra i bisogni.

Direi che oggi ci sono anche nuovi bisogni da soddisfare e nuovi diritti : diritto alla mobilità, alla connessione di rete, alla qualità della vita.

Inoltre, alcune delle infrastrutture a cui ci riferiamo fanno parte della rete infrastrutturale europea (reti TEN-T) quindi la scala della connessione e mobilità è di livello nazionale e transnazionale. La stessa relazione al PNRR del governo ne fa riferimento. Va anche detto che dove passano le infrastrutture materiali passano anche quelle digitali ed energetiche. Non si sta digitalizzando il Paese ? e le infrastrutture digitali , pensando alla DAD o alla telemedicina , non diventano essenziali per il SUD? Come in passato la rete elettrica?

Tuttavia, serve ricordare che i livelli essenziali di prestazioni (LEP) non sono omogenei e sono strettamente legati alla ripartizione della spesa pubblica, ritornando così al problema irrisolto del divario storico. Quindi chi è più ricco (nord) ha più soldi per asili etcc risetto al sud storicamente più povero e questa assenza politica  di riforma dei LEP ha aumentato i divari.

Va anche chiarito che i capitoli di spesa per le infrastrutture sociali e per quelle di mobilità sono allocazioni differenti e non trasferibili: se non vengono utilizzati i fondi per costruire le strade, significa che quel denaro verrà destinato a infrastrutture in un’altra area territoriale, non che può essere spostato sulle scuole o sugli ospedali.

Questo nodo aiuta a comprendere meglio il significato di multi-scalarità del rapporto tra pianificazione e programmazione.
Oggi, fare un progetto sul territorio vuol dire lavorare su una scacchiera multi temporale e multi spaziale.

Sulle infrastrutture sociali un buon segnale è arrivato dal Programma Innovativo Nazionale per la Qualità dell’Abitare – Pinqua, che potrà dare risultati concreti nel breve.

Tutto il grande capitolo dell’abitare è una ferita scoperta per lo Stretto, dal 1908, l’anno del terremoto.
A Messina si sta lavorando ora sulle baracche, a fronte di una legge sul Risanamento degli anni ’90 che aveva previsto 7 piano di risanamento che coinvolgevano 100000 ab. a Reggio c’è un problema di conformità urbanistica edilizia che non è praticamente mai stata rispettata. Il vecchio Piano Quaroni del 1967 non è mai stato attuato, è totalmente inadeguato e non prevedeva gli standard. Oggi pare essere in dirittura d’arrivo il nuovo Piano strutturale comunale. 

 Ciò implica delle responsabilità a livello di programmazione/pianificazione regionale e urbana per le città. Città senza piani o con vecchissimi piani inadeguati alla domanda di trasformazione sociale e urbana o con processi di pianificazione che durano 10-30 anni! Città senza neanche la realizzazione dei “servizi” di standard urbanistico (18mq/ab) o l’applicazione dei meccanismi di concertazione pubblico/privata, perequativi per la realizzazione di servizi.

Oppure senza il controllo dei rischi  ambientali (da quello idrogeologico, a quello sismico) e tecnologici,  parimenti a quelli paesaggistici, che le procedure di piano oggi impongono per la compatibilità delle azioni di progetto. La Calabria ad es. è molto indietro con la pianificazione urbanistica, nonostante la LUR del 2002 (prima legge urbanistica regionale).

Non a caso il governo interverrà non solo con nuove logiche per la rigenerazione urbana, ma anche con una riforma nazionale per una nuova legge urbanistica, standard urbanistici e TU dell’edilizia.  Ciò perché le politiche per la città e il territorio sono fondamentali per il cambiamento.  Permettetemi di chiosare con una battuta : “La città è una infrastruttura complessa”.

Oggi ci sono nuovi modelli di governance e di welfare urbano, formule in cui il partenariato pubblico/ privato può sostenere progetti complessi che considerino il rapporto tra funzioni e prestazioni e i nuovi servizi emergenti, primo tra tutti l’accesso a internet.

Qualità dell’abitare significa esattamente questo: accessibilità ai servizi e relazione tra i quartieri e la città.

Il vecchio modello di città va sostituito con quello della città cloud, che deve allertare i cittadini in caso di rischio, una città che garantisca la sicurezza in modo automatico.
Sono diritti e non servizi accessori sia il digitale, sia la mobilità, così come la casa, la scuola e la sanità.
Progettare, oggi, al di fuori di questi modelli, significa guarda in avanti con la testa girata all’indietro.
Il punto non è cosa fare prima, ma comprendere cosa serve alle persone ora e tra 10 anni.

Gli investimenti nelle infrastrutture sociali e di mobilità sono intergenerazionali, serve ricordarlo.

“Qui e ora” e “futuro” sono due dimensioni temporali in conflitto al Sud?

“Qui e adesso” è la risposta dovuta a ciò che manca, non al progetto del futuro.
Ma mettendo solo toppe non ci si smuove di un millimetro. Per questo, come dicevo, è così importante la sensibilizzazione culturale e la rielaborazione di un codice per il futuro.
Il mio personale immaginario è quello di uno Stretto-antenna che emette onde che si ampliano e riverberano trasmettendo cultura, città, immateriale.
Chi vive in una baracca, vuole una casa, è una urgenza “hic et nunc”.

Ma anche costruire case e alimentare progettualmente un sistema città deve appartenere a un piano di intelligenza urbana, con un dna, un codice genetico, che contiene quello che è e quello che vuole diventare.” Il presente del presente è la visione” e lo diceva Sant’Agostino…. molto tempo fa.  

Francesca Moraci, di Messina, architetta, PhD in pianificazione territoriale, MS in Econocomic Policy and Planning, Fulbright in Economics, è professoressa ordinaria di urbanistica presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria; è stata componente del Consiglio di amministrazione di Ferrovie dello Stato Italiane e di ANAS spa (2015/21);  E’ componente della Commissione del MIMS per la riforma della legge urbanistica nazionale, standard urbanistici e Testo Unico dell’Edilizia. Ha partecipato a varie leggi di riforma e politiche urbane e infrastrutturali, strategie e costruzione di politiche pubbliche. E’ stata tra i 15 esperti del MIT per il Piano Strategico Nazionale per la Portualità e la Logistica (riforma della portualità) E’ componente di numerosi Comitati Tecnici e Scientifici di interesse nazionale e internazionale (osservatorio infrastrutture e logistica di  Eurispes, Abitacolo,  QVQC, CRPPN Regione Sicilia, Parsons Trasportation group Ltd; Associazione infrastrutture sostenibili; Comitato tecnico conferenza permanente interregionale area dello Stretto,Comitato portuale AP di Messina, etc ). Ha redatto numerosi studi, progetti  e piani generali e di settore, tra cui ricordiamo, in relazione all’area dello stretto, il PRG di Messina, il Piano strutturale Comunale di Reggio Calabria;Studio di fattibilità per il miglioramento dei sistemi di collegamento marittimo, ferroviario e stradale nell’Area dello Stretto di Messina(2015); Piano Strategico del sistema trasportistico e territoriale regionale nello scenario nazionale ed euro-mediterraneo:contributi all’elaborazione del quadro strategico nazionale per la programmazione 2007/13; SIA  progetto di Attraversamento stabile dello Stretto di Messina, delle opere connesse e delle opere compensative e localizzazione urbanistica; Servizi di Project Management Consulting per le attività concernenti la progettazione definitiva ed esecutiva e la realizzazione dell’attraversamento stabile dello Stretto di Messina e dei relativi collegamenti stradali e ferroviari sui versanti Calabria e Sicilia; SIA/VAS  relativi ai nuovi Piani Regolatori Portuali dell’Autorità Portuale di Messina; Linee guida” per una corretta valutazione dei paesaggi di specifici ambiti territoriali (fasce costiere e ambiti montani) delle regioni Campania, Puglia e Calabria- MIBACT-POAT . Ha ricevuto vari premi e riconoscimenti per l’attività scientifica, professionale e manageriale, tra cui la massima onorificenza San Giorgio d’oro della città di Reggio Cal. e il premio Donne che ce l’hanno fatta 2015 e 20-expò di Milano conferenza internazionale delle donne; fa parte del talk 100 donne che cambieranno l’Italia. E’ membro effettivo dell’Istituto Nazionale di Urbanistico, e vice presidente della società scientifica Accademia Urbana che ha co-fondato. È componente del CS degli Stati Generali delle Donne e membro della Fondazione Belisario.

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L’ECONOMIA DEL MARE STA ANDANDO MOLTO BENE E LO STRETTO DI MESSINA PUÒ ESSERE UN GEO PROTAGONISTA IMPORTANTE. COME FUNZIONA IL SISTEMA PORTUALE, SPIEGATO DA MARIO MEGA

Ci sono i numeri a confermarlo, ma è la visione geo-politica internazionale e la consapevolezza territoriale che indica lo Stretto come nodo strategico dello sviluppo portuale del nostro Paese. Ne è convinto Mario Mega, presidente dell’Autorità di Sistema portuale.


Secondo il nuovo Rapporto 2021 “Italian Maritime Economy” elaborato dal Centro Studi e Ricerche per il Mezzogiorno (SRM) in collaborazione con Intesa San Paolo e con la Fondazione Compagnia di San Paolo, il 90 per cento delle merci, quindi quasi tutto il commercio internazionale, avviene via mare. Nell’anno in corso si sta rilevando un aumento del 4,2 per cento dei volumi di traffico marittimo, in crescita sui livelli pre pandemia. Per il 2022 si prevede un ulteriore rialzo del 3,1 per cento.
In espansione anche il traffico container, per il 2025 è previsto un aumento del 3,9 per cento per la regione europea e del 4,8 per cento a livello mondiale.


Un altro rapporto sul sistema portuale italiano, elaborato da Cassa Depositi e Prestiti alla fine del 2020, dà una chiara indicazione di quanto siano importanti i porti nel sistema economico..
Il “mare” contribuisce per il tre per cento al Pil nazionale e a questa percentuale i porti concorrono per il 17 per cento. Il valore economico direttamente prodotto è di 8,1 miliardi di euro.
Ma c’è un dato che meglio restituisce l’importanza del sistema portuale: più di 1/3 degli scambi commerciali internazionali avviene attraverso i trasporti marittimi.
Per quanto riguarda il settore crocieristico, l’Italia pre-pandemia vantava il maggior numero di passeggeri trasportati nel Mediterraneo (12 milioni).
In particolare, i porti del Mezzogiorno pesano per il 47 per cento sul traffico totale e raggiungono quasi il 60 per cento gli scambi commerciali via mare.
Le regioni del Sud fanno da ponte tra tutta l’Europa e il versante meridionale del Mediterraneo perché sono al centro delle rotte marittime. In particolare, l’area dello Stretto.

Mario Mega per Mediterranei Invisibili – Viaggio nello Stretto IV con Alfonso Femia e Giorgio Tartaro. Fotografia di Stefano Anzini.
Mario Mega per Mediterranei Invisibili – Viaggio nello Stretto IV con Alfonso Femia e Giorgio Tartaro. Fotografia di Stefano Anzini.


“I porti sono un volano importante per l’economia del Paese, sia per il trasporto merci, sia per l’attività turistica crocieristica e da diporto. Ma è necessaria una visione ampia che assuma la geografia come fattore di governo delle politiche portuali mondiali.” Mario Mega si smarca dalla visione di dettaglio e assume la dimensione mediterranea – Europa, Nord-Africa e Asia occidentale – come scala di rapporto.
Nell’area dello Stretto confluisce molta parte del traffico di importazione via nave delle materie prime e di tutte le merci dall’Africa e dal Medio Oriente.
La geografia e la storia di un’area portuale ne determinano il posizionamento, le problematiche e le potenzialità.
Un esempio di grande eco mediatica è quello dell’espulsione delle navi da crociera dalla laguna veneziana che non solo mette profondamente in crisi l’economia della città, ma impone di costruire un appeal per il porto che consenta di ricreare la situazione precedente.
Questa situazione potrebbe avere ricadute su altri porti del Mare Adriatico Settentrionale.
Non solo. Visto la tendenza al gigantismo crocieristico, il problema potrebbe riproporsi in altre aree della costa italiana.
In altri contesti, il porto si trova praticamente nella pancia delle città, per esempio Genova e Napoli, con difficoltà di gestione delle banchine e necessità di dragaggi sempre più invasivi. Tutte le operazioni che vengono messe in campo per adeguare i sistemi portuali hanno un impatto significativo sotto il profilo ambientale”.

PENSARE IL SISTEMA PORTUALE A SCALA MEDITERRANEA

“La sfida o meglio l’obiettivo, più che pensare a come re-immaginare l’accoglienza negli stessi luoghi, è quello di cercare un confronto costruttivo con le altre città europee e collaborare per persuadere gli armatori a ridurre il gigantismo navale” prosegue Mega..

Il tema del gigantismo navale è emerso, in tutta la sua complessità, pochi mesi fa quando il canale di Suez venne bloccato da un’enorme portacontainer per sei giorni provocando enormi danni economici.
Da una parte gli armatori giustificano l’iper dimensione con l’opportunità economica: sulle lunghe distanze, il singolo container costa meno se il numero complessivo è molto grande.
Senza entrare nel merito di una situazione tecnica e molto complessa che coinvolge il tema dei noli e dei prezzi del servizio, il presunto risparmio dei costi per gli armatori si trasforma in oneri economici per i porti e ambientali per l’ecosistema portuale e marittimo.
I canali artificiali devono essere ampliati, nei porti diventa necessario adeguare tutte le infrastrutture, le banchine, i piazzali e dragare i fondali.

Mario Mega sottolinea questo aspetto “Venezia deve essere un’occasione di confronto tra tutte le città europee per ripensare la relazione con il gigantismo navale: una reazione comune e condivisa di accoglienza e gestione del traffico sia turistico, sia commerciale, particolarmente per i porti che si trovano in contesti urbani di assoluto pregio, per la salvaguardia ambientale del territorio marittimo”.

