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AL SUD LA LINEA DEL TEMPO È UNA RETTA DI REGRESSIONE. LO SLOGAN DEL CAMBIO DI VISIONE DEVE TROVARE CON URGENZA UNA TRADUZIONE CONCRETA. LO STRETTO DI MESSINA COME OPPORTUNITÀ SECONDO FRANCESCA MORACI

Sud immobile, strade e ferrovie che mancano, case, scuole e ospedali fatiscenti, problemi insolubili. La risposta di Francesca Moraci, urbanista di fama internazionale, modifica i riferimenti temporali: la risoluzione delle emergenze si deve alimentare a un nuovo Dna progettuale che contiene quello che il territorio è e quello che vuole diventare

Nel vocabolario di espressioni mainstream, nella libreria di slogan alla quale tutti attingiamo quotidianamente per sostenere pensieri quasi sempre già pensati, un sostantivo, “futuro” e una locuzione verbale “guardare oltre” vanno per la maggiore. Di fatto, quello che si ascolta e si legge è, quasi sempre, un insieme di ipotesi -più o meno dotte – sul “qui e ora”, con azzardi prudenti sul breve e qualche esitante congettura sul lungo periodo.

Francesca Moraci fa eccezione: parla di visioni inaspettate di futuro – già questo basterebbe a definirla una pensatrice originale – e della loro possibile messa a terra, combinando progetti e fattibilità.
Francesca ha un curriculum importante, è un’urbanista di fama internazionale, professoressa ordinaria alla Facoltà di Architettura dell’Università di Reggio Calabria, membro del CDA di Ferrovie dello Stato e, in precedenza, di Anas. È nata e vive a Messina, in un quotidiano a cavallo tra lo Stretto e il resto del mondo.

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Francesca Moraci ha partecipato all’edizione 2021 di Mediterrani Invisibili. (Fotografia di Stefano Anzini).

Lo Stretto di Messina è un luogo complicato, talmente eterogeneo da contenere 100, 1000 territori in pochi chilometri. Altre parti d’Italia sono crocevia di esperienze e geografie differenti, ma nessuna come lo Stretto. Da dove viene e come si addomestica una tal portata di complessità?

Lo Stretto rivela una particolare e unica fenomenologia urbana e territoriale. In una posizione geografica che sta al margine del Paese e dell’Europa, è difficile da comprendere e da raccontare, incrocio di arte e cultura, ma anche di accoglienza e inclusione sociale, scienza e tecnologia.

È una dimensione nella quale si rispecchiano molti dei temi proposti dalla New European Bauhaus (NEB), luogo ideale per sviluppare concretamente il dialogo tra diverse culture e discipline, tra il costruito e gli ecosistemi dell’ambiente e per realizzare una rigenerazione territoriale ancorata alle risorse naturali.
Le intenzioni della New European Bauhaus si focalizzano sulla contaminazione con la cultura, l’arte, la storia e il patrimonio non materiale. E l’immaterialità, nello Stretto è una straordinaria risorsa.

È importante mettere in evidenza questa coincidenza tra le potenzialità del territorio e i propositi del NEB, perché la maggior parte delle attività promosse fino a oggi nell’area dello Stretto ha espresso una progettualità di conurbazione, non di sistema territoriale, talvolta anche lontana da una visione di relazione con il Mediterraneo.

Quello che serve allo Stretto è una prospettiva alla scala europea che si possa sviluppare attraverso regole definite tra investimenti e scelte specifiche.

Cosa non funziona nell’approccio generale con cui si affronta il Sud?

Nelle azioni condotte finora non si riesce a scindere la visione sul medio e sul lungo termine, né a prendere le distanze dall’ordinarietà di gestione e questo è un approccio fallimentare.
È già molto quando, nelle situazioni più bilanciate, si riesce ad assegnare alla gestione corrente una posizione paritetica rispetto alle strategie e alle decisioni destinate a scelte di lungo periodo.

È necessario cambiare l’algoritmo e non è una frase fatta.

Mi spiego meglio: se, per esempio interrogassimo Alexa (l’interfaccia utente di Amazon, a comando vocale, che consente l’interazione tra l’utente e un insieme di algoritmi e funzioni), chiedendo chi potrebbe essere il sindaco di una grande città italiana, la risposta sarebbe coerente con l’algoritmo: presumibilmente un profilo tipo uomo, maschio, bianco, 50 anni, laureato in discipline economiche o giurisprudenziale.
Ricalibrando questo esempio sulla situazione dello Stretto, se gli investimenti sono l’hardware, la capacità decisionale è il software e per far funzionare tutto, cioè per ottenere risultati concreti, è necessario programmare con un algoritmo adeguato, cioè con una forma mentis in grado di generare intuizioni precise e guidare meglio il processo decisionale.

Bisogna partire dalle basi, cambiando le parole secondo un modello di nuova alfabetizzazione che parta dalla dimensione formativa e didattica fino a coinvolgere la governance.

Tutto questo non basta.

Per avere una visione diversa, alternativa a quella consolidata da decenni, è necessario creare una condizione prodromica, una sorta di humus culturale che produca un nuovo pensiero.

Come altro elemento essenziale del sillogismo di riscatto dello Stretto, non si può, non si deve più guardare all’indietro. Dobbiamo eradicare un secolo e più di pensieri e azioni che si sono perpetuate in un loop vizioso per attivare un processo di valorizzazione del territorio, assumendolo come fattore di ricchezza.

La necessità di mutare il paradigma culturale non è un altro slogan fine a se stesso, serve realmente per scrollarsi di dosso i pregiudizi.


Francesca Moraci con Alfonso Femia e Giorgio Tartaro a Messina, Mediterranei Invisibili 2021, Viaggio sullo Stretto IV. Fotografia di Stefano Anzini.

Quali sono le criticità nell’attuazione di questo percorso?

Come prima riflessione, è davvero importante non confondere l’informazione (la lettura di esperienze anche lontane che possono offrire lo spunto per nuove intuizioni e visioni), con l’elaborazione e la metabolizzazione dell’innovazione nei processi di apprendimento: questo è il passaggio necessario alla realizzabilità dei progetti.

Mi spiego meglio, nello Stretto (ma non solo) è stato quasi sempre anteposto ciò che è più conveniente a ciò che è giusto e queste scelte, ripetute nel tempo, hanno amplificato il divario: non, dunque, un’incapacità solo strutturale, ma un’incapacità effettiva, che ha ricadute in termini funzionali.

E non è semplicemente un nodo dialettico, ma una sorta di bivio risolutivo: eluderlo conduce rovinosamente a intraprendere la direzione sbagliata.

Ognuno di noi possiede una tendenza inconsapevole a interpretare situazioni e accadimenti secondo ipotesi e aspettative personali che si sono peraltro formate e sedimentate sull’elaborazione e introiezione di opinioni consolidate. Si tratta di bias cognitivi, pregiudizi, scorciatoie che rendono attendibile quello che è coerente con il pensiero consolidato. Le situazioni vengono descritte e interpretate secondo uno schema precostituito, anche se ci sono dati soggettivi che le contraddicono. Conoscenza e capacità di apprendimento sono l’unico motore che possa mutare il pregiudizio.

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Il bias cognitivo è un enorme problema per lo Stretto e per il Sud, anche nell’ottica del Pnrr e di tutte le azioni ad esso legate. Come si potrebbe, almeno in parte, superarlo nel breve?

Particolarmente al Sud, ma non solo al Sud, i fondi del Pnrr rischiano di essere usati adottando progetti sponda al solo scopo di rendicontare, secondo ovviamente le regole imposte dalla UE. Questo accadrà perché manca la progettualità che deriva da una visione chiara e definita e dalla capacità di attribuire priorità agli investimenti.

È un problema italiano, ma il nodo dello Stretto è un punto di caduta e di vulnerabilità per tutta l’area del Mezzogiorno.

Superare questo immane ostacolo nel breve appare difficile: qui al Sud rimandiamo sempre al dopo.
Il futuro si trasforma in un presente continuo e con l’accelerazione del digitale, che contrae spazi e tempi, si dilatano e aggravano gap già cronicizzati.
Lavoriamo sempre in emergenza, pensando al futuro come a un’entità al di fuori della vita che conduciamo quotidianamente.

La secolare attitudine a posporre scelte e azioni si contrappone al tempo veloce della rivoluzione digitale, conducendo drammaticamente il Sud a lavorare su una sorta di retta di regressione

Proviamo a concentrarci sulle due città – Reggio Calabria e Messina e a capire quale sia la direzione che vogliono intraprendere.

Abbiamo passato più di trent’anni in emergenza, ragionando, senza agire, su un futuro che scorreva e diventava passato. Per questo, oggi, mancano una serie di condizioni, praticamente impossibili da recuperare, perché se ne sono ormai perse le tracce.

Ad aggravare il quadro si aggiunge la condizione di non conoscenza che blocca e vanifica il dialogo costruttivo, impedisce la nascita di un dibattito che sia premessa a una progettualità concreta.
Non si può lavorare se tutti gli interlocutori non possiedono una solida base di conoscenza, di informazioni e di cultura territoriale. Opinioni e proposte possono divergere e il confronto è sempre stimolante, purché parta da una condivisione di competenza approfondita sui temi in oggetto.