PERCHÉ IL SISTEMA PORTUALE DELLO STRETTO È IMPORTANTE

Messina-Tremestieri sul lato siciliano e Villa San Giovanni e Reggio Calabria sulla sponda calabrese,sono i porti gestiti dall’Autorità di Sistema portuale dello Stretto che si trovano su di uno dei quattro corridoi italiani delle reti trans-europee di trasporto (TEN-T – infrastrutture lineari, ferroviarie, stradali e fluviali – e puntuali – nodi urbani, porti, interporti e aeroporti – considerate rilevanti a livello comunitario). Sono complessivamente nove i corridoi identificati all’interno della TEN-T e l’Unione Europea ha programmato il completamento di una rete centrale – Core Network, per il 2030.

Mappa dell’Autorità di Sistema Portuale di Messina (dal sito Assoporti).


I porti dello Stretto appartengono al Corridoio Scandinavo-Mediterraneo che dal valico del Brennero collega Trento, Verona, Bologna, Firenze, Livorno e Roma con i principali centri urbani del sud come Napoli, Bari, Catanzaro, Messina e Palermo.
A Messina, oltre al traffico dello Stretto, si concentrano le navi da crociera, le navi mercantili con movimentazione merci verticale, e l’autostrada del mare Messina-Salerno. Due bacini di carenaggio vengono utilizzati per attività cantieristica. Il “molo Norimberga” è un terminal commerciale per caricamento merci in orizzontale e in verticale ed è collegato a una rete ferroviaria.


Messina è al primo posto nazionale e all’ottavo in Europa per lo spostamento delle persone.
Armatori, imprese di riparazioni navali, aziende internazionali del settore industriale energetico e siderurgico fanno riferimento a Milazzo. Il traffico passeggeri per le Eolie e per Napoli e la movimentazione delle merci in orizzontale avviene nel porto storico. In prossimità del porto c’è il terminal di raffinazione del greggio che serve la Raffineria Mediterranea.



Spiega Mega “Geopoliticamente è importante la prossimità con l’Africa. Sebbene il continente africano ,sul quale si affaccia la Sicilia, sia ancora in una fase di trasformazione globale – demografica, economica, tecnologica e nonostante la sua vulnerabilità ad eventi interni ed esterni, si sta progressivamente normalizzando, sotto il profilo politico.
Il problema delle migrazioni, affrontato nei termini attuali, rischia di inficiare un futuro di partnership con gli Stati africani e di farli diventare appannaggio esclusivo del traffico marittimo asiatico.
I porti del meridione italiano, in particolare quelli dello Stretto, possono potenzialmente diventare la prima testa dell’Europa, in grado di intercettare i cicli di produzione, e ricercare nuovi mercati per uno sviluppo più sostenibile.
Manca una politica unitaria sull’area dello Stretto che vada oltre la conflittualità sul tema del ponte e manca una politica unitaria dell’Europa verso l’Africa. I sistemi portuali del Sud stanno nel mezzo delle conflittualità e inefficienze strategiche. Ne è dimostrazione il modo in cui viene affrontato il problema migratorio dei gruppi etnici, per esempio, che non è funzionale ad assecondare politiche di stabilizzazione, né propedeutico allo sviluppo di forme di democrazia moderna.



La consapevolezza della centralità dello Stretto, nel sistema Paese, contribuirebbe a costruire una progettualità positiva sia territoriale, sia ambientale. La Conferenza Nazionale di Coordinamento delle sedici Autorità di Sistema portuale ha il compito di armonizzare gli investimenti infrastrutturali e la pianificazione urbanistica in ambito portuale, le politiche concessorie del demanio marittimo e quelle per la promozione sui mercati internazionali del sistema portuale italiano. Ma, nella realtà operativa ogni autorità è autonoma e alla ricerca dei propri obiettivi. 
È necessario che tutte le parti facciano un passo avanti e il primo passaggio è quello di costruire politiche unitarie che tengano conto anche delle caratteristiche dei porti, monitorando lo sviluppo del mercato e reagendo in maniera rapida a cambiamenti, per evitare, per esempio, di realizzare strutture portuali di ridotta utilità”.


La rete TEN-T Trans-European Network Transports.

LA DIMENSIONE TERRITORIALE E AMBIENTALE DEL SISTEMA PORTUALE DELLO STRETTO

In un’intervista recente Giuseppe Smorto, giornalista de’ La Repubblica ha affermato, riferendosi alla realtà di Gioia Tauro che la mancanza di trasferimento di valore dal porto al territorio impedisce alla Calabria “di riavere in termini di occupazione, di produzione, di ricchezza, quello che al porto ha sacrificato, per gli aspetti ambientali e paesaggistici.”

Mario Mega ne condivide la visione.
“La dimensione territoriale del porto di Messina è un punto nodale dello sviluppo della città. Il caso di Gioia Tauro ha delle specificità uniche, è un porto di transhipment, sta facendo importanti interventi per trasformarsi in un vero e proprio gateway connesso al territorio attraverso reti stradali e ferroviari, per garantire un trasferimento veloce ed efficiente dei container dalla nave alla destinazione finale e viceversa.
Manca ancora un sistema di sviluppo del retroporto che rappresenta una grande opportunità per la Calabria. La situazione di Messina è differente, l’obiettivo è la connessione tra l’isola e il continente e tra l’isola e le isole minori. Negli anni è cresciuta la qualità dei servizi offerti, ma le infrastrutture sia lato Sicilia, sia lato Calabria si dimostrano, (in alcuni periodi dell’anno) insufficienti per il traffico di mezzi (800mila tir e due milioni di veicoli). È necessario orientare gli investimenti sia per potenziare l’attraversamento, sia per reagire all’aumento del traffico che deriva dal potenziamento di Gioia Tauro.
I porti dello Stretto stanno all’interno di un territorio fortemente urbanizzato, sia nell’entroterra, sia lungo la costa: fondamentale, dunque, valorizzare l’aspetto ambientale, l’inclusione sociale, lo sviluppo economico“.

LA SOSTENIBILITÀ COME CHIAVE DI VOLTA DEL SISTEMA PORTUALE

Gli impatti ambientali delle attività e delle infrastrutture portuali sono di vasta portata e multidimensionali: emissioni inquinanti, contaminazione del suolo e dell’acqua, rumore e vibrazioni, con conseguenze sulla salute delle comunità costiere e dei residenti delle città portuali.
Ci sono poi i costi economici derivati dalla gestione dei rifiuti, dal degrado del suolo, dall’inquinamento luminoso. I porti sono responsabili, in via diretta o indiretta, della perdita di biodiversità e dell’erosione costiera. Il trasporto marittimo rappresenta circa il 13 per cento delle emissioni di gas serra nell’Unione Europea, sulla cui riduzione si impegnano le Autorità di Sistema Portuale.


Su questa tema Mario Mega affermaContinuando sul tema della restituzione ambientale al territorio, l’Autorità di Sistema Portuale dello Stretto, dietro indicazione della Commissione Europea e della European Sea Port Organization, si è attivata per operare in coerenza al progetto “Green Ports”. L’attenzione all’ambiente non è uno slogan, ma un impegno quotidiano. Sostenibilità non significa solo riduzione della CO2 e uso di fonti rinnovabili per realizzare porti a emissioni e costi energetici pari a zero. Le infrastrutture portuali sono impattanti sul territorio, dunque è necessario adeguare quello che già esiste, evitando la duplicazione di oggetti infrastrutturali di dubbia o nulla utilità. Questo significa, per esempio, non aumentare a dismisura il numero delle banchine. E comunque elettrificarle, installare depositi di GNL (gas naturale liquefatto) per approvvigionare navi ibride, in termini generali minimizzare l’impatto.
I porti devono integrarsi con il territorio, dunque è necessario agevolare il coordinamento con Messina, creando un percorso fluido tra la città e il porto. In questo quadro il sistema retroportuale può essere utilizzato come buffer.
Con l’implementazione del porto di Tremestieri (in fase di completamento) si trasferirà il traffico pesante dalla Rada di San Francesco, raggiungendo un primo punto di equilibrio territoriale.”

La foto di apertura è di Stefano Anzini.

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UN MARE CHE SA UNIRE SENZA PONTI. NADIA TERRANOVA RACCONTA LO STRETTO

Parte dall’immateriale, Nadia Terranova, dall’intima connessione percettiva tra l’andata e il ritorno, talmente forte da non sapere più quale sia la direzione del viaggio.

In un’intervista rilasciata qualche anno fa a Maria Stefania D’Angelo per Sicilianpost, in occasione della pubblicazione del suo libro “Addio Fantasmi”, Nadia Terranova parla di Messina, luogo in cui la storia è ambientata, sua città di nascita, lasciata per trasferirsi a Roma. “Negli ultimi anni vissuti a Messina – confessa – non andavo più al mare né mangiavo una granita: tutto mi sembrava così scontato. Ora che vivo lontana ho capito quanto io sia messinese fino alle ossa e quanto siano importanti i piccoli dettagli: una passeggiata in città o un tuffo al mare. Sono proprio questi particolari che custodiscono la bellezza della città e pulsano nel cuore dei siciliani espatriati”.

Il contributo di Nadia è particolarmente importante per il progetto di Mediterranei Invisibili che si nutre di osservazione e di ascolto, perché esprime le vibrazioni e le contraddizioni della sua città e dello Stretto attraverso uno sguardo differente che lei stessa definisce “prismatico”.

Nadia sei messinese di origine, vivi a Roma da molti anni. Quanto l’appartenenza a un luogo è data dalla sua fisicità? E cosa significa per te “il ritorno”?

La fisicità di un luogo non è il luogo. Pare una contraddizione in termini, ma ho grandi difficoltà a comprendere quale sia il luogo del ritorno. Torno a casa quando scrivo, non quando ci sono fisicamente.

L’ha detto bene Vincenzo Consolo (scrittore siciliano) “Mi sento come Ulisse in cerca di Itaca. Ormai siamo diventati degli Ulissidi, espropriati della nostra identità e alla ricerca della nostra Itaca. Quando torniamo però Itaca non c’è più; la patria è ormai diventato un luogo interiore. Vedendo la realtà siciliana fatta di ingiustizie ho deciso di spostarmi a Milano. Lo sradicamento (solamente fisico, le mie memorie sono qui) è doloroso, però alla fine necessario. Non è facile ricostruire legami in luoghi che non sono i tuoi. Ma stando qui si fa un danno a sé stessi. Bisogna però tornare e quando si torna si è più forti, forse anche meno vulnerabili, o meglio, meno “ricattabili”.

Cosa significa tornare allo Stretto attraverso la scrittura?

Lo Stretto è davvero un luogo particolare, non dà il senso dell’isola. Quando sei in altre parti della Sicilia, a Palermo, per esempio, puoi sentirti su un’isola, ma sullo Stretto è il mare che connette, unisce le due terre. Senza bisogno di ponti. Tornare nello Stretto, per me, è reinventare il luogo attraverso le parole. Il legame con lo Stretto è talmente forte che quando scendo da Roma a Messina non so se sto andando o tornando.
Lo Stretto ancora soffre per il terremoto del 1908, non è ricordo, ma persistente e dolorosa presenza. .
Tuttavia, la distruzione non ha cancellato la sua storia e quella delle due città, che risale all’origine dei tempi. Ne ha eliminato gli aspetti epidermici, ma non la possibilità della rinascita contenuta nella sua memoria.

“Deve essere stato dopo il terremoto del 1908 che abbiamo smesso di buttare le cose, incapaci per memoria storica di eliminare il vecchio per far posto al nuovo. Dopo il trauma tutto doveva convivere accatastarsi, non si poteva demolire, solo costruire  a dismisura per lo spavento, baracche e palazzine, strade e lampioni. Da un giorno all’altro la città c’era e poi non c’era più e se il disastro era accaduto, poteva accadere di nuovo, infinite volte, allora meglio addestrarsi a tenere insieme. (Nadia Terranova, Addio fantasmi)

È mutevole il carattere dello Stretto: Reggio Calabria ha conservato un forte legame con il mare, Messina ha purtroppo rinunciato alla connessione tra mare e città. Gli strettesi si adagiano tutt’oggi nella storia del terremoto, in una salvifica dimensione mitologica, ascoltando il canto delle Sirene, incrociando le leggende.

Lo sguardo da Reggio Calabria a Messina. Foto © Marco Introini.

La percezione di questo insieme narrativo e paesaggistico è fortissima, crea quasi una regressione, quel “ritorno” di cui la scrittura si appropria e restituisce, più dell’essere nei luoghi.

Quello della conurbazione di Reggio e Messina, di una visione geopolitico economica di una città amplificata è un tema mainstream. Cosa ne pensi?

La provincia di Messina è molto grande, tocca due mari e anche la città di Messina, che pure ha una sua delimitazione precisa, è ricca di sfumature.
L’identità unica è un po’ una forzatura perché ci sono differenze addirittura tra quartiere e quartiere.
Ci sono le periferie da rigenerare e poi ci sono i borghi e i paesini della costa.
Le differenze sono notevoli e i luoghi molto diversi. Ci sono comuni molto importanti, Milazzo, Taormina, Savoca, Castemola, Ficarra con identità originali che derivano dalla grande complessità dell’architettura, della letteratura e dell’arte.
Sulla soglia di confine verso l’Etna è un altro mondo ancora.
E poi ci sono i dialetti segnano fortemente le comunità e le distinguono.
L’unicità del messinese è data dalle sue differenze.
Che senso avrebbe un appiattimento calato dall’alto?
Essere un unico territorio non significa uguale in ogni sua parte.

La “Madonna” della Lettera all’ingresso del porto di Messina. Foto © Marco Introini.

Qual è allora la via per “riscattare” le sofferenze dello Stretto?

Il primo passaggio è quello di cambiare il modo di guardare alla Sicilia.
Prima di scrivere, si osserva.
L’osservazione si alimenta della conoscenza della storia, del passato siciliano, calabrese, strettese.
Serve uno sguardo prismatico
La Sicilia è grande tanto che puoi scordarti di essere su un’isola, ad esempio quando sei a Enna che è il suo “ombelico”.
Serve osservare e valorizzare la bellezza, aggiornandola al presente.

Si era fatta l’ora in cui sulla costa calabrese dall’altra parte del mare si delineano nitide le autostrade e i cavalcavia, mentre di qua Messina si distende per risalire, scende in piccole valli e si apre negli angoli alle scalinate, punta al cielo come fontane e guglie si curva su stessa con cupole catalane e marciapiedi rotte, si affaccia alle finestre sui cortili popolari”. (Nadia Terranova, Addio fantasmi)

L’urbanistica, la composizione architettonica di una città mutano nel tempo, e il concetto di cambiamento, anche di quello che ancora deve venire, è nella storia di ogni città.
L’architettura contemporanea si può innestare nel pensiero futuro dei luoghi, preservando quello che esiste e in armonia con il territorio. La conformità estetica al contesto e all’esistente è una delle possibilità, ma credo che l’emozione della sorpresa sia positiva e la scrittura lo insegna.
Messina attende di cambiare in libertà, senza catenacci.
La salvaguardia dell’ecosistema dello Stretto è l’unico caposaldo, già troppe volte violato.

In apertura: Un enorme traliccio e una piccola barca. La costa di fronte e il molo. Cambi di scala e luoghi differenti in un unico sguardo. Foto di Marco Introini.

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AMARLA COSÌ COM’È SENZA GUARDARE INDIETRO. ANNAROSA MACRÌ RACCONTA LA SUA CALABRIA. IN UN ALTRO MODO

Della Calabria sappiamo alcune cose belle e molto belle e tante cose brutte. Ma, spiega Annarosa Macri, reggina, giornalista Rai e scrittrice, nessuno la racconta mai come una regione normale. Come le altre 20 d’Italia

Con Annarosa Macrì abbiamo parlato di Mediterranei (visibili e invisibili), di Calabria, di Reggio, la sua città natale, dello Stretto e di quello che, in quei luoghi, c’è da amare.

Quasi tutto – secondo Annarosa – non solo il buono e il bello, ma anche – e di più – il brutto e quello che non è né bello, né brutto. Perché solo così si hanno tutti gli elementi per raccontarla e farla conoscere veramente.

Nel tuo libro “Da che parte sta il mare” scrivi: “era il 1956 e il capanno era ai Bagni Procopio della punta estrema della Calabria, davanti alla Sicilia e al suo mare. Era la vigilia del boom economico ed era un pezzo di un Sud pieno di ferite e lontanissimo dal resto del Paese.” Quando ancora sono aperte le ferite e quanto è distante la Calabria dello Stretto, a distanza di più di 60 anni?

“La Calabria è, a pieno titolo, una regione italiana, europea e mediterranea. Non è centrale ed è questa un’evidenza e un’ovvietà geografica, ma è sicuramente una regione importante: sotto il profilo dell’economia marittima, il porto di Gioia Tauro è tra i dieci maggiori porti europei; sono quattro le accademie che garantiscono una formazione di eccellente livello, l’Università Mediterranea di Reggio Calabria, l’Università di Catanzaro, l’Università della Calabria a Rende (Cs) e l’Università per stranieri Dante Alighieri a Reggio Calabria.

A Reggio c’è il più importante Museo Archeologico Nazionale e un museo di arte contemporanea unico in Europa, il MuSaBa a Mammola.

Una ricchezza notevole, particolarmente sotto il profilo culturale, soprattutto pensando allo specifico territoriale, Aspromonte, Pollino, coste e piana e considerando che sono 404 i comuni calabresi e meno di due milioni gli abitanti di tutta la regione.

Le scuole superiori distribuite nel territorio sono fucine di pensiero giovane e originale con insegnanti motivati e studenti che si muovono in una dimensione europea, non specificamente locale.

In questi termini, la Calabria non è distante dall’Italia, né dall’Europa più di quanto lo siano altre regioni, e non è certo “mediterranea fuori dal Mediterraneo”.

Visto da fuori, la costa ionica e l’area dello Stretto vivono una contraddizione in termini: sono stati il magnete del Mediterraneo, ma poi qualcosa si è rotto e la percezione dei luoghi è completamente cambiata. L’incanto paesaggistico/ culturale è stato inquinato, non solo dalle ferite sul territorio, ma anche da un’attribuzione di negatività che viene continuamente rinnovata e si è ormai cronicizzata. Visto che architettura, storia e cultura sono riferimenti immutabili, possono essere la via di fuga per consentire a questa parte di Sud di ri-affacciarsi all’Europa e al Mediterraneo?

Il tema della Calabria ferita riguarda tutta la regione ed è talmente stressato da essere quasi abusato: la terra senza possibilità di riscatto che viene abbandonata dai giovani! Fermiamo questa emorragia!

Ma realmente accade questo? I giovani non se ne vanno dalla Calabria in un processo di depauperamento specifico del territorio. Se ne vanno perché guardano all’Europa e al mondo, così come, in questo momento storico, fanno tutti i giovani ovunque in Italia, in Europa. Semplicemente per la mutazione e l’evoluzione sociale in corso e per una multifattorialità di cause e situazioni.

In questa storia, reiterata a ogni occasione, in questa lamentazione dell’abbandono della terra, c’è un’enorme retorica che pesca (anche) in una visione culturale e narrativa in cui il racconto del reale attraverso la finzione letteraria non si aggancia mai alla contemporaneità, ma al passato.

Scultura sulla via Marina a Reggio Calabria. Foto ©Salvatore Greco.

I valori e i temi della Calabria contadina parlano di una regione povera e piena di malattie e di difficoltà: per quale motivo le persone giovani con l’intensa progettualità che caratterizza questa fase della vita dovrebbero pensare a situazioni dense di negatività e non a un futuro che possono meglio comprendere, che si esprime con il loro linguaggio ed è pieno di opportunità?

Bisogna cambiare lo sguardo, assumere un diverso punto di vista.

I paesi si spopolano spontaneamente perché così come un tempo (lontano) l’aggregazione dell’abitare nei borghi era una risposta alle esigenze delle persone, oggi queste dimensioni si sono esaurite e se ne sono sostituite altre.

È un mondo finito, i tentativi di resuscitarlo falliscono o scadono in grottesche rappresentazioni da outlet americano.

Non è negazione della loro bellezza e della memoria: anzi la proposta innovativa e utile per far crescere la Calabria in un processo di autogenerazione della ricchezza territoriale è quella di cristallizzarli nella loro morte, senza concedere a uno sgraziato uso contemporaneo il degrado del paesaggio e dell’originalità dei luoghi.

Un’anziana signora di Africo, che incontrai tempo fa, e alla quali rivolsi compassionevoli parole per il forzato abbandono del paese, mi raccontò che, da un certo punto di vista, l’alluvione era stata quasi una benedizione, perché nel paese vecchio si viveva come animali, non c’erano servizi essenziali che il modello di vita attuale ha reso indispensabili e irrinunciabili.

Non ha alcun senso sociale e politico, ma neppure architettonico o artistico, negare l’evoluzione e il cambiamento quotidiano: la cultura sociale va avanti e tutti hanno bisogno di avere la farmacia, l’ospedale, la scuola, ma anche il teatro e la biblioteca (e tutti gli altri servizi) vicini.

Bisogna semplicemente guardare a una Calabria europea e che non sta certo tradendo il suo passato per assumere una legittima posizione geopolitica.

Come si può raccontare la Calabria, la Calabria dello Stretto in “un altro modo”, per uscire da stereotipi e visioni, talvolta già superate?

La Calabria è mediterranea, non primitiva o antica e il modo migliore per viverla è non arretrare e indulgere a nostalgie tanto raffinate quanto incongruenti con il tempo attuale.

Per scorciare le distanze la Calabria sta già lavorando molto bene, resta da combattere la retorica e la finzione, perché, ancora oggi, facciamo riferimento a modelli antropologici che non appartengono più a nessuno.

E poi essere, qualche volta, indulgenti: per esempio, spesso, ho pensato che il meraviglioso castello di Scilla, arroccato sulla scogliera, agli antichi reggini dovesse sembrare un’aberrazione visiva … un ecomostro.

Il castello Ruffo a Scilla. Foto ©Salvatore Greco

Talvolta il tempo restituisce valore e dignità, particolarmente a quello è stato funzionale alla vita delle persone, non certo agli interventi speculativi e deturpanti.

Potremmo dire che esistono due tipi di brutto: quello generato dallo sfruttamento, senza ammenda e il brutto dignitoso e proprio di quest’ultimo ci si può anche innamorare.

Raccontare la Calabria con sguardi differenti contribuisce a farne una regione diversa.

Sono i libri e i film che cambiano la percezione dei luoghi più dei giornali e della cronaca.

In Calabria non si racconta la contemporaneità quotidiana e urbana, si rimane ancorati a una meta-letteratura che pesca nel passato e nelle negatività: quasi tutti i romanzi, per esempio, sono ambientati in “postacci” o in luoghi di sofferenza e di fatica.

Mafia e ‘ndrangheta non sono la misura della Calabria e i calabresi non possono essere categorizzati in vittime, delinquenti o poliziotti. Sono persone normali, affatto differenti dai pugliesi o dai toscani o dai lombardi.

Attraverso la narrazione urbana, si può trasmettere a chi è ammalato di pregiudizio che i calabresi sono persone normali.

E potrebbe essere questa una chiave di comprensione che contribuisce a mediare tra il vittimismo e quell’orgoglio calabrese che usa il comparativo di maggioranza come codice espressivo universale: in Calabria ci sono i paesaggi più belli, il cibo più buono, il clima migliore …

I paesaggi della Calabria sono sicuramente bellissimi, ma forse non sono i più belli in assoluto, così come i dolci, il clima … pare quasi che si esprima così una sorta di sindrome da risarcimento per il “brutto” sociale, politico, criminale, edilizio

Guardando ancora più a Sud, parafrasando Giuseppe Smorto, l’area dello Stretto è un’altra Calabria?

La Calabria, particolarmente l’area del reggino, è intimamente connessa con la Sicilia. È una sorta di matrioska territoriale l’area dello Stretto e i calabresi, particolarmente i reggini in trasferta, si sentono a casa quando possono finalmente traguardare le coste della Sicilia.

Le coste ioniche di Calabria e Sicilia. Foto ©Salvatore Greco.

Un riconoscimento visivo che esprime un senso di appartenenza culturale che è una condizione identitaria unica e straordinaria.

Grazie ad Annarosa Macrì per il suo prezioso contributo.

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COSA È E COSA NON È LA CALABRIA OGGI E COSA SERVE DAVVERO AI CALABRESI, SECONDO GIUSEPPE SMORTO

Infrastrutture sociali, scuole, ospedali: sono le fragilità della Calabria che condizionano lo svolgersi di un quotidiano dignitoso per i cittadini e che inibiscono la crescita e lo sviluppo.
Prima ancora delle strade e dei ponti, impediscono alla Calabria di guardare fuori, in direzione Europa e mondo.
Apriamo la quarta edizione di Mediterranei Invisibili con la speciale partecipazione di Giuseppe Smorto, a Sud del Sud, tra diavoli e resistenti

Giuseppe Smorto è stato vicedirettore de’ “La Repubblica” e direttore di Repubblica on line fino al 2020. Giornalista di alto profilo, calabrese di nascita, racconta una Calabria polifonica, in cui la disarmonia, “dei guasti mai riparati” si combina con la melodica “sorpresa” che coglie il visitatore quando incontra la bellezza delle coste, delle montagne, ma anche della Reggio Calabria liberty, del Musaba, della Casa della Memoria di Mimmo Rotella …

“La bellezza in Calabria è pura geologia”  scrisse Corrado Alvaro

Giuseppe Smorto, che è anche autore del libro “A sud del sud. Viaggio dentro la Calabria tra i diavoli e i resistenti”, inizia con questa citazione la nostra chiacchierata.

In una splendita piazzetta di Fiumefreddo Bruzio, in primo piano l’antropologo Vito Teti e Giuseppe Smorto, durante una presentazione del libro.

“L’elenco dei luoghi belli per architettura, arte e “pura geologia” è lunghissimo, ma non riesce ancora a controbilanciare e a ridurre al silenzio la cronaca nera e grigia che è, dal secondo dopoguerra, il tratto distintivo della Calabria.
La sua mancata valorizzazione non è conseguenza solo di una scadente strategia di comunicazione. Molto dipende dall’imperante burocrazia del declino che sta continuando a confinarla in un recinto locale e a ostacolarne la proiezione verso l’Europa e verso il mondo.

Reggio Calabria è plasticamente la rappresentazione della sua regione. Dopo il terremoto del 1908, che la colpì ferocemente insieme a Messina, il centro della città venne ricostruito da architetti e artisti del Liberty che la trasformarono in un luogo unico, con un orto botanico all’aperto e un waterfront urbano vivibile e accogliente.
In seguito, lo sviluppo fu disordinato, il verde passò in subordine nella pianificazione urbana, quasi la linea blu del mare potesse compensarne la negazione e l’avvilimento. Oggi Reggio Calabria è una città a due facce, una delle quali soffre dell’azione dell’uomo che ha oltraggiato l’ambiente naturale. A questo drammatico risultato si è arrivati per una duplice mancanza di controllo sia architettonico, sia giudiziario e di governance”.

Con Giuseppe Smorto abbiamo parlato delle straordinarie potenzialità della Calabria, delle energie che ci sono e di quelle che mancano e soprattutto delle silenziose emergenze permanenti.