In questa situazione di ritardo e di permanente rincorsa, il Governo ci chiede di fare cose che avremmo dovuto realizzare da vent’anni e che sono, oggi, già vecchie.
Questa è solo una parte della riflessione, necessaria perché specchio della realtà.

Tuttavia, senza indugiare al pessimismo, lo Stretto è soprattutto un luogo cospicuo, un sistema territoriale che sta tra l’Europa e l’Africa, una grande porta di comunicazione che attraversa il tema dell’energia, il vero nodo del futuro.

Questa consapevolezza ci deve spingere a creare condizioni favorevoli per dialogare con l’Europa con maggior capacità negoziale.
Un territorio così complesso deve considerare tutti le possibili dimensioni, lo spazio fisico (che è una risorsa progettuale), lo spazio dell’innovazione, quello sociale e tutti i modelli di transizione che possono connotare la trasformazione, migliorando così la competitività, senza dover negoziare al ribasso.

Quali sono gli strumenti per far funzionare questo programma? Cioè come si può “far accadere” la trasformazione?

Come Calvino fa dire a Marco Polo nel dialogo con Kublai Kan, ne’ Le città invisibili, “…non si deve mai confondere la città col discorso che la descrive. Eppure, tra l’una e l’altro c’è un rapporto”.
La condizione territoriale è legata alla società, dunque bisogna rileggere le condizioni di fallimento o di non raggiungimento degli obiettivi e da lì ricominciare, capovolgendo il modus operandi.

Sono due i processi fondamentali da mettere in campo:
– la costruzione di una strategia per il futuro, considerando i fattori variabili, accelerazione e invarianti, ritardo/lacune stratificate;
– acquisire che il Tempo dà la scansione delle nuove tram

Il tempo cairologico, il tempo giusto, opportuno deve governare i nostri progetti.
Il Pnrr scansisce un tempo cairologico, ma sappiamo che il Sud ha sofferto della mancanza di sostegno economico e finanziario, che questa assenza ha determinato un gap strutturale con il resto del Paese che non può essere risolto dal Pnrr. Detto più semplicemente, non basta il Pnrr per colmare gap strutturale.

La quota del 40 per cento destinata al Sud non è, di per sé, garanzia che verranno messe in campo le azioni più opportune.
Il punto – e torniamo a quanto detto poche righe sopra – è la direzione da prendere, ancora più importante, visto che continuiamo a lavorare in un clima di risorse limitate. Direi intanto che è importante  la qualità degli investimenti.

Come fattore positivo, c’è una condizione culturale che si sta evolvendo, una capacità sociale di pensare al futuro dello Stretto nella duplice dimensione di baricentro del Mediterraneo e di antenna di risonanza che connette, trasmette e può mediare tra Europa e Africa.

Se tutto questo è potenzialmente possibile – e lo è – dobbiamo però fare i conti con lo stato di fatto: per esempio, il porto di Messina è il primo italiano e l’ottavo in Europa per numero di passeggeri, ma la tipologia dell’infrastrutturazione è retro-proiettata di 10/20 anni così come le condizioni dei sistemi tecnologici.

Quanto teorizzavo di uno sguardo in avanti intendevo che ai 10/20 anni di retro-proiezione (con il segno – sulla linea del tempo) bisogna aggiungere i 20/30 di progettazione e realizzazione: tradotto concretamente innovazione nel sistema delle infrastrutture, per esempio, non è solo attrezzare il territorio con l’alta velocità, perché è un presente già in fase di sorpasso. La costruzione di una rete ferroviaria impegna un tempo lungo, dunque, la progettualità si dovrebbe concentrare sul sistema ferroviario supersonico. Il Veneto sta già avviando una sperimentazione sull’hyperloop, la prima in Europa, sul trasporto merci.
È se questa ipotesi può apparire, oggi, azzardata, visto che sulla tecnologia hyper transfer c’è ancora molto lavoro da fare, tuttavia avviare l’implementazione della rete ferroviaria con l’alta velocità, significa arrivare nel prossimo futuro, presumibilmente 10/15 anni, a rincorrere il resto dell’Italia e l’Europa. Di nuovo.

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Mediterranei Invisibili 2021. Viaggio nello Stretto IV. Fotografia di Stefano Anzini.

Uno studio autorevole ha messo in evidenza che, a Messina, c’è stato un incremento della temperatura di 3,4 gradi in 50 anni, con una media annuale di 19 gradi nel corso dell’ultimo decennio. Gli effetti del cambiamento climatico uniti alla situazione sismica e idrogeologica fanno dello Stretto un’area delicatissima. Come si concilia questa vulnerabilità con i progetti sul suo futuro?

Qualsiasi scenario si prefiguri deve fare i conti con la precarietà/fragilità geo morfologica e strutturale dell’area.
Una revisione dei comportamenti globali per invertire il processo non sembra un piano efficace, visti anche gli esiti della recente COP 26.
Su questo tema serve affrontare la terna di criticità – dissesto + innalzamento del mare + aumento della temperatura – con la consapevolezza di ciò che sarà o non sarà possibile fare.
Proiezioni e simulazioni sono un valido supporto e particolarmente le scelte infrastrutturali dovranno considerare la potenzialità competitività nell’arco dei prossimi trent’anni.
La capacità decisionale deve essere uguale a quella del nord del Paese: non dobbiamo aver paura di fare passi avanti. È questo un altro nodo fondamentale, il rischio sismico, il dissesto non sono problemi esclusivi del meridione italiano (vedi Giappone, California …) e il Sud non può farsi chiudere, per questo motivi, in un quadro decadente e romantico.

Il tempo è il nodo progettuale più importante?

È tra i più importanti. Il Sud tutto si porta dietro il gap dei tempi di realizzazione. Come se questo non bastasse, è rallentata la progettualità delle opere pubbliche: non è pensabile che ci vogliano 20 anni per approvare i piani di programmazione.
Così il divario diventa (è già) incolmabile.
Si allarga la forbice tra il meridione dell’Italia e l’Europa che corre.
Per tornare alla visualizzazione sulla linea del tempo, lo Stretto (e il Sud) parte da T0 e arriva a T1; nel frattempo gli altri sono a T10.

Dobbiamo rifondare un nuovo umanesimo digitale e culturale, riscrivendo i codici del futuro, partendo dall’area dello Stretto, proprio perché rappresenta un nodo irrisolto, ma anche un sistema ad alta potenzialità e perché è antenna baricentrica del Mediterraneo che si ancora a due città iscritte in nuova geografia e in un nuovo disegno dello spazio europeo.

Colmare il divario tra Nord e Sud non è un’opera di beneficenza nei confronti del Sud, ma una necessità per risolvere la crisi perenne del Pil nazionale e per favorire la crescita di tutto il Paese e dell’Europa.


Questa deve essere la nuova condizione di pensiero. Il divario della spesa pubblica tra Nord e Sud è una “questione nazionale”, come afferma un recente rapporto della Banca d’Italia.
Siamo Paese, secondo il principio di solidarietà.

Da un articolo di Gianluca Budano in Huffington Post di febbraio 2021 sui Livelli Essenziali di Prestazione in Italia.

Abbiamo parlato di infrastrutture di mobilità. Giuseppe Smorto, giornalista di La Repubblica, ha affermato in un’intervista a Mediterranei Invisibili che se strade e ferrovie sono una necessità innegabile, pensando alle priorità dei cittadini calabresi, il primo bisogno da soddisfare è quello di costruire e rendere dignitose le infrastrutture sociali, particolarmente scuole e ospedali. C’è un ordine di priorità?

Non può esserci la priorità del capitolo sociale rispetto a quello infrastrutturale fisico e digitale. C’è un’interdipendenza tra i bisogni.

Direi che oggi ci sono anche nuovi bisogni da soddisfare e nuovi diritti : diritto alla mobilità, alla connessione di rete, alla qualità della vita.

Inoltre, alcune delle infrastrutture a cui ci riferiamo fanno parte della rete infrastrutturale europea (reti TEN-T) quindi la scala della connessione e mobilità è di livello nazionale e transnazionale. La stessa relazione al PNRR del governo ne fa riferimento. Va anche detto che dove passano le infrastrutture materiali passano anche quelle digitali ed energetiche. Non si sta digitalizzando il Paese ? e le infrastrutture digitali , pensando alla DAD o alla telemedicina , non diventano essenziali per il SUD? Come in passato la rete elettrica?

Tuttavia, serve ricordare che i livelli essenziali di prestazioni (LEP) non sono omogenei e sono strettamente legati alla ripartizione della spesa pubblica, ritornando così al problema irrisolto del divario storico. Quindi chi è più ricco (nord) ha più soldi per asili etcc risetto al sud storicamente più povero e questa assenza politica  di riforma dei LEP ha aumentato i divari.

Va anche chiarito che i capitoli di spesa per le infrastrutture sociali e per quelle di mobilità sono allocazioni differenti e non trasferibili: se non vengono utilizzati i fondi per costruire le strade, significa che quel denaro verrà destinato a infrastrutture in un’altra area territoriale, non che può essere spostato sulle scuole o sugli ospedali.