UN NON FINITO CHE È ANCHE PARADOSSO DELLA CALABRIA

Quella del non finito calabrese non è neppure più cronaca, arretrata a desolante routine territoriale per la numerosità, ancora oggi crescente, delle situazioni.
Ma la storia dell’incompiuto Palazzo di Giustizia pare quasi fatta apposta per un libretto teatrale e Giuseppe Smorto la racconta, in viva voce, con evidente rammarico. “Il Palazzo di Giustizia è un complesso di edifici di dimensioni notevoli, finalizzato a contenere 630 uffici. Un senso nell’immaginarlo c’era: in un unico luogo si sarebbero riunite tutte le funzioni giudiziarie, attualmente sparpagliate in sedi diverse nella città, la Procura, la Corte d’Appello, il Tribunale dei Minori e di Sorveglianza.”

Quella del non finito calabrese non è neppure più cronaca, arretrata ormai a desolante routine territoriale

Esito di un concorso internazionale, la costruzione dell’architettura di vetro e metallo (facciate continue a cellule in alluminio, vetro e marmo con aperture) venne iniziata nel 2005, su progetto di Manfredi Nicoletti capogruppo (architetto e accademico italiano, morto nel 2017, già progettista del Nuovo Palazzo di Giustizia di Arezzo).
Completato per l’80 per cento, il cantiere è fermo dal 2012, ennesima opera incompiuta a incrementare il “non finito” calabrese, che pare irridere a qualsiasi proclama di cambiamento e impegno, vista la destinazione d’uso finale.

Esito di un concorso internazionale, la costruzione dell’architettura di vetro e metallo (facciate continue a cellule in alluminio, vetro e marmo con aperture) venne iniziata nel 2005, su progetto di Manfredi Nicoletti capogruppo (architetto e accademico italiano, morto nel 2017, già progettista del Nuovo Palazzo di Giustizia di Arezzo).
Completato per l’80 per cento, il cantiere è fermo dal 2012, ennesima opera incompiuta a incrementare il “non finito” calabrese, che pare irridere a qualsiasi proclama di cambiamento e impegno, vista la destinazione d’uso finale.

Ci spiega Smorto che il “non finito calabrese” (e di molti altri luoghi del Sud) è segno della mancanza di attenzione delle istituzioni, ma anche dell’atteggiamento di rinuncia dei cittadini che, stremati da decenni di malgoverno, non si oppongono al diffuso degrado territoriale, con azioni efficaci.

Ecomostro a Riace, esempio di “non finito” calabrese. Foto di Salvatore Greco.

L’incompiuto diffuso in Calabria (seconda per opera non realizzate, preceduta solo dalla Sicilia) è un aspetto talmente caratterizzante della regione che viene elevato al rango di arte, analizzato nelle sedi accademiche e valorizzato in mostre fotografiche.

“Tuttavia, nonostante questa creativa e consolatoria interpretazione, è innegabile che alcuni “non finiti” ormai celebri, deturpino il paesaggio, solo per fare alcuni esempi il non hotel a Riace Marina” – che, come hanno affermato gli attivisti del WWF Calabria è un luogo simbolo di una ferita, di un torto alla bellezza – “oppure il tronco di molo costruito negli anni Settanta, devastando la scogliera, come incipit del mai completato porto marittimo di Bova Marina.
Dove non è più possibile intervenire o dove non ha senso sanare, bisogna abbattere i residui fatiscenti e inquinanti del paesaggio e dell’ambiente.
Sono guasti mai riparati che contribuiscono a fare della Calabria una regione “a macchie” sia per gli aspetti paesaggistici, sia per gli aspetti politici.”

Ma ci sono anche numerose “macchie” virtuose: Smorto ricorda il MuSaBa, nella vallata del Torbido a 10 chilometri dal mar Jonio, importante perché è una sintesi della trasformazione positiva di un luogo e, insieme, un’esperienza che guarda e dialoga direttamente con l’Europa, bypassando la dimensione locale e nazionale.

Alfonso Femia con Nik Spatari (morto nel 2020). Nella prima edizione di Mediterranei Invisibili, nel 2018, una delle tappe più significative fu quella al MuSaBa, parco d’arte con opere monumentali e architettoniche, a Mammola, sul versante ionico calabrese. Il recupero dell’area monumentale storica è parte del progetto in un processo di interconnessione fisica tra passato e presente.
Nik Spatari ha integrato la Calabria in una visione internazionale, legando e distinguendo i lasciti di una civiltà millenaria con il farsi dei nuovi linguaggi dell’era tecnologica e della virtualità.

COSA SERVE ALLA calabria PER DIVENTARE CALABRIA

Si costruirà molto in Calabria, in Italia e nel mondo. Lo afferma il Cresme, Centro studi italiano che si occupa dell’andamento del mercato delle costruzioni a livello mondiale, nel suo ultimo Rapporto Congiunturale: la percentuale relativa alle costruzioni pesa sulla crescita complessiva del Pil con una previsione superiore al 6 per cento per Italia, Francia, Regno Unito e States e al 7 per cento per Asia e Australia.

Sul sito del Ministero per il Sud e la Coesione Territoriale si legge che saranno 213 i miliardi destinati al Sud nei prossimi anni e che l’Unione europea chiede di ridurre i divari territoriali con azioni effettive e riforme efficaci, non già con una mera ripartizione contabile delle risorse. Questo, unito al vincolo temporale d’uso di cinque anni dei fondi del Pnrr, potrà essere uno stimolo concreto considerando, come ha ricordato di recente il Presidente del Consiglio Draghi, le “storiche difficoltà del Sud di assorbimento dei fondi pubblici”.

L’attenzione mediatica si è subito concentrata sulla grande lacuna storica del Sud, la mancanza di infrastrutture, strade, autostrade, ponti, “il ponte” …, sulla necessità, non solo di ampliare la rete, ma anche sul monitoraggio della stabilità strutturale e sulla manutenzione dell’esistente.
Verrebbe da dire, sacrosanto.

Giuseppe Smorto riflette su questa pretesa urgenza e rovescia i termini dell’analisi: certamente è una necessità innegabile, ma pensando alle priorità dei cittadini calabresi, immediatamente emerge che il primo bisogno da soddisfare è quello di costruire e rendere dignitose le infrastrutture sociali, particolarmente scuole e ospedali.
“Creare una condizione minima al vivere i luoghi, sviluppando e moltiplicando sanità e istruzione, è premessa necessaria per un sano mercato del lavoro locale, per una paritaria relazione con il Paese e per un dialogo diretto con l’Europa e con il Mediterraneo prossimo.
Sul costruire futuro, prima di partire con progetti nuovi, c’è da lavorare su quanto è stato intrapreso ed è fermo. E ancora è fondamentale ragionare sull’industrializzazione fallita che ha lasciato carcasse e residui fisici, addizionale scempio al non finito, in luoghi che hanno diritto e qualità di rinascere in altro modo. Per mettere insieme questi indispensabili progetti, è necessario un rigoroso controllo politico e giudiziario perché i lavori pubblici sono tra i maggiori oggetti di interesse di mafia e ‘ndrangheta”.

Infrastrutture sociali, particolarmente scuole e ospedali, sono le prime necessità dei calabresi, premessa necessaria per una relazione paritaria con il Paese e per un dialogo diretto con l’Europa e con il Mediterraneo prossimo.

CONNESSIONI: ACQUA – CALABRIA – EUROPA

Dissesto idrogeologico, dighe, carenza ed eccesso d’acqua: in Calabria si sommano tutte queste situazioni che si impongono come argomenti di pubblico dibattito solo quando insorgono difficoltà stagionali e ambientali.
Mettendo le emergenze temporaneamente a margine, il problema acqua è una costante da affrontare e risolvere, non solo perché danneggia agricoltura, turismo, e quotidiano domestico, ma perché concorre all’inadeguatezza nazionale nei confronti dell’Europa.
Secondo Ispi, la carenza di depuratori, l’inefficienza dei sistemi fognari e  delle dighe delle regioni meridionali nel loro insieme causa l’85 per cento delle procedure di infrazione emesse dalla Comunità europea nei confronti dell’Italia in tema di acqua.

Le regioni del Sud sono responsabili dell’85 per cento delle procedure di infrazione emesse dalla Comunità europea nei confronti dell’Italia in tema di acqua. La Calabria spreca il 55 per cento della sua acqua.

Cos’è l’acqua per la Calabria?

Giuseppe Smorto parla di “una narrazione quasi letteraria dell’acqua in Calabria”.
Quinta regione italiana per superficie forestale, ricchissima di acqua sulle montagne, si impoverisce criticamente in un drammatico spreco nel percorso verso le pianure e le coste. La Calabria è, infatti al quarto posto, nella classifica delle regioni italiane, per dispersione idrica.
Il riscaldamento globale si aggiunge ad aggravare una situazione complessa, le condizioni ambientali favoriscono l’acutizzarsi degli incendi di matrice dolosa con le conseguenze note.

Il sistema degli acquedotti calabresi è vetusto: nel sito di Sorical, società mista di gestione delle risorse idriche calabresi, a prevalente capitale pubblico regionale, leggiamo che “la massima parte degli acquedotti sono stati costruiti dalla Cassa per il Mezzogiorno (Casmez) a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso (…). In molti casi vennero realizzati degli schemi infrastrutturali completamente nuovi, in altri vennero riconfigurati, ammodernati e potenziati piccoli acquedotti esistenti, riunificandoli in opere più grandi e meglio strutturate”.

Smorto ha raccontato che all’attivazione della Diga del Menta (che si trova nel Parco Nazionale dell’Aspromonte), l’aumento della portata dell’acqua aveva causato significativi problemi alle tubazioni. L’aggiornamento della rete idrica è una delle priorità/urgenze della Calabria che si è trovata, in più occasioni, a causa dell’inesistente razionalizzazione della distribuzione idrica, a dover scegliere, durante i picchi d’uso stagionali, se approvvigionare d’acqua i turisti o irrigare le coltivazioni agricole.
Migliorare la rete idrica, dotare la regione di un numero adeguato e ben funzionante di termovalorizzatori sono opportunità reali di rilancio della Calabria, emergenze silenziose e permanenti che esigerebbero interventi immediati”.

CONNESSIONI: PORTI – CALABRIA – MEDITERRANEO

Leggiamo nel sito di Ispi che, nell’attuale contesto geopolitico, un’importanza crescente stanno assumendo i porti, intesi non solo e non più come terminali di rotte commerciali, ma anche come fattore strategico di un paese che dal mare si proietta verso il mondo.

La Calabria ha 800 chilometri di costa e 39 porti. Il più grande porto calabrese (e del Mediterraneo per transhipment), è quello di Gioia Tauro e la Regione Calabria ha investito, negli ultimi anni, 24 milioni di euro per la valorizzazione e il recupero della portualità turistica.

Smorto osserva che i porti turistici sono ancora pochi, al momento, e ci sono zone molto estese che non hanno approdi. Racconta dell’esperienza virtuosa del porto di Cetraro, che era quasi abbandonato ed è stato recuperato e rifunzionalizzato, aprendo eccellenti prospettive turistiche.
Ma è sul porto di Gioia Tauro che Smorto concentra il suo interesse: “non ha rapporti con il territorio, è come se fosse un’isola, il trasporto via rotaia delle merci è lento, non è competitivo.
La zona del retroporto, ideale per lo sviluppo di attività di trasformazione per il comparto alimentare, per esempio, è vuota.
Non c’è trasferimento dal porto al territorio e questa chiusura impedisce alla Calabria di riavere, in termini di occupazione, di produzione, di ricchezza, quello che al porto ha sacrificato, per gli aspetti ambientali e paesaggistici”.

LA CALABRIA NON È PERDUTA

Smorto ci congeda con un pensiero “ci sono due o tre Italie differenti e, in una di queste, la Calabria, molte cose non funzionano” ma “la Calabria non è perduta” (riprendendo dal suo libro p. 71, 78).
Nonostante il variegato panorama di situazioni negative e dell’isteria politica e mediatica che pare crogiolarsi nel rimestare la melma dello stigma malgoverno + infiltrazioni criminali “la Calabria, per fortuna, è anche altro”.

Mediterranei Invisibile sta rivelando “l’altro” della Calabria.

Grazie di cuore a Giuseppe Smorto per l’ascolto e la condivisione del progetto.

In apertura, porto di Gioia Tauro. Foto ©Salvatore Greco

Pentedattilo-Med-Inv-Salvatore-Greco

IN THE PLACES OF THE SOUTH, MEMORY AND GAZE EXIST IN A RECIPROCAL RELATIONSHIP: ONE REMEMBERS, THE OTHER REVEALS. THE INVISIBLE BECOMES FEELING AND EMOTION, NOT TO BE DISCOVERED, BUT TO BE IMAGINED. PENTEDATTILO AS SEEN BY SALVATORE GRECO

The story of Pentedattilo – the name means “five fingers”, referring to the distinctive rock formation of Mount Calvario overlooking the Ionian coast of Calabria – comes to an end with the earthquake of 1783. Or rather, the earthquake marks the beginning of a long decline that would culminate in the gradual and irreversible abandonment of the village, until, by the 1960s, it had become a ghost town. Yet Pentedattilo’s history stretches back much further. Founded around 640 BC by the Chalcidians, it later became a strategic fortress controlling the Sant’Elia riverbed, a vital route leading into the Aspromonte mountains.

By the end of Roman rule, the passage through the valley was no longer essential to the region’s geopolitical balance. Over the centuries, the village changed hands several times until, in 1686, it was acquired by the Alberti family of marquises.
A bitter feud between the Alberti family and the Abenevoli – the former feudal lords of Pentedattilo – gave rise to a bloody tale of murder and massacre, fueled by what was ostensibly a romantic rivalry.
From this story emerged the village’s dark legend: one day, the immense hand-shaped rock with its five stone fingers would come crashing down upon humanity, punishing it for its thirst for blood. Then came the earthquake of 1783, followed by decline, decay, and abandonment. The end.

The end? Not quite.
Pentedattilo remains a place of extraordinary beauty and fascination – not only for the stories history has preserved, but above all for what is invisible, lost, or concealed.
Its enduring allure was captured by Maurits Cornelis Escher, whose deep fascination with Italy and the Mediterranean led him to immortalize Pentedattilo, bringing its image to audiences around the world through his exhibitions.

M. C. Escher, Pentedattilo, Calabria, 1930, litography. Private collection, Italy.

Salvatore Greco renders, through a visual language, painterly impressions of places in the form of writing – at times as delicate as a watercolor, at others as stark as an engraving, and elsewhere as powerful as an oil painting. He reveals not only what lies hidden, but also what no longer exists and can return only through a vision in which memory and imagination blend with colors and scents, the harshness of the wind, and the sorrow of a lost identity.

 

THE PERIPLUS OF THE ROCK AND THE SHEPHERDESS by Salvatore Greco

It had been only a short time – or perhaps many years. I no longer knew; perhaps it was the fault of some pandemic? 
At last, I could break through that frame and step into that metaphysical image which, like a relic, had long presided over the formal sitting room of our house, proudly displayed by my father to visiting guests from afar. Only in later life did I realize that it was a reproduction of an engraving by Maurits Cornelis Escher. I was delighted by the discovery, for it confirmed that the vision before me was neither fantastical or hallucinatory.
At last, I would go beyond the icon, beyond the two-dimensional image I had known through countless readings and the worn, low-resolution pages of the web, which over the years I had consulted in an effort to reclaim my own personal fragment of Calabrian-ness – I hope not in its merely picturesque form.
For a few moments I stood there, hesitant before the scene. Then I pulled my old SLR camera from its case and began shooting photograph after photograph, moving chaotically up and down through its deserted wrinkles and among the ruins of its clinging houses.
Pergolas, wide-open doorways, reed partitions, peeling plaster, walls once painted in bold fresco colors now faded and weary, inscriptions and drawings almost primitive in their simplicity, weathered rooftops, roadside shrines, water cisterns, and tiny hanging gardens. Yet I was not an Asian tourist rushing through Italy on a whirlwind visit; time was not something I lacked.

I was welcomed by the broad, rounded limewashed wall of the little square beside the church, commanding a sweeping view. I lit my first cigarette, put my camera away, and sat down to reflect. Two red chairs and a small table stood there, in the middle of a charming public space with no urban furnishings at all.

A settlement with no cardo or decumanus, its layout shaped simply by the descending contours of the site’s topography.
I entered the church, which had stood abandoned for many years.
The inscription engraved on a commemorative stone, surmounted by the heraldic coat of arms of the Alberti family, lords of the fortress, records that, after the era of the Greek Rite, the first priest to celebrate the liturgy in Latin in this church was Don Domenico Toscano of Bova, in 1655.

From the Greek protopapal church to the Latin archpriestly church: a historical transition to be commemorated? Or a sign of the inexorable loss of awareness of one’s own identity!

That natural stronghold seemed to come tumbling down upon me, and the holes carved by time into the reddish sandstone wall appeared like deep eyes staring at me, constantly changing expression.
What humility there was in that tangle of narrow lanes – the houses, each one different from the next, and yet all together in harmony with the landscape. Torn and weathered dwellings that had once contained simple things; inhabitants devoted to the hearth, the vegetable garden, the pig, and the church. A minimalism born of necessity, not a comforting disguise for an unconscious euthanasia – a representation masked as a contemporary trend, where many stylized houses, lacking even the smell of a simple sauté, are inhabited only by diligent domestic helpers.

The old inhabitants had turned themselves into master builders, architects and perhaps something even more!
It was already ten o’clock in the morning, and the sun was beginning to make its beneficial presence felt. I had an appointment to keep! So, in order to move more quickly, I decided to take another path, a shorter one, and thus discover the B side of that island of stone, amidst the early unfolding of spring. I set off along a lonely trail, my gaze constantly shifting between the seaward horizon, stretching as far as Sicily – the Messina coastline and beyond – to the volcano of Schizzo, and the to Mount Etnam ever closer, its snow-covered summit contrasting with that foreground of scorched earth, dotted with prickly pears, agaves, and wild fennel. Above it all, the rock face grew increasingly imposing.
At a certain point, I left the path and made my way through, searching for unusual encounters. Among ears of grain turning golden and the prickly, brightly colored thistles, they did not keep me waiting!

An old Calabrian folk song sang:

Iu fici vutu di fari ‘ncastellu,
cridendu ch’era iu lu castellanu.
Doppu chi lu fici artu e puru bellu,
la pinna mi pigghiaru di la manu.
Restai comu lu pitturi senza pennellu
comu lu notaru senza pinna a manu.

A small abandoned dwelling, with a flat, walkable roof and an almond tree casting its shadow across the sunlit wall, profoundly different from all those I had encountered before, with their traditional terracotta-tiled roofs. A modern volume, a “white box” weathered by time, immersed in a tall carpet of spontaneous colors, reflected in the silent and primitive charm of this place. The majestic presence of the rock face in the background created a world apart from everything else. Simply akin to many traditional Mediterranean architectures, freed from the constraints of a floor plan dictated by the roof.

This comforted me and once again confirmed the power of the near and the distant, of the great and the small landscape, capable of resolving any stylistic dispute. I resumed walking in a state of rapture, losing myself without fear, with intangible thoughts beneath the shadow of the rock. In the distance, I caught sight of a small wayside shrine; the path I had left behind had to be somewhere nearby.

Almost without realizing it, as if by magic, I found myself at our meeting place.
Rossella, the shepherdess – the last inhabitant, the Etruscan guardian of the land of the Greeks of Calabria – was there waiting for me, busy with her daily chores. She spoke only a few words, simple yet profound, and in just ten minutes she told me the story of her life!
As a young woman, she had left her hometown of Viterbo to settle in this corner of paradise in Calabria. Sacrifice and hardship were written across her ever-smiling face, along with a wisdom drawn from this ancient land. As she spoke about her goats and her plans, she seemed to carry with her the rich aroma of freshly baked bread. Later, we found ourselves seated around the table. The simple dishes revealed ancient rituals, carrying us back through time to our Greek roots. Eating ultil we were full seemed almost like a way of dispelling the memory of the many years marked by want and hardship – years endured, despite everything, with unwavering spirit and quiet dignity.

A rusted tourist sign recounted the well-known and bloody tale of what had happened on Easter night in 1686: the Alberti and the Abenavoli, a local version of the Montagues and the Capulets. Around those years came the first abandonment of the village, as the farmers gradually moved down toward the coast.
As I climbed toward the fortress, it felt as though I was creating that landscape myself – though who knows how many had done the same before me. Marcovaldo, his wife Domitilla, and their four children – Michelino, Teresa, Pietruccio, and Filippetto – had gone before me, seeking nothing more than clean, wholesome air.

Over fresh primosale cheese and talk of workaway, we chatted for what felt like an endless stretch of time. Before we parted, with the promise of meeting again, she gave me remarkably precise directions – not to a destination, but to the landscape itself. I had completed the circuit of the monolith. Still wandering through that maze of narrow alleyways, I sat down to rest, just long enough to enjoy a well-earned cigarette. Then an irresistible urge drew me upward, toward the summit of the rock – a climb of about two hundred metres to its seemingly inaccessible peak – passing so close to the majolica-clad bell tower of the Church of Saints Peter and Paul that it felt as though I were walking through it. The last remaining ruin of the fortress still bore, set into its gateway, an apotropaic mask, poised to ward off evil spirits and malevolent souls.

Reaching the summit of the rock was a foundational act, meaningful both physically and symbolically – almost transcendent. As I climbed, I found myself thinking of that magnificent testimony immortalized by Petrarch in his famous Letter of Mount Ventoux, one of the few lessons that had become indelibly etched in both my heart and my mind. Our own national pride has its conquest of Ventoux, too – that of the Pirate, Marco, the great champion, cherished and then abandoned.
At last, the summit. Amid the ruins of the final castle, everything seemed to have been foretold. From that lofty vantage point, my gaze wandered all the way to the coast, allowing me to read the different movements of that radiant composition.
A dwelling place of the wind, overlooked even byPaolo Rumiz in his travels. Was I standing before yet another monochrome Guernica? But there had been no civil war here. Catastrophic floods, earthquakes, and human neglect had woven yet another tapestry. All these parallels compelled me to look beyond what already been said, beyond what was merely visible, with my eyes open.

I climbed even higher and, with some effort, reached a narrow ridge. The exertion was more than rewarded by the view: I stood as the undisputed master above the ruined rooftops of the village, with the cemetery on the nearby hill and the replica of the town just a stone’s throw away.
Was this a compensatory, consoling landscape, or a critical reflection on my urban life?
Yet, in that very same scene, observed sup close, I had also come face to face with its other side: environmental fragility, the age-old culture of emergency, the very “sfasciume pendulo” (“hanging landslide”) so incisively described by Giustino Fortunato.

Unchecked modern human intervention had, fortunately only in limited areas, caused more damage than all the catastrophic natural events mentioned above. This restless land, lying at the convergence of no fewer than three tectonic plates, has historically condemned those who inhabited it. To complete the picture came social and urban decay, dark forces, desecration, stark contradictions, a memory stripped of depth, a Desert of the Tartars.
Italy is certainly not lacking in stone ruins and monuments, yet here the setting is not merely a backdrop or a preserved stage. The sky, the scent carried by the wind, and the vibrant colours of the endemic vegetation burst forth in an explosion of light, colour, and fragrance.

The various species of succulents seemed to heal the soul, as did the unique specimens of Centaurea and Allium pentadactyli.
The Valley of the Orchids, which I had previously crossed almost absentmindedly, revealed itself as a wordless vignette.
The Annà and Sant’Elia fiumare embraced th3e rocky outcrop in an erosive embrace, tracing sweeping lines of perspective that rose from the coastline and faded into the foothills of the Aspromonte.

At last, I had the opportunity to experience silence – an overwhelming, defining silence – and a solitude, without having to validate a single ticket.
They say that solitude is the exclusive privilege of kings. Hundreds, perhaps thousands, of sovereigns inhabited that landscape. I had not been alone; unseen green eyes had accompanied me.
To compare tha vertical, resonant silence with the other – the insidious, invisible silence of holidays in the city – filled me with anxiety. It had become at once an imperative, a poem, and a tragedy. I could no longer take photographs.

Faced with that overwhelming impression, the old university debates of the Ibrido group began pounding in my mind, together with the teachings of Franco – the white-haired master from Rome, a mento at once quiet and thunderous in the way he described the Calabrian character.
“A lucid intelligence coexisting with a courageous yet anarchic spirit, deeply individualistic, veiled in pessimism and melancholy…The Calabrian landscape always possesses a profound breadth of vision, even when it fails”.

Now, my companions on the Invisible Mediterraneans journey felt closer than I could ever have imagined. I even had the impression of seeing Ernesto running along the path just below me, Mario, Stefano, and Massimiliano scouting ahead with their tripods slung over their shoulders, while the others – and the Captain – sat in the shade of a vine-covered pergola, absorbed in  conversation as they looked out over the landscape.

Meanwhile, the sun was beginning to set behind me – an unfamiliar experience – and as darkness gradually took hold, my imagination prevented me from wishing that this land might one day become the backdrop for a vas scenic and tourist industry, where its true values and meanings could be altered and trivialized.
The market economy: attracting investors, the newly wealthy – perhaps from abroad – as the overriding priority. But were we not the first investors ourselves? And what had become of our shared projects?
Gone were the days when Totò and Peppino could sell the Trevi Fountain to the unsuspecting Mr.Caciocavallo.
How many brightly colored renderings, all born of the same mediocre “copy and paste,” promoting the real-estate sell-off of mouldering cardboard metropolises. In the dendrochronology of the city, within its outermost rings still waiting to be mended, many had already discerned the grey omen of an unfinished modernity, foretold in the urban  still life and metaphysical landscapes of the Futurist Sironi Mario.

The night of 16 April 1686 was undoubtedly significant for this scene, yet the approaching night carried its own importance as well, together with all the fragments of a longed-for anthropological rebirth, both physical and spiritual.
Festivals and cultural associations – the lifeblood of a suffering body. It is true that, in this land, everything is said to move slowly, “as at the extremities of an organism,” as Saverio Strati wrote. Yet, at times, this very slowness can become a virtue. What is needed is to give voice and vitality to the individual through a coherent contextual logic, within a collective resonance stretching from the archaic to the postmodern – an authentic “butterfly effect” – freeing ourselves from outdated systems that had bred harmful “landscape parasites”.
From up there, it was not difficult for me to imagine the village as it had once been, its memories grafted onto the tales of the Etruscan shepherdess. The clatter of horses’ hooves, pot-bellied dignitaries, barefoot souls, rumbling carts, echoes of distant voices, the sound of ceramelle (traditional reed pipes, the tinkling of cattle bells, walls whitewashed with ricotta, men and animals sharing the same byre, the cries of itinerant vendors, the parish priest in his triple role, the schoolmaster and the doctor, days without polish or pretence, the scent of baking bread, hermitages, propitiatory bonfires, processions of saints, foundation rites, a silenced culture, river torrents both healing and destructive – all of it flowed before me as swiftly as the closing credits of a film just watched.

Several hours had passed, and I remained motionless, awaiting the slow sunset over the rugged mountains, my back turned and silhouetted against the light, gazing towards the coast. Suddenly, I thought I was the “Wanderer,” the emblem of the most romantic vision in painting.

Was I delirious?