Questo nodo aiuta a comprendere meglio il significato di multi-scalarità del rapporto tra pianificazione e programmazione.
Oggi, fare un progetto sul territorio vuol dire lavorare su una scacchiera multi temporale e multi spaziale.

Sulle infrastrutture sociali un buon segnale è arrivato dal Programma Innovativo Nazionale per la Qualità dell’Abitare – Pinqua, che potrà dare risultati concreti nel breve.

Tutto il grande capitolo dell’abitare è una ferita scoperta per lo Stretto, dal 1908, l’anno del terremoto.
A Messina si sta lavorando ora sulle baracche, a fronte di una legge sul Risanamento degli anni ’90 che aveva previsto 7 piano di risanamento che coinvolgevano 100000 ab. a Reggio c’è un problema di conformità urbanistica edilizia che non è praticamente mai stata rispettata. Il vecchio Piano Quaroni del 1967 non è mai stato attuato, è totalmente inadeguato e non prevedeva gli standard. Oggi pare essere in dirittura d’arrivo il nuovo Piano strutturale comunale. 

 Ciò implica delle responsabilità a livello di programmazione/pianificazione regionale e urbana per le città. Città senza piani o con vecchissimi piani inadeguati alla domanda di trasformazione sociale e urbana o con processi di pianificazione che durano 10-30 anni! Città senza neanche la realizzazione dei “servizi” di standard urbanistico (18mq/ab) o l’applicazione dei meccanismi di concertazione pubblico/privata, perequativi per la realizzazione di servizi.

Oppure senza il controllo dei rischi  ambientali (da quello idrogeologico, a quello sismico) e tecnologici,  parimenti a quelli paesaggistici, che le procedure di piano oggi impongono per la compatibilità delle azioni di progetto. La Calabria ad es. è molto indietro con la pianificazione urbanistica, nonostante la LUR del 2002 (prima legge urbanistica regionale).

Non a caso il governo interverrà non solo con nuove logiche per la rigenerazione urbana, ma anche con una riforma nazionale per una nuova legge urbanistica, standard urbanistici e TU dell’edilizia.  Ciò perché le politiche per la città e il territorio sono fondamentali per il cambiamento.  Permettetemi di chiosare con una battuta : “La città è una infrastruttura complessa”.

Oggi ci sono nuovi modelli di governance e di welfare urbano, formule in cui il partenariato pubblico/ privato può sostenere progetti complessi che considerino il rapporto tra funzioni e prestazioni e i nuovi servizi emergenti, primo tra tutti l’accesso a internet.

Qualità dell’abitare significa esattamente questo: accessibilità ai servizi e relazione tra i quartieri e la città.

Il vecchio modello di città va sostituito con quello della città cloud, che deve allertare i cittadini in caso di rischio, una città che garantisca la sicurezza in modo automatico.
Sono diritti e non servizi accessori sia il digitale, sia la mobilità, così come la casa, la scuola e la sanità.
Progettare, oggi, al di fuori di questi modelli, significa guarda in avanti con la testa girata all’indietro.
Il punto non è cosa fare prima, ma comprendere cosa serve alle persone ora e tra 10 anni.

Gli investimenti nelle infrastrutture sociali e di mobilità sono intergenerazionali, serve ricordarlo.

“Qui e ora” e “futuro” sono due dimensioni temporali in conflitto al Sud?

“Qui e adesso” è la risposta dovuta a ciò che manca, non al progetto del futuro.
Ma mettendo solo toppe non ci si smuove di un millimetro. Per questo, come dicevo, è così importante la sensibilizzazione culturale e la rielaborazione di un codice per il futuro.
Il mio personale immaginario è quello di uno Stretto-antenna che emette onde che si ampliano e riverberano trasmettendo cultura, città, immateriale.
Chi vive in una baracca, vuole una casa, è una urgenza “hic et nunc”.

Ma anche costruire case e alimentare progettualmente un sistema città deve appartenere a un piano di intelligenza urbana, con un dna, un codice genetico, che contiene quello che è e quello che vuole diventare.” Il presente del presente è la visione” e lo diceva Sant’Agostino…. molto tempo fa.  

Francesca Moraci, di Messina, architetta, PhD in pianificazione territoriale, MS in Econocomic Policy and Planning, Fulbright in Economics, è professoressa ordinaria di urbanistica presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria; è stata componente del Consiglio di amministrazione di Ferrovie dello Stato Italiane e di ANAS spa (2015/21);  E’ componente della Commissione del MIMS per la riforma della legge urbanistica nazionale, standard urbanistici e Testo Unico dell’Edilizia. Ha partecipato a varie leggi di riforma e politiche urbane e infrastrutturali, strategie e costruzione di politiche pubbliche. E’ stata tra i 15 esperti del MIT per il Piano Strategico Nazionale per la Portualità e la Logistica (riforma della portualità) E’ componente di numerosi Comitati Tecnici e Scientifici di interesse nazionale e internazionale (osservatorio infrastrutture e logistica di  Eurispes, Abitacolo,  QVQC, CRPPN Regione Sicilia, Parsons Trasportation group Ltd; Associazione infrastrutture sostenibili; Comitato tecnico conferenza permanente interregionale area dello Stretto,Comitato portuale AP di Messina, etc ). Ha redatto numerosi studi, progetti  e piani generali e di settore, tra cui ricordiamo, in relazione all’area dello stretto, il PRG di Messina, il Piano strutturale Comunale di Reggio Calabria;Studio di fattibilità per il miglioramento dei sistemi di collegamento marittimo, ferroviario e stradale nell’Area dello Stretto di Messina(2015); Piano Strategico del sistema trasportistico e territoriale regionale nello scenario nazionale ed euro-mediterraneo:contributi all’elaborazione del quadro strategico nazionale per la programmazione 2007/13; SIA  progetto di Attraversamento stabile dello Stretto di Messina, delle opere connesse e delle opere compensative e localizzazione urbanistica; Servizi di Project Management Consulting per le attività concernenti la progettazione definitiva ed esecutiva e la realizzazione dell’attraversamento stabile dello Stretto di Messina e dei relativi collegamenti stradali e ferroviari sui versanti Calabria e Sicilia; SIA/VAS  relativi ai nuovi Piani Regolatori Portuali dell’Autorità Portuale di Messina; Linee guida” per una corretta valutazione dei paesaggi di specifici ambiti territoriali (fasce costiere e ambiti montani) delle regioni Campania, Puglia e Calabria- MIBACT-POAT . Ha ricevuto vari premi e riconoscimenti per l’attività scientifica, professionale e manageriale, tra cui la massima onorificenza San Giorgio d’oro della città di Reggio Cal. e il premio Donne che ce l’hanno fatta 2015 e 20-expò di Milano conferenza internazionale delle donne; fa parte del talk 100 donne che cambieranno l’Italia. E’ membro effettivo dell’Istituto Nazionale di Urbanistico, e vice presidente della società scientifica Accademia Urbana che ha co-fondato. È componente del CS degli Stati Generali delle Donne e membro della Fondazione Belisario.

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L’ECONOMIA DEL MARE STA ANDANDO MOLTO BENE E LO STRETTO DI MESSINA PUÒ ESSERE UN GEO PROTAGONISTA IMPORTANTE. COME FUNZIONA IL SISTEMA PORTUALE, SPIEGATO DA MARIO MEGA

Ci sono i numeri a confermarlo, ma è la visione geo-politica internazionale e la consapevolezza territoriale che indica lo Stretto come nodo strategico dello sviluppo portuale del nostro Paese. Ne è convinto Mario Mega, presidente dell’Autorità di Sistema portuale.


Secondo il nuovo Rapporto 2021 “Italian Maritime Economy” elaborato dal Centro Studi e Ricerche per il Mezzogiorno (SRM) in collaborazione con Intesa San Paolo e con la Fondazione Compagnia di San Paolo, il 90 per cento delle merci, quindi quasi tutto il commercio internazionale, avviene via mare. Nell’anno in corso si sta rilevando un aumento del 4,2 per cento dei volumi di traffico marittimo, in crescita sui livelli pre pandemia. Per il 2022 si prevede un ulteriore rialzo del 3,1 per cento.
In espansione anche il traffico container, per il 2025 è previsto un aumento del 3,9 per cento per la regione europea e del 4,8 per cento a livello mondiale.


Un altro rapporto sul sistema portuale italiano, elaborato da Cassa Depositi e Prestiti alla fine del 2020, dà una chiara indicazione di quanto siano importanti i porti nel sistema economico..
Il “mare” contribuisce per il tre per cento al Pil nazionale e a questa percentuale i porti concorrono per il 17 per cento. Il valore economico direttamente prodotto è di 8,1 miliardi di euro.
Ma c’è un dato che meglio restituisce l’importanza del sistema portuale: più di 1/3 degli scambi commerciali internazionali avviene attraverso i trasporti marittimi.
Per quanto riguarda il settore crocieristico, l’Italia pre-pandemia vantava il maggior numero di passeggeri trasportati nel Mediterraneo (12 milioni).
In particolare, i porti del Mezzogiorno pesano per il 47 per cento sul traffico totale e raggiungono quasi il 60 per cento gli scambi commerciali via mare.
Le regioni del Sud fanno da ponte tra tutta l’Europa e il versante meridionale del Mediterraneo perché sono al centro delle rotte marittime. In particolare, l’area dello Stretto.

Mario Mega per Mediterranei Invisibili – Viaggio nello Stretto IV con Alfonso Femia e Giorgio Tartaro. Fotografia di Stefano Anzini.
Mario Mega per Mediterranei Invisibili – Viaggio nello Stretto IV con Alfonso Femia e Giorgio Tartaro. Fotografia di Stefano Anzini.


“I porti sono un volano importante per l’economia del Paese, sia per il trasporto merci, sia per l’attività turistica crocieristica e da diporto. Ma è necessaria una visione ampia che assuma la geografia come fattore di governo delle politiche portuali mondiali.” Mario Mega si smarca dalla visione di dettaglio e assume la dimensione mediterranea – Europa, Nord-Africa e Asia occidentale – come scala di rapporto.
Nell’area dello Stretto confluisce molta parte del traffico di importazione via nave delle materie prime e di tutte le merci dall’Africa e dal Medio Oriente.
La geografia e la storia di un’area portuale ne determinano il posizionamento, le problematiche e le potenzialità.
Un esempio di grande eco mediatica è quello dell’espulsione delle navi da crociera dalla laguna veneziana che non solo mette profondamente in crisi l’economia della città, ma impone di costruire un appeal per il porto che consenta di ricreare la situazione precedente.
Questa situazione potrebbe avere ricadute su altri porti del Mare Adriatico Settentrionale.
Non solo. Visto la tendenza al gigantismo crocieristico, il problema potrebbe riproporsi in altre aree della costa italiana.
In altri contesti, il porto si trova praticamente nella pancia delle città, per esempio Genova e Napoli, con difficoltà di gestione delle banchine e necessità di dragaggi sempre più invasivi. Tutte le operazioni che vengono messe in campo per adeguare i sistemi portuali hanno un impatto significativo sotto il profilo ambientale”.

PENSARE IL SISTEMA PORTUALE A SCALA MEDITERRANEA

“La sfida o meglio l’obiettivo, più che pensare a come re-immaginare l’accoglienza negli stessi luoghi, è quello di cercare un confronto costruttivo con le altre città europee e collaborare per persuadere gli armatori a ridurre il gigantismo navale” prosegue Mega..

Il tema del gigantismo navale è emerso, in tutta la sua complessità, pochi mesi fa quando il canale di Suez venne bloccato da un’enorme portacontainer per sei giorni provocando enormi danni economici.
Da una parte gli armatori giustificano l’iper dimensione con l’opportunità economica: sulle lunghe distanze, il singolo container costa meno se il numero complessivo è molto grande.
Senza entrare nel merito di una situazione tecnica e molto complessa che coinvolge il tema dei noli e dei prezzi del servizio, il presunto risparmio dei costi per gli armatori si trasforma in oneri economici per i porti e ambientali per l’ecosistema portuale e marittimo.
I canali artificiali devono essere ampliati, nei porti diventa necessario adeguare tutte le infrastrutture, le banchine, i piazzali e dragare i fondali.

Mario Mega sottolinea questo aspetto “Venezia deve essere un’occasione di confronto tra tutte le città europee per ripensare la relazione con il gigantismo navale: una reazione comune e condivisa di accoglienza e gestione del traffico sia turistico, sia commerciale, particolarmente per i porti che si trovano in contesti urbani di assoluto pregio, per la salvaguardia ambientale del territorio marittimo”.

PERCHÉ IL SISTEMA PORTUALE DELLO STRETTO È IMPORTANTE

Messina-Tremestieri sul lato siciliano e Villa San Giovanni e Reggio Calabria sulla sponda calabrese,sono i porti gestiti dall’Autorità di Sistema portuale dello Stretto che si trovano su di uno dei quattro corridoi italiani delle reti trans-europee di trasporto (TEN-T – infrastrutture lineari, ferroviarie, stradali e fluviali – e puntuali – nodi urbani, porti, interporti e aeroporti – considerate rilevanti a livello comunitario). Sono complessivamente nove i corridoi identificati all’interno della TEN-T e l’Unione Europea ha programmato il completamento di una rete centrale – Core Network, per il 2030.

Mappa dell’Autorità di Sistema Portuale di Messina (dal sito Assoporti).


I porti dello Stretto appartengono al Corridoio Scandinavo-Mediterraneo che dal valico del Brennero collega Trento, Verona, Bologna, Firenze, Livorno e Roma con i principali centri urbani del sud come Napoli, Bari, Catanzaro, Messina e Palermo.
A Messina, oltre al traffico dello Stretto, si concentrano le navi da crociera, le navi mercantili con movimentazione merci verticale, e l’autostrada del mare Messina-Salerno. Due bacini di carenaggio vengono utilizzati per attività cantieristica. Il “molo Norimberga” è un terminal commerciale per caricamento merci in orizzontale e in verticale ed è collegato a una rete ferroviaria.


Messina è al primo posto nazionale e all’ottavo in Europa per lo spostamento delle persone.
Armatori, imprese di riparazioni navali, aziende internazionali del settore industriale energetico e siderurgico fanno riferimento a Milazzo. Il traffico passeggeri per le Eolie e per Napoli e la movimentazione delle merci in orizzontale avviene nel porto storico. In prossimità del porto c’è il terminal di raffinazione del greggio che serve la Raffineria Mediterranea.



Spiega Mega “Geopoliticamente è importante la prossimità con l’Africa. Sebbene il continente africano ,sul quale si affaccia la Sicilia, sia ancora in una fase di trasformazione globale – demografica, economica, tecnologica e nonostante la sua vulnerabilità ad eventi interni ed esterni, si sta progressivamente normalizzando, sotto il profilo politico.
Il problema delle migrazioni, affrontato nei termini attuali, rischia di inficiare un futuro di partnership con gli Stati africani e di farli diventare appannaggio esclusivo del traffico marittimo asiatico.
I porti del meridione italiano, in particolare quelli dello Stretto, possono potenzialmente diventare la prima testa dell’Europa, in grado di intercettare i cicli di produzione, e ricercare nuovi mercati per uno sviluppo più sostenibile.
Manca una politica unitaria sull’area dello Stretto che vada oltre la conflittualità sul tema del ponte e manca una politica unitaria dell’Europa verso l’Africa. I sistemi portuali del Sud stanno nel mezzo delle conflittualità e inefficienze strategiche. Ne è dimostrazione il modo in cui viene affrontato il problema migratorio dei gruppi etnici, per esempio, che non è funzionale ad assecondare politiche di stabilizzazione, né propedeutico allo sviluppo di forme di democrazia moderna.



La consapevolezza della centralità dello Stretto, nel sistema Paese, contribuirebbe a costruire una progettualità positiva sia territoriale, sia ambientale. La Conferenza Nazionale di Coordinamento delle sedici Autorità di Sistema portuale ha il compito di armonizzare gli investimenti infrastrutturali e la pianificazione urbanistica in ambito portuale, le politiche concessorie del demanio marittimo e quelle per la promozione sui mercati internazionali del sistema portuale italiano. Ma, nella realtà operativa ogni autorità è autonoma e alla ricerca dei propri obiettivi. 
È necessario che tutte le parti facciano un passo avanti e il primo passaggio è quello di costruire politiche unitarie che tengano conto anche delle caratteristiche dei porti, monitorando lo sviluppo del mercato e reagendo in maniera rapida a cambiamenti, per evitare, per esempio, di realizzare strutture portuali di ridotta utilità”.


La rete TEN-T Trans-European Network Transports.

LA DIMENSIONE TERRITORIALE E AMBIENTALE DEL SISTEMA PORTUALE DELLO STRETTO

In un’intervista recente Giuseppe Smorto, giornalista de’ La Repubblica ha affermato, riferendosi alla realtà di Gioia Tauro che la mancanza di trasferimento di valore dal porto al territorio impedisce alla Calabria “di riavere in termini di occupazione, di produzione, di ricchezza, quello che al porto ha sacrificato, per gli aspetti ambientali e paesaggistici.”

Mario Mega ne condivide la visione.
“La dimensione territoriale del porto di Messina è un punto nodale dello sviluppo della città. Il caso di Gioia Tauro ha delle specificità uniche, è un porto di transhipment, sta facendo importanti interventi per trasformarsi in un vero e proprio gateway connesso al territorio attraverso reti stradali e ferroviari, per garantire un trasferimento veloce ed efficiente dei container dalla nave alla destinazione finale e viceversa.
Manca ancora un sistema di sviluppo del retroporto che rappresenta una grande opportunità per la Calabria. La situazione di Messina è differente, l’obiettivo è la connessione tra l’isola e il continente e tra l’isola e le isole minori. Negli anni è cresciuta la qualità dei servizi offerti, ma le infrastrutture sia lato Sicilia, sia lato Calabria si dimostrano, (in alcuni periodi dell’anno) insufficienti per il traffico di mezzi (800mila tir e due milioni di veicoli). È necessario orientare gli investimenti sia per potenziare l’attraversamento, sia per reagire all’aumento del traffico che deriva dal potenziamento di Gioia Tauro.
I porti dello Stretto stanno all’interno di un territorio fortemente urbanizzato, sia nell’entroterra, sia lungo la costa: fondamentale, dunque, valorizzare l’aspetto ambientale, l’inclusione sociale, lo sviluppo economico“.