The limits of human mist were now set against the grandeur of nature. Without a moment to catch my breath, subjective feelings collided with objective sensations. I searched for explanations – or was it simply the intoxication of solitude?
Forgive me, excuse the many quotations scattered along this arduous journey. Believe me, I display them not out of vanity, but as crutches, as steadfast anchors, supporting a long and difficult self-taught moral journey. They were teaching me how to signal before overtaking – and above all, how to say no to myself first.
Before returning, I realized that I had not been alone. A small lizard had spent much of that time motionless beside me, keeping me company in a kind of contemplative ecstasy. I said goodbye to it and made an appointment for our next encounter.  

Photographic reportage by Salvatore Greco.

Wanderer above the Sea of Fog. Oil on canvas by Caspar David Friedrich, 1818.

 

 

 

Dettagli allegato 200919_Mediterranei-Invisibili_∏Stefano-Anzini Ponte sullo Stretto

IL SUD DEVE COMPRENDERE SE STESSO E LE SUE VOCAZIONI. E L’ITALIA TUTTA DEVE RENDERSI CONTO CHE SENZA UN SUD FORTE CONTINUERÀ A SEGNARE IL PASSO: È UNA QUESTIONE DI GEOPOLITICA con Laura Pavia

Laura Pavia, architetto e docente a contratto all’Università della Basilicata è una delle anime del progetto Rigenerare a Sud/Rigenerare il Sud e ha le idee chiare sulle vie da intraprendere per trasformare il Meridione in un centro propulsivo per l’economia. La sua visione è lucida e rovescia la prospettiva: il Paese riparte solo se riparte il Sud.

Non scherziamo sull’argomento infrastrutture: sono necessarie, non c’è un’alternativa possibile pena la recessione e la stagnazione. E serve il Ponte sullo Stretto.
Un esordio deciso quello di Laura che ha partecipato per la prima volta a Mediterranei Invisibili quest’anno.

Laura Pavia con Alfonso Femia in Mediterranei Invisibili – Viaggio nello Stretto III, talk del 19 settembre 2020. Fotografia di Stefano Anzini.


Ci sono, al Sud, regioni con sofferenze infrastrutturali acute e regioni che stanno un po’ meglio, grazie anche alla loro collocazione geografica ma, al di là dei casi specifici, costruire le connessioni fisiche necessarie, salvaguardando gli aspetti ambientali e paesaggistici, è fondamentale per lo sviluppo. Non attivarsi in tal senso esprime solo la volontà negativa di tenere il meridione sempre un passo indietro.
Dissesto idrogeologico, complessità morfologiche del territorio sono ostacoli superabili: l’Italia ha i migliori ingegneri e le migliori tecnologie, tanto che esporta questa cultura tecnica in tutto il mondo dai primi anni del secolo scorso e ha contribuito a costruire ponti, dighe e strade nelle situazioni geografiche più improbabili.
Ora avremmo a disposizione anche i soldi del Recovery Fund.
Eppure, si continua a procrastinare, prima di tutto sul tema del Ponte. Il Governo, nella figura dell’attuale Ministro per il Sud e per la coesione territoriale, Giuseppe Provenzano, si è espresso chiaramente “Il ponte non è finanziabile e i tempi sono incompatibili con quelli del Recovery Fund”.
Provenzano sostiene che le priorità siano altre, per esempio l’Alta Velocità per la Calabria e la Sicilia, che potrebbero garantire una mobilità quotidiana dignitosa ai cittadini. 
Ma stiamo parlando di tre chilometri di ponte: non costruirlo, nel 2020, significa tenere il Sud un passo indietro.
E l’Italia ferma.


Il Ponte non serve (solo) a collegare la Sicilia con l’Italia. Bisogna allargare lo sguardo: per esempio, chi continua ad avvantaggiarsi delle lacune infrastrutturali del nostro meridione è il porto di Rotterdam. Va detto che c’è anche un triste aspetto campanilistico nazionale, Genova e Trieste non vogliono perdere primati e potere economico sulla piazza europea. Abbiamo la possibilità di riattribuire alla Sicilia (e all’Italia) il ruolo di vera frontiera del Mediterraneo, considerando anche la stretta correlazione con il Canale di Sicilia (che gli inglesi chiamano sbrigativamente Stretto di Sicilia) tra Italia e nord-Africa, sensibilissima zona su diversi fronti: militare, commerciale ed economico per le connessioni energetiche e digitali.
Continuare a leggere il valore del Ponte sullo Stretto di Messina esclusivamente come passaggio tra Calabria e Sicilia rivela una grave miopia geopolitica.
Il Mediterraneo della Sicilia non è neppure un tema solo europeo, ma internazionale, mai così importante come in questo momento storico: riprendendo un’affermazione dell’ammiraglio Mario Rino Me, in un articolo di Limes, Africa e medio-Oriente, i commerci cinesi e le manovre russe “materializzano nel Mare Nostrum una competizione fra imperi simile al Great Game ottocentesco fra Mosca e Londra”.
Questo per chiarire che la domanda giusta da porsi non è se costruire il Ponte, ma come farlo nel tempo più veloce possibile.


Poi ci sono altre considerazioni, ad ambito più circoscritto, nazionale ed europeo: per esempio, l’alta velocità finisce praticamente a Roma (Napoli); c’è un tratto della linea adriatica ferroviaria, tra Termoli e Lesina, che è ancora a binario unico, dai tempi di Vittorio Emanuele II.
Da Bari a Reggio Calabria il tempo medio di percorrenza in treno è di quasi 10 ore, per coprire 350 chilometri.
Ecco, dunque, perché il Sud come luogo di investimento è logisticamente poco appetibile ed economicamente insostenibile.
Di nuovo il problema non è (solo) meridionale, ma dell’Italia tutto che si propone smezzata agli investitori internazionali con una potenzialità inattiva e impedente dello sviluppo nazionale.
Un’Italia a due velocità non può più funzionare nel 2020, … se mai ha funzionato.
La Puglia è l’esempio di quello che il Sud può fare e dare all’Italia; si è completamente rinnovata attraverso una politica generativa, affrancandosi dagli stereotipi secolari, mettendo a punto programmi che si proiettano di vent’anni avanti (il qui e ora non ha senso), attivando la straordinaria risorsa delle nuove generazioni e puntando sulla dimensione reale del territorio: la cultura, l’agricoltura e il turismo.
Un’operazione diversa nei contenuti, ma simile nei processi, è stata quella che ha visto Matera protagonista nel 2019 come Capitale Europea della Cultura: la città della vergogna dei Sassi è tornata a credere in se stessa e nel valore millenario della sua identità.

Sul tema degli stereotipi … il Sud è mafia e malavita. Di recente Emiliano Morreale ha pubblicato una storia a fumetti dal titolo “La mafia immaginaria. Settant’anni di Cosa Nostra al cinema”, in cui racconta come la mafia siciliana sia stata protagonista “di decine di film e di fiction televisive, con un corredo riconoscibile e stereotipato di personaggi, situazioni, immagini: un codice che si è sovrapposto agli eventi storici, li ha modellati e ne ha influenzato la percezione”. Si tratta di un modello negativo non solo sul piano culturale, ma soprattutto su quello dell’economia reale. Qual è il tuo pensiero a riguardo?
C’è la storia. E poi c’è un tema di attualità in cui risulta molto facile colpevolizzare il Sud, assegnandogli l’etichetta di “mafia”, come se, anche oggi, la responsabilità fosse solo nostra.
Mafia e ‘ndrangheta colonizzano anche i territori lombardi o veneti o piemontesi, e riescono a farlo perché trovano terreno fertile, cioè soggetti importanti per capacità economica, disposti ad accogliere dinamiche illegali e a integrarle nei processi di sviluppo, talvolta apparentemente virtuosi.
Il pregiudizio è radicato e sembra ancora molto lungo il cammino da compiere per estirparlo.

Fotografia di Stefano Anzini.


Cosa può accelerare lo sviluppo del Sud e offrire un punto di partenza aggiornato e più forte come piattaforma di rilancio globale? Intendo nell’attesa che si costruiscano ponti e strade e si attivino le politiche generative di cui abbiamo parlato?
Un tema importante e che mi è particolarmente caro è quello dell’università.
Penso che molte città del Sud potrebbero trasformarsi in città universitarie, creando uno straordinario indotto, composto dai ricercatori e dai fuori sede italiani e internazionali (Covid a parte). La città di Taranto, per esempio, nel suo centro storico ospita ben tre sedi universitarie, oltre le altre sei dislocate nella città nuova. Se Taranto, gravata da problemi enormi legati alla sua zona industriale, riuscisse ad implementare i servizi ad esse connessi, seguendo l’esempio di città come Urbino o Trento, potrebbe contribuire all’importante processo di rinnovamento e di rigenerazione urbana che in questo momento sta interessando non solo il centro storico, ma anche l’intera città.
Investimenti mirati in comunicazione, un minimo potenziamento e razionalizzazione dei voli aerei, potrebbero realmente rendere attraente e culturalmente prestigioso studiare dove c’è tanta storia e tanta cultura, tanta architettura, tanta arte e tanto paesaggio.
Il problema storico delle università del Sud è quello dei finanziamenti. Ricevono una minor quota di finanziamenti e questa “sete perenne” di denaro frena gli investimenti sulla ricerca. Non si possono importare ricercatori perché non ci sono le condizioni economiche al contorno, ma continua l’emorragia delle intelligenze locali che preferiscono spostarsi al nord o all’estero.
E al Sud, spesso, mancano gli investimenti privati che potrebbero compensare le lacune pubbliche, semplicemente perché non c’è industria.
Il Sud non ha mai avuto una vocazione industriale, qualsiasi tentativo fatto, in passato, è stato una forzatura, un calare dall’alto decisioni calibrate non sui bisogni reali, ma su necessità immaginate da parte degli amministratori, spesso non da quelli locali, ma dal Governo centrale.

Da dove partire, allora, per ribaltare lo scenario meridionale?
È la narrazione che genera prima la visione e poi il progetto. Occorre partire dal racconto di luoghi, paesaggi, persone, esattamente come fa Mediterranei Invisibili e come fa l’Università della Basilicata con il progetto Rigenerare a Sud/Rigenerare il Sud.
Spesso quando indaghiamo nei territori del Sud, nei paesi e nelle piccole città, nei borghi, ci sentiamo chiedere “perché siete qui, se qui non c’è nulla?”.
È una condizione ricorrente nel Sud e in tutti i Sud del mondo l’incapacità di vedere architettura, ambiente e paesaggi a casa propria.

La pandemia è stata l’occasione per organizzare un ciclo di seminari online, nati da un’idea mia e di Ina Macaione, per il Laboratorio di Fenomenologia dell’Architettura di Matera. Abbiamo avvertito l’esigenza di dare voce a tante esperienze importanti di rigenerazione urbana in atto nel Sud, portate avanti da persone del Sud, che però ci apparivano isolate e distanti fra loro. Nella consapevolezza che non parlare di qualcosa equivale a ignorarla e a condannarla all’oblio, in più di quarantacinque seminari abbiamo dialogato con docenti, ricercatori, studenti, professionisti, amministratori, associazioni e liberi cittadini. Da questo lungo e anche faticoso racconto, è emersa tutta la ricchezza e la vitalità di un Sud che è attivo, si impegna sul campo e vuole costruire una rete di relazioni, conoscenze, abilità ed esperienze che sono strettamente legate alle peculiarità dei territori del Sud. Rigenerare a Sud/Rigenerare il Sud indica con chiarezza una strategia d’azione: senza il coinvolgimento e la partecipazione diretta dei cittadini che vivono nel Meridione non è possibile avviare percorsi di rigenerazione del territorio urbano. Soprattutto, non è possibile quel racconto che cambia lo sguardo su se stessi e sull’intorno e che genera l’amore verso i territori e il desiderio di restare o tornare al Sud.

Le esperienze raccontate in questo ciclo di seminari saranno a breve pubblicate in un Atlante della rigenerazione urbana a Sud, un’opera aperta, uno sguardo attivo sul Meridione che speriamo sia solo l’inizio di lungo percorso di condivisione e collaborazione con tutti i rigeneratori del Sud.

Per trovare il progetto Rigenerare a Sud/Rigenerare il Sud nei Social:
instagram: rigenerareasud_rigenerareilsud
facebook: Rigenerare a Sud / Rigenerare il Sud
youtube: Nature City Lab

La foto in apertura è di Stefano Anzini.


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THE DESIRE FOR CULTURE, NOT JUST SEA AND NOT JUST TOURISM. THE LOCAL POPULATION AS THE KEY TO REVITALIZING THE TERRITORY. EVERYTHING THE SOUTH CAN OFFER with Caterina Limardo

Caterina Limardo is one of the driving forces behind Zabut International Animated Short-film Festival, an international animated short film festival that, over the course of just a few editions, has become an important point of reference for professionals, enthustiasts, and general audiences alike. Caterina speaks about a Sicily where beauty reveals itself through film culture, people’s participation, and the places themselves.

Caterina Limardo during the talk of Invisible Mediterranean(s)-Journey Across the Strait III on 18 September 2020. Photo by Stefano Anzini

The South and beauty: a widely pairing, just like the South and the sea, or the South and food. Therefore, by syllogism, the beauty of Southern Italy could become the driving force behind its revival.
It sounds simple, but labels can be dangerous.
And they are dangerous for the local population. Sea, food, landscape… the charm of this “touristic beauty” certainly does not lose its visual appeal when visitors fade away and the beach season ends, but what disappears is the energy and intensity of the people who truly bring these places to life.
Those of us who live in the South in November just as we do in August often feel trapped in a cul-de-sac: we consume all our possibilities at the entrance of summer, only to find ourselves, season after season, facing the same wall. We turn back and begin again. Even beneath the sun and in front of the magnificent Sicilian sea, one can experience alienation. In the South, the same opportunities for life that exist in Milan or any other Italian city can–and must–emerge.
The opportunities are there; it is a matter of searching for them with care and determination. They are not always immediately visible. And yes…it is harder work.
The Zabut project is a work in progress born from the shared interests and passion of a group of friends. But it is much more than that. It is connected to the desire to be present as individuals and as people deeply tied to their places, with the dual ambition of personal growth and the growth of the territory itself. Because if a place, a town, becomes beautiful for those who live there all year round, it will become even more attractive to tourists. This is kind of a beauty that does not live off scenic landscapes, architecture, or monuments alone, but off personal commitment, culture, and innovation in content.