LA SOSTENIBILITÀ COME CHIAVE DI VOLTA DEL SISTEMA PORTUALE

Gli impatti ambientali delle attività e delle infrastrutture portuali sono di vasta portata e multidimensionali: emissioni inquinanti, contaminazione del suolo e dell’acqua, rumore e vibrazioni, con conseguenze sulla salute delle comunità costiere e dei residenti delle città portuali.
Ci sono poi i costi economici derivati dalla gestione dei rifiuti, dal degrado del suolo, dall’inquinamento luminoso. I porti sono responsabili, in via diretta o indiretta, della perdita di biodiversità e dell’erosione costiera. Il trasporto marittimo rappresenta circa il 13 per cento delle emissioni di gas serra nell’Unione Europea, sulla cui riduzione si impegnano le Autorità di Sistema Portuale.


Su questa tema Mario Mega affermaContinuando sul tema della restituzione ambientale al territorio, l’Autorità di Sistema Portuale dello Stretto, dietro indicazione della Commissione Europea e della European Sea Port Organization, si è attivata per operare in coerenza al progetto “Green Ports”. L’attenzione all’ambiente non è uno slogan, ma un impegno quotidiano. Sostenibilità non significa solo riduzione della CO2 e uso di fonti rinnovabili per realizzare porti a emissioni e costi energetici pari a zero. Le infrastrutture portuali sono impattanti sul territorio, dunque è necessario adeguare quello che già esiste, evitando la duplicazione di oggetti infrastrutturali di dubbia o nulla utilità. Questo significa, per esempio, non aumentare a dismisura il numero delle banchine. E comunque elettrificarle, installare depositi di GNL (gas naturale liquefatto) per approvvigionare navi ibride, in termini generali minimizzare l’impatto.
I porti devono integrarsi con il territorio, dunque è necessario agevolare il coordinamento con Messina, creando un percorso fluido tra la città e il porto. In questo quadro il sistema retroportuale può essere utilizzato come buffer.
Con l’implementazione del porto di Tremestieri (in fase di completamento) si trasferirà il traffico pesante dalla Rada di San Francesco, raggiungendo un primo punto di equilibrio territoriale.”

La foto di apertura è di Stefano Anzini.

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UN MARE CHE SA UNIRE SENZA PONTI. NADIA TERRANOVA RACCONTA LO STRETTO

Parte dall’immateriale, Nadia Terranova, dall’intima connessione percettiva tra l’andata e il ritorno, talmente forte da non sapere più quale sia la direzione del viaggio.

In un’intervista rilasciata qualche anno fa a Maria Stefania D’Angelo per Sicilianpost, in occasione della pubblicazione del suo libro “Addio Fantasmi”, Nadia Terranova parla di Messina, luogo in cui la storia è ambientata, sua città di nascita, lasciata per trasferirsi a Roma. “Negli ultimi anni vissuti a Messina – confessa – non andavo più al mare né mangiavo una granita: tutto mi sembrava così scontato. Ora che vivo lontana ho capito quanto io sia messinese fino alle ossa e quanto siano importanti i piccoli dettagli: una passeggiata in città o un tuffo al mare. Sono proprio questi particolari che custodiscono la bellezza della città e pulsano nel cuore dei siciliani espatriati”.

Il contributo di Nadia è particolarmente importante per il progetto di Mediterranei Invisibili che si nutre di osservazione e di ascolto, perché esprime le vibrazioni e le contraddizioni della sua città e dello Stretto attraverso uno sguardo differente che lei stessa definisce “prismatico”.

Nadia sei messinese di origine, vivi a Roma da molti anni. Quanto l’appartenenza a un luogo è data dalla sua fisicità? E cosa significa per te “il ritorno”?

La fisicità di un luogo non è il luogo. Pare una contraddizione in termini, ma ho grandi difficoltà a comprendere quale sia il luogo del ritorno. Torno a casa quando scrivo, non quando ci sono fisicamente.

L’ha detto bene Vincenzo Consolo (scrittore siciliano) “Mi sento come Ulisse in cerca di Itaca. Ormai siamo diventati degli Ulissidi, espropriati della nostra identità e alla ricerca della nostra Itaca. Quando torniamo però Itaca non c’è più; la patria è ormai diventato un luogo interiore. Vedendo la realtà siciliana fatta di ingiustizie ho deciso di spostarmi a Milano. Lo sradicamento (solamente fisico, le mie memorie sono qui) è doloroso, però alla fine necessario. Non è facile ricostruire legami in luoghi che non sono i tuoi. Ma stando qui si fa un danno a sé stessi. Bisogna però tornare e quando si torna si è più forti, forse anche meno vulnerabili, o meglio, meno “ricattabili”.

Cosa significa tornare allo Stretto attraverso la scrittura?

Lo Stretto è davvero un luogo particolare, non dà il senso dell’isola. Quando sei in altre parti della Sicilia, a Palermo, per esempio, puoi sentirti su un’isola, ma sullo Stretto è il mare che connette, unisce le due terre. Senza bisogno di ponti. Tornare nello Stretto, per me, è reinventare il luogo attraverso le parole. Il legame con lo Stretto è talmente forte che quando scendo da Roma a Messina non so se sto andando o tornando.
Lo Stretto ancora soffre per il terremoto del 1908, non è ricordo, ma persistente e dolorosa presenza. .
Tuttavia, la distruzione non ha cancellato la sua storia e quella delle due città, che risale all’origine dei tempi. Ne ha eliminato gli aspetti epidermici, ma non la possibilità della rinascita contenuta nella sua memoria.

“Deve essere stato dopo il terremoto del 1908 che abbiamo smesso di buttare le cose, incapaci per memoria storica di eliminare il vecchio per far posto al nuovo. Dopo il trauma tutto doveva convivere accatastarsi, non si poteva demolire, solo costruire  a dismisura per lo spavento, baracche e palazzine, strade e lampioni. Da un giorno all’altro la città c’era e poi non c’era più e se il disastro era accaduto, poteva accadere di nuovo, infinite volte, allora meglio addestrarsi a tenere insieme. (Nadia Terranova, Addio fantasmi)

È mutevole il carattere dello Stretto: Reggio Calabria ha conservato un forte legame con il mare, Messina ha purtroppo rinunciato alla connessione tra mare e città. Gli strettesi si adagiano tutt’oggi nella storia del terremoto, in una salvifica dimensione mitologica, ascoltando il canto delle Sirene, incrociando le leggende.

Lo sguardo da Reggio Calabria a Messina. Foto © Marco Introini.

La percezione di questo insieme narrativo e paesaggistico è fortissima, crea quasi una regressione, quel “ritorno” di cui la scrittura si appropria e restituisce, più dell’essere nei luoghi.

Quello della conurbazione di Reggio e Messina, di una visione geopolitico economica di una città amplificata è un tema mainstream. Cosa ne pensi?

La provincia di Messina è molto grande, tocca due mari e anche la città di Messina, che pure ha una sua delimitazione precisa, è ricca di sfumature.
L’identità unica è un po’ una forzatura perché ci sono differenze addirittura tra quartiere e quartiere.
Ci sono le periferie da rigenerare e poi ci sono i borghi e i paesini della costa.
Le differenze sono notevoli e i luoghi molto diversi. Ci sono comuni molto importanti, Milazzo, Taormina, Savoca, Castemola, Ficarra con identità originali che derivano dalla grande complessità dell’architettura, della letteratura e dell’arte.
Sulla soglia di confine verso l’Etna è un altro mondo ancora.
E poi ci sono i dialetti segnano fortemente le comunità e le distinguono.
L’unicità del messinese è data dalle sue differenze.
Che senso avrebbe un appiattimento calato dall’alto?
Essere un unico territorio non significa uguale in ogni sua parte.

La “Madonna” della Lettera all’ingresso del porto di Messina. Foto © Marco Introini.

Qual è allora la via per “riscattare” le sofferenze dello Stretto?

Il primo passaggio è quello di cambiare il modo di guardare alla Sicilia.
Prima di scrivere, si osserva.
L’osservazione si alimenta della conoscenza della storia, del passato siciliano, calabrese, strettese.
Serve uno sguardo prismatico
La Sicilia è grande tanto che puoi scordarti di essere su un’isola, ad esempio quando sei a Enna che è il suo “ombelico”.
Serve osservare e valorizzare la bellezza, aggiornandola al presente.

Si era fatta l’ora in cui sulla costa calabrese dall’altra parte del mare si delineano nitide le autostrade e i cavalcavia, mentre di qua Messina si distende per risalire, scende in piccole valli e si apre negli angoli alle scalinate, punta al cielo come fontane e guglie si curva su stessa con cupole catalane e marciapiedi rotte, si affaccia alle finestre sui cortili popolari”. (Nadia Terranova, Addio fantasmi)

L’urbanistica, la composizione architettonica di una città mutano nel tempo, e il concetto di cambiamento, anche di quello che ancora deve venire, è nella storia di ogni città.
L’architettura contemporanea si può innestare nel pensiero futuro dei luoghi, preservando quello che esiste e in armonia con il territorio. La conformità estetica al contesto e all’esistente è una delle possibilità, ma credo che l’emozione della sorpresa sia positiva e la scrittura lo insegna.
Messina attende di cambiare in libertà, senza catenacci.
La salvaguardia dell’ecosistema dello Stretto è l’unico caposaldo, già troppe volte violato.

In apertura: Un enorme traliccio e una piccola barca. La costa di fronte e il molo. Cambi di scala e luoghi differenti in un unico sguardo. Foto di Marco Introini.

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AMARLA COSÌ COM’È SENZA GUARDARE INDIETRO. ANNAROSA MACRÌ RACCONTA LA SUA CALABRIA. IN UN ALTRO MODO

Della Calabria sappiamo alcune cose belle e molto belle e tante cose brutte. Ma, spiega Annarosa Macri, reggina, giornalista Rai e scrittrice, nessuno la racconta mai come una regione normale. Come le altre 20 d’Italia

Con Annarosa Macrì abbiamo parlato di Mediterranei (visibili e invisibili), di Calabria, di Reggio, la sua città natale, dello Stretto e di quello che, in quei luoghi, c’è da amare.

Quasi tutto – secondo Annarosa – non solo il buono e il bello, ma anche – e di più – il brutto e quello che non è né bello, né brutto. Perché solo così si hanno tutti gli elementi per raccontarla e farla conoscere veramente.

Nel tuo libro “Da che parte sta il mare” scrivi: “era il 1956 e il capanno era ai Bagni Procopio della punta estrema della Calabria, davanti alla Sicilia e al suo mare. Era la vigilia del boom economico ed era un pezzo di un Sud pieno di ferite e lontanissimo dal resto del Paese.” Quando ancora sono aperte le ferite e quanto è distante la Calabria dello Stretto, a distanza di più di 60 anni?

“La Calabria è, a pieno titolo, una regione italiana, europea e mediterranea. Non è centrale ed è questa un’evidenza e un’ovvietà geografica, ma è sicuramente una regione importante: sotto il profilo dell’economia marittima, il porto di Gioia Tauro è tra i dieci maggiori porti europei; sono quattro le accademie che garantiscono una formazione di eccellente livello, l’Università Mediterranea di Reggio Calabria, l’Università di Catanzaro, l’Università della Calabria a Rende (Cs) e l’Università per stranieri Dante Alighieri a Reggio Calabria.

A Reggio c’è il più importante Museo Archeologico Nazionale e un museo di arte contemporanea unico in Europa, il MuSaBa a Mammola.

Una ricchezza notevole, particolarmente sotto il profilo culturale, soprattutto pensando allo specifico territoriale, Aspromonte, Pollino, coste e piana e considerando che sono 404 i comuni calabresi e meno di due milioni gli abitanti di tutta la regione.

Le scuole superiori distribuite nel territorio sono fucine di pensiero giovane e originale con insegnanti motivati e studenti che si muovono in una dimensione europea, non specificamente locale.

In questi termini, la Calabria non è distante dall’Italia, né dall’Europa più di quanto lo siano altre regioni, e non è certo “mediterranea fuori dal Mediterraneo”.

Visto da fuori, la costa ionica e l’area dello Stretto vivono una contraddizione in termini: sono stati il magnete del Mediterraneo, ma poi qualcosa si è rotto e la percezione dei luoghi è completamente cambiata. L’incanto paesaggistico/ culturale è stato inquinato, non solo dalle ferite sul territorio, ma anche da un’attribuzione di negatività che viene continuamente rinnovata e si è ormai cronicizzata. Visto che architettura, storia e cultura sono riferimenti immutabili, possono essere la via di fuga per consentire a questa parte di Sud di ri-affacciarsi all’Europa e al Mediterraneo?

Il tema della Calabria ferita riguarda tutta la regione ed è talmente stressato da essere quasi abusato: la terra senza possibilità di riscatto che viene abbandonata dai giovani! Fermiamo questa emorragia!

Ma realmente accade questo? I giovani non se ne vanno dalla Calabria in un processo di depauperamento specifico del territorio. Se ne vanno perché guardano all’Europa e al mondo, così come, in questo momento storico, fanno tutti i giovani ovunque in Italia, in Europa. Semplicemente per la mutazione e l’evoluzione sociale in corso e per una multifattorialità di cause e situazioni.

In questa storia, reiterata a ogni occasione, in questa lamentazione dell’abbandono della terra, c’è un’enorme retorica che pesca (anche) in una visione culturale e narrativa in cui il racconto del reale attraverso la finzione letteraria non si aggancia mai alla contemporaneità, ma al passato.

Scultura sulla via Marina a Reggio Calabria. Foto ©Salvatore Greco.

I valori e i temi della Calabria contadina parlano di una regione povera e piena di malattie e di difficoltà: per quale motivo le persone giovani con l’intensa progettualità che caratterizza questa fase della vita dovrebbero pensare a situazioni dense di negatività e non a un futuro che possono meglio comprendere, che si esprime con il loro linguaggio ed è pieno di opportunità?

Bisogna cambiare lo sguardo, assumere un diverso punto di vista.

I paesi si spopolano spontaneamente perché così come un tempo (lontano) l’aggregazione dell’abitare nei borghi era una risposta alle esigenze delle persone, oggi queste dimensioni si sono esaurite e se ne sono sostituite altre.

È un mondo finito, i tentativi di resuscitarlo falliscono o scadono in grottesche rappresentazioni da outlet americano.

Non è negazione della loro bellezza e della memoria: anzi la proposta innovativa e utile per far crescere la Calabria in un processo di autogenerazione della ricchezza territoriale è quella di cristallizzarli nella loro morte, senza concedere a uno sgraziato uso contemporaneo il degrado del paesaggio e dell’originalità dei luoghi.

Un’anziana signora di Africo, che incontrai tempo fa, e alla quali rivolsi compassionevoli parole per il forzato abbandono del paese, mi raccontò che, da un certo punto di vista, l’alluvione era stata quasi una benedizione, perché nel paese vecchio si viveva come animali, non c’erano servizi essenziali che il modello di vita attuale ha reso indispensabili e irrinunciabili.

Non ha alcun senso sociale e politico, ma neppure architettonico o artistico, negare l’evoluzione e il cambiamento quotidiano: la cultura sociale va avanti e tutti hanno bisogno di avere la farmacia, l’ospedale, la scuola, ma anche il teatro e la biblioteca (e tutti gli altri servizi) vicini.

Bisogna semplicemente guardare a una Calabria europea e che non sta certo tradendo il suo passato per assumere una legittima posizione geopolitica.

Come si può raccontare la Calabria, la Calabria dello Stretto in “un altro modo”, per uscire da stereotipi e visioni, talvolta già superate?

La Calabria è mediterranea, non primitiva o antica e il modo migliore per viverla è non arretrare e indulgere a nostalgie tanto raffinate quanto incongruenti con il tempo attuale.

Per scorciare le distanze la Calabria sta già lavorando molto bene, resta da combattere la retorica e la finzione, perché, ancora oggi, facciamo riferimento a modelli antropologici che non appartengono più a nessuno.

E poi essere, qualche volta, indulgenti: per esempio, spesso, ho pensato che il meraviglioso castello di Scilla, arroccato sulla scogliera, agli antichi reggini dovesse sembrare un’aberrazione visiva … un ecomostro.

Il castello Ruffo a Scilla. Foto ©Salvatore Greco

Talvolta il tempo restituisce valore e dignità, particolarmente a quello è stato funzionale alla vita delle persone, non certo agli interventi speculativi e deturpanti.

Potremmo dire che esistono due tipi di brutto: quello generato dallo sfruttamento, senza ammenda e il brutto dignitoso e proprio di quest’ultimo ci si può anche innamorare.

Raccontare la Calabria con sguardi differenti contribuisce a farne una regione diversa.

Sono i libri e i film che cambiano la percezione dei luoghi più dei giornali e della cronaca.

In Calabria non si racconta la contemporaneità quotidiana e urbana, si rimane ancorati a una meta-letteratura che pesca nel passato e nelle negatività: quasi tutti i romanzi, per esempio, sono ambientati in “postacci” o in luoghi di sofferenza e di fatica.

Mafia e ‘ndrangheta non sono la misura della Calabria e i calabresi non possono essere categorizzati in vittime, delinquenti o poliziotti. Sono persone normali, affatto differenti dai pugliesi o dai toscani o dai lombardi.

Attraverso la narrazione urbana, si può trasmettere a chi è ammalato di pregiudizio che i calabresi sono persone normali.