Photo by Caterina Limardo.

Zabut was founded in 2016 in the historic center of Savoca, one of “The Most Beautiful Villages in Italy”. In 2019, the festival moved to the municipality of Santa Teresa di Riva, which was held the “Blue Flag” designation since 2017. Above all, Zabut is an event that, during the days of the festival, creates a connection between a place and a community, between people and locations, becoming a space for cultural participation with a fascinating and welcoming atmosphere.
On the Ionian coast, we are constantly searching for new inspiration, and Zabut is the result of our desire to create and take action.
Today, the project is ready for a further leap in quality that would allow it to stand alongside the most important international festivals, although the difficulties caused by the pandemic throughout 2020 have made this path more complicated.
In that unusual August marked by a temporary respite from coronavirus, yet also by an anxious uncertainty about the future, 150 people attended the screenings each evening of the festival. This number cannot compare with attendance in previous years (450 per evening in 2019), but it demonstrates even more convincingly the public’s desire to listen, their curiosity, and their longing for beauty – in our case, through cinema.
The short films – 450 in total – arrived from 62 different countries, a sign that, in an era when distances are shrinking, international reach is already, to some extent, an achieved goal. 
We are ambitious about growing further: first throughout neighboring territories, then across Italy, and eventually throughout Europe and the world. It is an ambition we can fulfil, beginning with the willingness of the local population to participate.
The festival is supported by the Municipality of Santa Teresa di Riva, by a group of private sponsors, and is patronized, among others, by the University of Catania, the University of Messina, and the Academy of Fine Arts of Palermo.
Beyond the many challenges we face – one above all being that access to most public funding calls requires advance payment of expenses, in addition to the paralysis caused by the spread of COVID-19 – we still have many ideas.
We would like Zabut to grow while remaining deeply connected to Sicily and without losing its identity, and we hope to attract institutional interest at a national level.
We are aware that bringing people to Santa Teresa di Riva is more difficult. But then again, bringing people to Taormina was – and still is – difficult as well.
We would like to overcome this “territorial limit” and be able to invite guests and jurors from outside Italy. At present, this limitation is due not only to inadequate infrastructure, but above all to the difficulty of securing greater financial resources.

We would also like to fight, through Zabut, against that stereotypical idea of Sicily still associated with the mafia and organized crime. In some ways, we ourselves still indulge in our past, even in its negative historical memory: in the souvenir shops of Savoca, for example – the village where several scenes from The Godfather were filmed – shops sell gun-shaped mugs as souvenirs…
Sicily has, for the most part, freed itself from that reality, but I do not believe that other Italian regions, including those in the North, are untouched by infiltration from the ‘Ndrangheta and the mafia.
The theme of the mafia has become a kind of folklore that feeds itself through the approval of mass tourism. Yet this carries a negative weight, limiting and undermining trust in these territories. As a result, those who come from elsewhere continue to judge these places through the filter of mafia-related memories and stereotypes.

Photo by Caterina Limardo

What is the way to free the South from the South itself?
First of all, by distancing ourselves from stereotypes.
And then by becoming aware that our place of life is slower than that of Nourthern Italy. This is not necessarily a negative thing. But we must not lose ourselves in it or leave things unfinished. Otherwise, we will never truly move beyond the “South”.

The opening photo is by Stefano Anzini.

 

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THE BRIDGE ACROSS THE STRAIT AND THE RECOVERY FUND, ANGELA MERKEL’S PRAISE FOR ITALY AND INVISIBLE MEDITERRANEAN(S): THE CONNECTION EXISTS AND IT IS VISIBLE

Invisible Mediterranean(s) is a permanent project; it does not end with the duration of the Journey. It seeks connections and pathways, nourished by the continuous relationship of interest that the South generates in Italy and across Europe.

Today’s Il Sole 24 Ore published an article about a Mastercard study on  tourism trends in G20 countries.
At the opening of the article, journalist Gianni Rusconi referred to a statement by Angela Merkel who, during a video conference with the ministers-president of the German Länder, described Italy as a country that is not at risk and where it its reasonable to travel. Whether the “Merkel effect” will generate a flow of German tourists – provided coexistence with the virus allows it – remains to be seen.

The Mastercard report highlights a rapidly consolidating trend: “…the way people travel has gradually adapted to the new scenario. Spending on fuel, restaurants, or car and bicycle rentals reflects a growing inclination toward ‘on the road’ and local travel, rediscovering national landscape territories.”

“Invisible Mediterranean(s) – Journey Across the Strait” investigates places and tells unexpected stories with the aim of bringing an end to the sort of cultural oblivion surrounding the lands around the meeting point of the two seas, the Ionian and the Tyrrhenian.
It is a project born from a cultural initiative and private economic commitment, supported by several companies, bringing together research on territories, the enhancement of communities, and a courageous awareness of the difficulties resulting from decades of inadequate policies deaf to real needs.

Mastercard’s research has highlighted what Invisible Mediterranean(s) has been telling for the past three years.

The first two journeys were educational explorations in search of the invisible, within landscape and architecture, but also through the stories of the women and men of the Strait: in 2018 through Reggio Calabria, the Grecanic area with Amendolea and Gallicianò, Filanda Cogliandro, and the Costa Viola; in 2019 through Rosarno in Calabria, Scilla, Gerace, and Messina, in Sicily. A narrative built through dialogue, gathering testimonies and fostering discussion, bringing together the visions of authentically Mediterranean people – different in background, age, and role – who share, even through contradiction, the identity of their territory.
The third journey, in this difficult and painful 2020 (from September 17 to 20), marked a turning point.

Journey Across the Strait 2020. Photo by Stefano Anzini

Many things have changed since previous years.
During the summer, the whole of Southern Italy experienced a revival in tourism. After months of mandatory quarantine to contain the spread of the coronavirus and restrinctions on travel to foreign countries, Calabria and Sicily ranked among the five most visited regions in Italy. This was stated by CNA Turismo together with Eurispes. Visitor numbers far exceeded expectations.

The pandemic generated a flow of interest toward the South, and the South revealed the most exposed part of its territory, arousing attention and curiosity even toward its “invisible” aspects.

The protagonists of the third edition of Invisible Mediterranean(s), even more motivated to express–according to their own sensibilities and without conforming to standardized language–the “invisibility” of their places, celebrated through the journey itself and through debates both the territories–in Sicily, the system of the Ionian valleys of the Peloritani Mountains between Capo Scaletta and Capo Sant’Alesso, and in Calabria, from the Tonnara di Palmi to Gioia Tauro–as well as the strong desire for integration within the European context.

Courageous in denouncing the difficulties – from the lack of infrastructure, to the managerial inconsistencies of urban centers, to the territorial-scale dissonances of the Port of Port of Gioia Tauro, and even the unresolved and painful issue of the ‘Ndrangheta, which undermines strategic planning–many mayors took part in the Invisible Mediterranean(s) talks: Piero Briguglio, mayor of Nizza di Sicilia, Nancy Todaro, deputy mayor of Alì Terme, Natale Rao, mayor of Alì, Giovanni De Luca, mayor of Fiumedinisi, Natia Lucia Basile, councillor for culture of Roccalumera, Rosanna Garufi, councillor for culture of Furci Siculo, Sebastiano Gugliotta, mayor of Pagliara, Giuseppe Briguglio, mayor of Mandanici; Armando Neri, deputy mayor of Reggio Calabria, Giuseppe Ranuccio and Wladimiro Maisano, mayor and councillor of the municipality of Palmi, Aldo Alessio, mayor of Gioia Tauro, Giuseppe Idà, mayor of Rosarno, Andrea Tripodi, mayor of San Ferdinando.

Also in agreement in affirming that the post-pandemic “renaissance” could recalibrate the map of the map of the Strait by relaunching economic investment through culture, tourism, and agriculture, were the presidents of the territorial Orders of Architects: Salvatore Vermiglio for Reggio Calabria and Francesco Miceli for Palermo; together with the “ambassadors” of Invisible Mediterranean(s)–architects active in the territory and holding academic positions at the Universities of Reggio Calabria, Ferrara, and University of Naples Federico II. For Sicily: Gaetano Scarcella and Francesco Messina; for Calabria: Salvatore Greco, Giovanni Multari, Michelangelo Pugliese, and Giovanni Aurino.

In particular, the transit area between Calabria and Sicily, shaped by geography and infrastructural limitations, is dense with uncertainties about the directions to be taken – torn between the desire for expansion and the will to protect an extraordinary heritage. This protection is not about restricting widespread knowledge, which is in fact desirable, but about resisting the vulgarization of low-cost, superficial dissemination.

The issue of the construction of the Bridge across the Strait is interwoven with and cuts across all the other reflections. Also today, an in-depth article in Gazzetta del Sud confirms the exclusion of the bridge project from those eligible for funding under the Recovery Fund, which allocates more than 190 billion euros to Southern Italy, to which are added 123 billion euros in European and national funds through 2030.
The journalist Lucio D’Amico analyses both the criteria for the exclusion and the positive employment effects (citing a study by the Bocconi University in Milan) that the construction of the bridge could have generated in the coming years. But above all, he emphasizes how the Bridge is “the infrastructure that more than any other would bring the South and the Strait area back to the center of national and international politics. And while opinions on the Bridge remain controversial, the issue of restoring the Strait to a central geographical and political position within Southern Europe is, instead, a significant opportunity for the whole country. Precisely the theme of the relationship between the Strait and Europe was the provocation of this third edition of Invisible Mediterranean(s).

We asked mayors, architects and Presidents of Professional Orders which paths should be taken to face the future of these extraordinary places, and to relaunch the country starting from the South, interpreting the Strait of Messina in a European key.
The answer was unanimous: it is possible.
The rigorous (and unsparing) analyses, the concreteness of the statements, and the proposed programmes all describe a territory ready to take off – provided that strategies and actions emerge from below, from communities, rather than being “placebo” measures adminstered by the central government.
Showing attention and listening to the demands expressed by local communities, using European funds and allocating dedicated resources, and aligning interventions with territorial vocations: these are the actions that can drive renewal.

One of the moments of discussion from the third edition of Invisible Mediterranean(s). Photo by Stefano Anzini

In multiple voices, there is a call for the need not to impose a pre-established vision –something that has happened in the past, for example in the mid-1970s, when, within the framework of the special project for the development of infrastructure in the province of Reggio Calabria (CIPE Resolution of 1974), the Port of Gioia Tauro was built. The scale and structural characteristics of the work were determined by its original functional purpose, serving the industrial settlements planned by the Government Authority, which envisaged the creation in Calabria of Italy’s Fifth Steel Centre. In the early 1980s, the construction program came to a halt due to the well-known crisis in the steel sector, which in reality had already begun in the previous decade. The port was therefore converted from an industrial port to a multipurpose one, requiring the redefinition of infrastructure programmes, operational structure, and development plans.
As stated by Giovanni Multari, architect and professor at the University of Naples Federico II: “Gioia Tauro is a geometric center, but also a generator of economic and political meanings. A place of missed strategies and lost opportunities. The Port of Gioia Tauro is a giant facing only the sea, turning its back on the land, because it generates little local impact, is self-sufficient in its function and organization, and is more inclined to look toward the Suez Canal or the Strait of Gibraltar than toward its own plain.”
However, as explained by Giuseppe Idà, mayor of Rosarno “it is also the third in Europe and the largest in Italy for transshipment, the transfer of cargo from one ship to another, usually through unloading and reloading in port; it takes place in hub ports where many shipping lines with different origins and destinations intersect. In the area surrounding the port, the flow of goods and culture intersects and integrates.”
Also, Salvatore Greco, architect and council member of the Order of the Architects of Reggio Calabria, brings the issue of the port back to the territorial scale. “The port is a ZES – a Special Economic Zone – which means that goods are produced and processed there, and trade takes place within the port itself. The lack of adequate rail infrastructure and railway terminals hinders the development of its potential economic spin-offs.”

Supporting the territory means fostering its cultural and tourist vocation.
Once again Salvatore Greco helps frame the issue: “(…) I believe that an extreme form of protection is preferable to misguided interventions or redevelopment solutions that turn villages into something resembling an Indian reservation. That would mean losing wealth, not gaining it, making room for a form of consumption that empties places out – a disposable, use-and-throw away approach to territories. We must encourage a gentle form of tourism, not one that is offensive and arrogant.
A landscape transformed into a postcard panorama becomes aligned with an undifferentiated multitude of postcard landscapes. The danger is that the richness of values may be reduced to a merely temporary purchasing power – and then be lost forever.”
Adds Michelangelo Pugliese, architect and professor at the University of Naples Federico II: “Calabria is a landscape that cannot be trivialized through opportunistic interpretations tied to places, villages, coastlines, or mountains. Beginning with the villages themselves, we are not speaking about idyllic situations, as the term might suggest regardless of context. Often these villages are not only abandoned places, but also devastated by mercilessly ugly construction. Violations that have been committed and, unfortunately, layered over time. The complexity of reinterpreting them also involves the issue of dwelling, which contemporary life has profoundly transformed.”
Not everything can take the traditional tourism paradigm as its model for development, either because there is no spontaneous vocation for it, or because places do not wish to transform themselves in that direction, – explains Gaetano Scarcella, architect on the “Sicilian side.” “For example, the Ring of Nisi is a circular network of paths connecting the four centers of a valley marked by subtle and previously unexplored landscapes, abandoned workshops, agricultural scenery, and scattered monuments. (…) If it makes sense for the revival of a territory to pass also – though not exclusively – through tourism, then it is necessary to find the right and respectful interpretative key, because these are still unexplored places.”