E potrebbe essere questa una chiave di comprensione che contribuisce a mediare tra il vittimismo e quell’orgoglio calabrese che usa il comparativo di maggioranza come codice espressivo universale: in Calabria ci sono i paesaggi più belli, il cibo più buono, il clima migliore …

I paesaggi della Calabria sono sicuramente bellissimi, ma forse non sono i più belli in assoluto, così come i dolci, il clima … pare quasi che si esprima così una sorta di sindrome da risarcimento per il “brutto” sociale, politico, criminale, edilizio

Guardando ancora più a Sud, parafrasando Giuseppe Smorto, l’area dello Stretto è un’altra Calabria?

La Calabria, particolarmente l’area del reggino, è intimamente connessa con la Sicilia. È una sorta di matrioska territoriale l’area dello Stretto e i calabresi, particolarmente i reggini in trasferta, si sentono a casa quando possono finalmente traguardare le coste della Sicilia.

Le coste ioniche di Calabria e Sicilia. Foto ©Salvatore Greco.

Un riconoscimento visivo che esprime un senso di appartenenza culturale che è una condizione identitaria unica e straordinaria.

Grazie ad Annarosa Macrì per il suo prezioso contributo.

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COSA È E COSA NON È LA CALABRIA OGGI E COSA SERVE DAVVERO AI CALABRESI, SECONDO GIUSEPPE SMORTO

Infrastrutture sociali, scuole, ospedali: sono le fragilità della Calabria che condizionano lo svolgersi di un quotidiano dignitoso per i cittadini e che inibiscono la crescita e lo sviluppo.
Prima ancora delle strade e dei ponti, impediscono alla Calabria di guardare fuori, in direzione Europa e mondo.
Apriamo la quarta edizione di Mediterranei Invisibili con la speciale partecipazione di Giuseppe Smorto, a Sud del Sud, tra diavoli e resistenti

Giuseppe Smorto è stato vicedirettore de’ “La Repubblica” e direttore di Repubblica on line fino al 2020. Giornalista di alto profilo, calabrese di nascita, racconta una Calabria polifonica, in cui la disarmonia, “dei guasti mai riparati” si combina con la melodica “sorpresa” che coglie il visitatore quando incontra la bellezza delle coste, delle montagne, ma anche della Reggio Calabria liberty, del Musaba, della Casa della Memoria di Mimmo Rotella …

“La bellezza in Calabria è pura geologia”  scrisse Corrado Alvaro

Giuseppe Smorto, che è anche autore del libro “A sud del sud. Viaggio dentro la Calabria tra i diavoli e i resistenti”, inizia con questa citazione la nostra chiacchierata.

In una splendita piazzetta di Fiumefreddo Bruzio, in primo piano l’antropologo Vito Teti e Giuseppe Smorto, durante una presentazione del libro.

“L’elenco dei luoghi belli per architettura, arte e “pura geologia” è lunghissimo, ma non riesce ancora a controbilanciare e a ridurre al silenzio la cronaca nera e grigia che è, dal secondo dopoguerra, il tratto distintivo della Calabria.
La sua mancata valorizzazione non è conseguenza solo di una scadente strategia di comunicazione. Molto dipende dall’imperante burocrazia del declino che sta continuando a confinarla in un recinto locale e a ostacolarne la proiezione verso l’Europa e verso il mondo.

Reggio Calabria è plasticamente la rappresentazione della sua regione. Dopo il terremoto del 1908, che la colpì ferocemente insieme a Messina, il centro della città venne ricostruito da architetti e artisti del Liberty che la trasformarono in un luogo unico, con un orto botanico all’aperto e un waterfront urbano vivibile e accogliente.
In seguito, lo sviluppo fu disordinato, il verde passò in subordine nella pianificazione urbana, quasi la linea blu del mare potesse compensarne la negazione e l’avvilimento. Oggi Reggio Calabria è una città a due facce, una delle quali soffre dell’azione dell’uomo che ha oltraggiato l’ambiente naturale. A questo drammatico risultato si è arrivati per una duplice mancanza di controllo sia architettonico, sia giudiziario e di governance”.

Con Giuseppe Smorto abbiamo parlato delle straordinarie potenzialità della Calabria, delle energie che ci sono e di quelle che mancano e soprattutto delle silenziose emergenze permanenti.

UN NON FINITO CHE È ANCHE PARADOSSO DELLA CALABRIA

Quella del non finito calabrese non è neppure più cronaca, arretrata a desolante routine territoriale per la numerosità, ancora oggi crescente, delle situazioni.
Ma la storia dell’incompiuto Palazzo di Giustizia pare quasi fatta apposta per un libretto teatrale e Giuseppe Smorto la racconta, in viva voce, con evidente rammarico. “Il Palazzo di Giustizia è un complesso di edifici di dimensioni notevoli, finalizzato a contenere 630 uffici. Un senso nell’immaginarlo c’era: in un unico luogo si sarebbero riunite tutte le funzioni giudiziarie, attualmente sparpagliate in sedi diverse nella città, la Procura, la Corte d’Appello, il Tribunale dei Minori e di Sorveglianza.”

Quella del non finito calabrese non è neppure più cronaca, arretrata ormai a desolante routine territoriale

Esito di un concorso internazionale, la costruzione dell’architettura di vetro e metallo (facciate continue a cellule in alluminio, vetro e marmo con aperture) venne iniziata nel 2005, su progetto di Manfredi Nicoletti capogruppo (architetto e accademico italiano, morto nel 2017, già progettista del Nuovo Palazzo di Giustizia di Arezzo).
Completato per l’80 per cento, il cantiere è fermo dal 2012, ennesima opera incompiuta a incrementare il “non finito” calabrese, che pare irridere a qualsiasi proclama di cambiamento e impegno, vista la destinazione d’uso finale.

Esito di un concorso internazionale, la costruzione dell’architettura di vetro e metallo (facciate continue a cellule in alluminio, vetro e marmo con aperture) venne iniziata nel 2005, su progetto di Manfredi Nicoletti capogruppo (architetto e accademico italiano, morto nel 2017, già progettista del Nuovo Palazzo di Giustizia di Arezzo).
Completato per l’80 per cento, il cantiere è fermo dal 2012, ennesima opera incompiuta a incrementare il “non finito” calabrese, che pare irridere a qualsiasi proclama di cambiamento e impegno, vista la destinazione d’uso finale.

Ci spiega Smorto che il “non finito calabrese” (e di molti altri luoghi del Sud) è segno della mancanza di attenzione delle istituzioni, ma anche dell’atteggiamento di rinuncia dei cittadini che, stremati da decenni di malgoverno, non si oppongono al diffuso degrado territoriale, con azioni efficaci.

Ecomostro a Riace, esempio di “non finito” calabrese. Foto di Salvatore Greco.

L’incompiuto diffuso in Calabria (seconda per opera non realizzate, preceduta solo dalla Sicilia) è un aspetto talmente caratterizzante della regione che viene elevato al rango di arte, analizzato nelle sedi accademiche e valorizzato in mostre fotografiche.

“Tuttavia, nonostante questa creativa e consolatoria interpretazione, è innegabile che alcuni “non finiti” ormai celebri, deturpino il paesaggio, solo per fare alcuni esempi il non hotel a Riace Marina” – che, come hanno affermato gli attivisti del WWF Calabria è un luogo simbolo di una ferita, di un torto alla bellezza – “oppure il tronco di molo costruito negli anni Settanta, devastando la scogliera, come incipit del mai completato porto marittimo di Bova Marina.
Dove non è più possibile intervenire o dove non ha senso sanare, bisogna abbattere i residui fatiscenti e inquinanti del paesaggio e dell’ambiente.
Sono guasti mai riparati che contribuiscono a fare della Calabria una regione “a macchie” sia per gli aspetti paesaggistici, sia per gli aspetti politici.”

Ma ci sono anche numerose “macchie” virtuose: Smorto ricorda il MuSaBa, nella vallata del Torbido a 10 chilometri dal mar Jonio, importante perché è una sintesi della trasformazione positiva di un luogo e, insieme, un’esperienza che guarda e dialoga direttamente con l’Europa, bypassando la dimensione locale e nazionale.

Alfonso Femia con Nik Spatari (morto nel 2020). Nella prima edizione di Mediterranei Invisibili, nel 2018, una delle tappe più significative fu quella al MuSaBa, parco d’arte con opere monumentali e architettoniche, a Mammola, sul versante ionico calabrese. Il recupero dell’area monumentale storica è parte del progetto in un processo di interconnessione fisica tra passato e presente.
Nik Spatari ha integrato la Calabria in una visione internazionale, legando e distinguendo i lasciti di una civiltà millenaria con il farsi dei nuovi linguaggi dell’era tecnologica e della virtualità.

COSA SERVE ALLA calabria PER DIVENTARE CALABRIA

Si costruirà molto in Calabria, in Italia e nel mondo. Lo afferma il Cresme, Centro studi italiano che si occupa dell’andamento del mercato delle costruzioni a livello mondiale, nel suo ultimo Rapporto Congiunturale: la percentuale relativa alle costruzioni pesa sulla crescita complessiva del Pil con una previsione superiore al 6 per cento per Italia, Francia, Regno Unito e States e al 7 per cento per Asia e Australia.