Inaccessibility and the lack of physical infrastructure remain the constant factor – a brake and an obstacle to any hypothesis of development.
Salvatore Vermiglio, president of the Order of the Architects of Reggio Calabria, takes a particularly strong position regarding the Bridge across the Strait of Messina: “A coordinated and parallel project involving both the bridge and the related infrastructure would mean transforming Sicily and Calabria into Europe. Stepping back from the commitment to build the bridge, on the other hand, means remaining still, anchored to that prefabricated vision of Southern Italy, denying its European and global potential. To deny the bridge means to remain invisible. The invisibility of the territory is not a protection of its beauty, but rather damage to its enhancement and dissemination. An effective parallel, in all its harshness and discomfort, is the contrast between expansion and contraction. The risk of contraction is extremely high and, in a global context that tends toward expansion and integration, the danger of permanent exclusion from development processes increases.”

The political attention currently focused on Southern Italy thanks to the Recovery Fund cannot ignore the actual needs of the territory. As Francesco Messina, professor at the University of Ferrara, stated: “There is a total lack of attention from central government toward real needs, and even local politics struggles to understand the priorities.”

Francesco Miceli, president of the Order of Architects of Palermo, broadens the perspective: “Accessibility to the enjoyment of heritage, as well as public spaces, concerns the issue of citizens’ rights. Providing infrastructure to a territory means enabling every individual citizen to access it.
The lack of accessibility represents a denied right to historical and cultural heritage”.

The protection and enhancement of the territories along the Strait cannot be resolved through infrastructure alone: smaller towns and peripheral areas, suspended between a distinct identity and degradation, must become part of a broader project aimed at safeguarding their identity. Explains Miceli: “The connection with the most authentic territory is difficult to preserve for smaller towns: the relationship between urbanity and rurality becomes increasingly complex, to the point of tearing apart and becoming distorted – Palermo is a paradigmatic example of this. The interweaving of agricultural fragments within the outskirts of the consolidated city can become a major resource: these too are invisible places, though invisible in a different way from the hidden invisibility of villages. They are invisibile because people do not wish to look at them, yet they are strategic for rethinking the city – certainly not to transform them into new building developments, but to construct an identity of connection and enhancement. In order not to deny natural sustainability, the intelligence of the place, and to exalt its resilience.”

To the concept of a natural limit impoed by geography is added that of a self-imposed limit, as explained by Messina “Limitation is the truly serious problem of our territorie: the Strait of Messina has a geographical and political specificity, a point of tension between the Italian mainland and the island, a great water square where the distance between the two shores is ‘dialectically’ variable. Invisibility is a limit tied to the difficulty of physical connections between places, a condition that feeds and perpetuates itself through the restraint imposed by a culture of conservation which, through a cognitive distortion, becomes intertwined with certain environmental policies.
Thus, a geographical limit is transformed into a major political limit that discourages development projects and fosters the abandonment of territories surrounded by ever-higher mental walls”.

Territories along the Strait must  – by right – find their place within European geography. To achieve this, suggests Giovanni Multari “Before thinking about new projects, we should first conduct a survey of what already exists – abandoned places and unfinished construction sites. We should involve a network of local enterprises, freeing ourselves from a system governed by a politics of favors that has damaged all of Italy, and Southern Italy in particular.”

The project Invisible Mediterranean(s) was initially conceived with the aim of revealing little-known places – scarcely photographed or narrated. It sought to satisfy a desire for knowledge about a unique part of Italy. Over the course of three years, the project grew and evolved, feeding itself through a deeper understanding of the situations and territories involved, and setting increasingly ambitious goals – foremost among them, transforming the Strait area into a new center of energy for the entire Old Continent.

The opening photo is by Mario Ferrara.

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THE STRAIT OF MESSINA IS NOT MERELY A PHYSICAL PLACE, MADE UP OF LANDSCAPES AND ARCHITECTURE. ACCORDING TO PATRIZIA GIANCOTTI, ITS “TRUE DIMENSION” IS THE IMMATERIAL ONE

An anthropological reading of the Strait of Messina reveals its intangible heritage. Europe’s finis terrae, an inner landscape, a geographical singularity: this is how anthropologist and journalist Patrizia Giancotti outlines the elusive profile of a place rich in meaning. It is a place whose protection should extend beyond the beauty of its landscape to include its “volatile assets” – the intangible cultural treasures that are on the verge of disappearing. 

Patrizia Giancotti recounts that anthropology has been a passion of hers since her youth, when, as a teenager, she would listen to the stories and songs of an elderly aunt from Calabria sitting by the heart, recording and preserving them in written form.

“Anthropology,” she explains, “is also the study and narration of the intangible and the invisible. It provides a textual anchor for cultural heritage that is fading away, sometimes capturing it at the very moment before it disappears.
It is not mere storytelling: it is research, carried out with scientific rigor, and the systematic organization and interpretation of findings.

Your perspective on the Strait of Messina is quite distintive. Many acknowledge the existence of an important intangible heritage there, yet they often only touch upon the subject, preferring the more concrete dimensions of history and culture. What is the immateriality of the Strait?

I believe that, in order to truly understand the Strait, an anthropological approach focused on intangible culture is essential. We are talking about a place that is remote by definition, overlooking a sea marked by a transition between continents.

It is the finis terrae of Europe.

But is it really the end?
Nothing ends at the Strait.

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During his exile in Brancaleone, Cesare Pavese referred to the single-track railway line that still connects Taranto to Reggio Calabria as “la Ferrata”. Photo by Patrizia Giancotti.

If one arrives in the right frame of mind – perhaps at sunset, after a journey across the entire length of Italy – what emerges is not a sense of ending, but rather the sight of an explosive and magnificent elsewhere: a mythical horizon, complete with snow-capped smoking volcanoes, suspended above and continually transforming across this stretch of sea. If anything ends at the Strait, we might say, borrowing the words of Fitzcarraldo as he gazes over the Amazon rainforest: “Here reality ends, and visions begin”.

Etna from Bova Marina point. Photo by Patrizia Giancotti.

By its very nature as both a divider and a connector, the Strait embodies a rite of passage. Between one shore and the other, between the continental mainland and what lies beyond, between one vision of reality and its opposite, one is alternately audience and spectator.
For centuries, this has nourished myth and ignited our imagination. Yet, in many instances, reality surpasses even the myths themselves.

The stories and practices associated with the phenomenon of the Fata Morgana, with oceanic fish, the women who were believed to cut down waterspouts, the She-Wolf, swordfish fishing, the Feast of Saint John bonfires, and the apotropaic tradition of the women of Bagnara Calabra, are also anthropological treasures – living symbolic arsenals, complete with their ritual gestures and practices. They are manifestations of the intangible rooted in the territory: treasures, immaterial extensions, “visions” of the Strait. These elements also serve an important social function: they help stitch together and preserve the bonds between the island and the peninsula.

The She-Wolf, for example, is the name given to the fog that typically forms over the Strait and appears in the sky as an elongated shape, sometimes resembling an animal, causing a dramatic reduction in visibility. From this phenomenon – highly dangerous for navigation and resulting from the Strait’s unique atmospheric and geographical conditions – have emerged stories and legends, traditions, and shared practices found on both shores.

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The “She-Wolf” on the Ionian coast changes shape while preserving the elongated form of the Strait. Photo by Patrizia Giancotti.

The Bonfires of Saint John have long served as a means of communication between the two shores, which share an ancient ritual tradition: the simultaneous lighting of bonfires, similar divinatory practices, nursery rhymes, and gestures of good fortune. Together, these customs testify to the deep and complex bond between Sicily and Calabria – one that has also, at times, been marked by conflict.

It should not be forgotten that the Strait is where Italy’s eastern and western coastlines converge. Here, the two seas – the Ionian and the Tyrrhenian – meet, each with distinct temperatures, marine life, currents, and depths. Flows and currents travel thousands of kilometers along the coasts of the peninsula before confronting one another at this very point, erupting into whirlpools and eddies, their power further intensified by the region’s tectonic forces.

All of this has, throughout history, nourished the myths of the Strait, endowing the place with an aura of mystery as well as a distinctive sense of power, magnetism, and energy. In many ways, it lends an uncanny quality to the cities overlooking its waters and shapes the unique character of the people who inhabit these shores.

The ancient rituals shared by the two shores reveal much about the deep and complex relationship between Sicily and Calabria – a bond that has also, at times, been marked by conflict.

These striking contrasts – between cliffs and abysses, wind and sea – give rise to extraordinary landscapes, stretching from depths of one thousand meters above sea level. These mountains emerged from the sea and still preserve its memory, with fossilized seashells scattered along their trails and the skeleton of a whale discovered at an elevation of 800 metres.

Equally remarkable are the vast, stony fiumare – the seasonal riverbeds characteristic of Calabria –with their silent sentinels: ancient remnants of the past, reclaimed by abandonment until they have become part of the landscape itself. From the rocky heights above them, the gaze extends far across the sea.

Beyond the decay and the concrete, there is this as well.

The Strait possesses a boundless frontier-like dimension, one that inspires a visionary and mysterious form of maieutics – a process of revelation and discovery that emerges through contemplation.

In the end, all of this becomes an inner landscape – something one carries within oneself, and from which it is difficult to remain distant.

The Strait’s intangible heritage is not only difficult to uncover, but also challenging to convey. Patrizia Giancotti explores the people who inhabit these landscapes – and who, in many ways, embody them – in her book Filoxenia …

The Strait’s invisibility also extends to its intangible heritage: a fragile, elusive, almost volatile legacy constantly at risk of disappearing. It is an invaluable cultural inheritance that urgently calls for preservation, documentation, and recognition. This is an anthropological imperative. It is the anthropologist’s task to “capture” this heritage before it fades away, using the tools of the discipline: film cameras, audio recorders, photographic equipment, and other means of documenting what is otherwise destined to vanish.

In Filoxenìa, I explored the landscapes of the Greek-Aspromonte hinterland overlooking the Strait, in search of the ancient meaning of hospitality – of the care for the stranger celebrated in Homeric tradition. Filoxenìa, the love of the outsider, stands as the very opposite of the more familiar concept of xenophobia. To pursue this search, I deliberately reversed the usual perspective, following the road signs that point inland, towards the vertical landscape and the ancient heart of Greek Calabria. 
At the centre of this photographic narrative – poised between travel reportage and ethnographic research – are the people I encountered along the way: shepherds tuning the bells of their goats, guardians of the Greek language of Calabria, traditional dance masters, women preparing zippuli, scholars of Byzantine culture, musicians, elderly women who preserve ancestral knowledge, and young girls proud to call themselves Calabrian. Together, they become luminous points in an intimate geography overlooking the Strait.

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How can the slow time of invisibility and immateriality be reconciled with the accelerated pace of contemporary life?

During my long anthropological research among the peoples of the Amazon, I came to realize that there are places where it seems both more realistic and more fruitful to bring the ancient and the hypermodern into dialogue, allowing each to enrich the other. This is not about indulging in nostalgia or imagining that the past was somehow better. Our own agro-pastoral past, for instance, was also marked by hardship, injustice, and inequality.

It is up to us to discern what within traditional culture can still be useful and inspiring in improving our lives, in light of today’s renewed awareness, and what is better left buried once and for all.

Can the safeguarding of such a singular experience find a home in museums?

To cease being mere repositories of dusty, dying objects – condemned to the loss of their social function – the museum must learn to tell the story of a community. Indeed, it must become a tool for community cohesion, a device through which the community itself recognizes and expresses itself: a living, articulate, and active form of memory, where objects, when present, are allowed to become spokespersons.

A museum must know how to communicate, involve, and move people, engaging new generationms to the point of making them active participants in the narrative. It must also be capable of using new technologies, but only insofar as they serve this purpose with humility and precision.

Certain values – our relationship with nature, seasonality, knowledge of the land and its plants, and above all the sense of community – are precious resources for improving contemporary life. They strengthen awareness and a sense of humanity, giving value to shared existence, to the feeling of being active, living, and even transformative agents within our surroundings.

In the Strait, I imagine a “narrating museum”: a weaving of faces and voices, of images and speaking objects, of Sirens, the Fata Morgana mirage, and women who “cut” waterspouts; stories of fishing and crossings, ritual specialists, songs, testimonies, living communities. An anthropological task force of students engaged in research and recovery of what is being lost; a fluid, evolving, immersive and open experience; a collecting device for those who wish to take part. Its aim would be not only to give value to all this, but also to capture, entangle, and draw the visitor into the “vision” of the invisible.

Photo by Patrizia Giancotti.

Opening: The shadow of Patrizia Giancotti on the Amendolea River, from the book Filoxenìa. Photo by  the author.

Patrizia Giancotti, born in Turin to Calabrian parents, is an anthropologist, photographer, and writer. She teaches anthropology at the Academy of Fine Arts in Reggio Calabria. She is also an author and broadcaster for Rai Radio 3, and has published more than one hundred reportage pieces in major magazines, as well as produced over fifty photographic exhibitions in Italy, France, Germany, Portugal, Africa, and Brazil. She has conducted visual anthropology research in Italy and abroad, particularly in Brazil, where she lived for over ten years, receiveng the high honour of the Order off the Southern Cross (Cruzeiro do Sul) for cultural merit. In Southern Italy she has carried out visual anthropology fieldwork taht has resulted in photo-filmic and musical works. For the GAL of the Greek-Calabrian area, she conducted visual anthropology research that resulted in the book Filoxenìa – L’accoglienza tra i Greci di Calabria (Rubbettino Editore), winner of the Ali sul Mediterraneo Prize 2017, as well as in the radio documentary series for Radio3 Volti e voci della Calabria Greca. Among her travelling lecture-performances are Filoxenìa e altre storie di Calabria and Dal Mediterraneo al Brasile sulla rotta delle Sirene, presented, among other venues, at the Arena dello Stretto. For the past four years, she has been living in a small village in Calabria.