Sul sito del Ministero per il Sud e la Coesione Territoriale si legge che saranno 213 i miliardi destinati al Sud nei prossimi anni e che l’Unione europea chiede di ridurre i divari territoriali con azioni effettive e riforme efficaci, non già con una mera ripartizione contabile delle risorse. Questo, unito al vincolo temporale d’uso di cinque anni dei fondi del Pnrr, potrà essere uno stimolo concreto considerando, come ha ricordato di recente il Presidente del Consiglio Draghi, le “storiche difficoltà del Sud di assorbimento dei fondi pubblici”.

L’attenzione mediatica si è subito concentrata sulla grande lacuna storica del Sud, la mancanza di infrastrutture, strade, autostrade, ponti, “il ponte” …, sulla necessità, non solo di ampliare la rete, ma anche sul monitoraggio della stabilità strutturale e sulla manutenzione dell’esistente.
Verrebbe da dire, sacrosanto.

Giuseppe Smorto riflette su questa pretesa urgenza e rovescia i termini dell’analisi: certamente è una necessità innegabile, ma pensando alle priorità dei cittadini calabresi, immediatamente emerge che il primo bisogno da soddisfare è quello di costruire e rendere dignitose le infrastrutture sociali, particolarmente scuole e ospedali.
“Creare una condizione minima al vivere i luoghi, sviluppando e moltiplicando sanità e istruzione, è premessa necessaria per un sano mercato del lavoro locale, per una paritaria relazione con il Paese e per un dialogo diretto con l’Europa e con il Mediterraneo prossimo.
Sul costruire futuro, prima di partire con progetti nuovi, c’è da lavorare su quanto è stato intrapreso ed è fermo. E ancora è fondamentale ragionare sull’industrializzazione fallita che ha lasciato carcasse e residui fisici, addizionale scempio al non finito, in luoghi che hanno diritto e qualità di rinascere in altro modo. Per mettere insieme questi indispensabili progetti, è necessario un rigoroso controllo politico e giudiziario perché i lavori pubblici sono tra i maggiori oggetti di interesse di mafia e ‘ndrangheta”.

Infrastrutture sociali, particolarmente scuole e ospedali, sono le prime necessità dei calabresi, premessa necessaria per una relazione paritaria con il Paese e per un dialogo diretto con l’Europa e con il Mediterraneo prossimo.

CONNESSIONI: ACQUA – CALABRIA – EUROPA

Dissesto idrogeologico, dighe, carenza ed eccesso d’acqua: in Calabria si sommano tutte queste situazioni che si impongono come argomenti di pubblico dibattito solo quando insorgono difficoltà stagionali e ambientali.
Mettendo le emergenze temporaneamente a margine, il problema acqua è una costante da affrontare e risolvere, non solo perché danneggia agricoltura, turismo, e quotidiano domestico, ma perché concorre all’inadeguatezza nazionale nei confronti dell’Europa.
Secondo Ispi, la carenza di depuratori, l’inefficienza dei sistemi fognari e  delle dighe delle regioni meridionali nel loro insieme causa l’85 per cento delle procedure di infrazione emesse dalla Comunità europea nei confronti dell’Italia in tema di acqua.

Le regioni del Sud sono responsabili dell’85 per cento delle procedure di infrazione emesse dalla Comunità europea nei confronti dell’Italia in tema di acqua. La Calabria spreca il 55 per cento della sua acqua.

Cos’è l’acqua per la Calabria?

Giuseppe Smorto parla di “una narrazione quasi letteraria dell’acqua in Calabria”.
Quinta regione italiana per superficie forestale, ricchissima di acqua sulle montagne, si impoverisce criticamente in un drammatico spreco nel percorso verso le pianure e le coste. La Calabria è, infatti al quarto posto, nella classifica delle regioni italiane, per dispersione idrica.
Il riscaldamento globale si aggiunge ad aggravare una situazione complessa, le condizioni ambientali favoriscono l’acutizzarsi degli incendi di matrice dolosa con le conseguenze note.

Il sistema degli acquedotti calabresi è vetusto: nel sito di Sorical, società mista di gestione delle risorse idriche calabresi, a prevalente capitale pubblico regionale, leggiamo che “la massima parte degli acquedotti sono stati costruiti dalla Cassa per il Mezzogiorno (Casmez) a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso (…). In molti casi vennero realizzati degli schemi infrastrutturali completamente nuovi, in altri vennero riconfigurati, ammodernati e potenziati piccoli acquedotti esistenti, riunificandoli in opere più grandi e meglio strutturate”.

Smorto ha raccontato che all’attivazione della Diga del Menta (che si trova nel Parco Nazionale dell’Aspromonte), l’aumento della portata dell’acqua aveva causato significativi problemi alle tubazioni. L’aggiornamento della rete idrica è una delle priorità/urgenze della Calabria che si è trovata, in più occasioni, a causa dell’inesistente razionalizzazione della distribuzione idrica, a dover scegliere, durante i picchi d’uso stagionali, se approvvigionare d’acqua i turisti o irrigare le coltivazioni agricole.
Migliorare la rete idrica, dotare la regione di un numero adeguato e ben funzionante di termovalorizzatori sono opportunità reali di rilancio della Calabria, emergenze silenziose e permanenti che esigerebbero interventi immediati”.

CONNESSIONI: PORTI – CALABRIA – MEDITERRANEO

Leggiamo nel sito di Ispi che, nell’attuale contesto geopolitico, un’importanza crescente stanno assumendo i porti, intesi non solo e non più come terminali di rotte commerciali, ma anche come fattore strategico di un paese che dal mare si proietta verso il mondo.

La Calabria ha 800 chilometri di costa e 39 porti. Il più grande porto calabrese (e del Mediterraneo per transhipment), è quello di Gioia Tauro e la Regione Calabria ha investito, negli ultimi anni, 24 milioni di euro per la valorizzazione e il recupero della portualità turistica.

Smorto osserva che i porti turistici sono ancora pochi, al momento, e ci sono zone molto estese che non hanno approdi. Racconta dell’esperienza virtuosa del porto di Cetraro, che era quasi abbandonato ed è stato recuperato e rifunzionalizzato, aprendo eccellenti prospettive turistiche.
Ma è sul porto di Gioia Tauro che Smorto concentra il suo interesse: “non ha rapporti con il territorio, è come se fosse un’isola, il trasporto via rotaia delle merci è lento, non è competitivo.
La zona del retroporto, ideale per lo sviluppo di attività di trasformazione per il comparto alimentare, per esempio, è vuota.
Non c’è trasferimento dal porto al territorio e questa chiusura impedisce alla Calabria di riavere, in termini di occupazione, di produzione, di ricchezza, quello che al porto ha sacrificato, per gli aspetti ambientali e paesaggistici”.

LA CALABRIA NON È PERDUTA

Smorto ci congeda con un pensiero “ci sono due o tre Italie differenti e, in una di queste, la Calabria, molte cose non funzionano” ma “la Calabria non è perduta” (riprendendo dal suo libro p. 71, 78).
Nonostante il variegato panorama di situazioni negative e dell’isteria politica e mediatica che pare crogiolarsi nel rimestare la melma dello stigma malgoverno + infiltrazioni criminali “la Calabria, per fortuna, è anche altro”.

Mediterranei Invisibile sta rivelando “l’altro” della Calabria.

Grazie di cuore a Giuseppe Smorto per l’ascolto e la condivisione del progetto.

In apertura, porto di Gioia Tauro. Foto ©Salvatore Greco

Pentedattilo-Med-Inv-Salvatore-Greco

NEI LUOGHI DEL SUD, MEMORIA E SGUARDO SONO IN RELAZIONE RECIPROCA, L’UNA RICORDA E L’ALTRO RIVELA. L’INVISIBILE DIVENTA SENTIMENTO ED EMOZIONE, NON PER SCOPRIRE, MA PER IMMAGINARE. IL PAESE DI PENTEDATTILO SECONDO SALVATORE GRECO

    

La storia del paese di Pentedattilo – pentedattilo significa cinque dita e il nome descrive il profilo delle rocce del monte Calvario sulla costa ionica della Calabria – finisce con il terremoto del 1783. O meglio il terremoto è l’inizio di un’agonia che terminerà con l’abbandono dei luoghi, inesorabile e inarrestabile, fino a lasciare, negli anni Sessanta del Novecento, un paese fantasma.  
Pentedattilo ha una storia antichissima, risale al 640 prima di Cristo, costruito dai Calcidesi e poi divenuto fortezza per controllare la fiumara di Sant’Elia, importante perchè era la via di passaggio verso l’Aspromonte.

Alla fine del dominio romano la via di passaggio non era più così essenziale all’equilibrio geo-politico. Il borgo passò di proprietà in proprietà fino a quando venne acquistato dalla famiglia dei marchesi Alberti nel 1686.
Tra i marchesi Alberti e gli Abenavoli, ex feudatari del borgo, un’accesa inimicizia condusse a una sanguinosa storia di delitti e carneficine, con il pretestuoso motivo di una rivalità amorosa.
È da qui nasce la cupa leggenda che predice che l’enorme mano di roccia delle cinque dita si abbatterà sugli uomini per punirli della loro sete di sangue. E poi nel 1783 il terremoto, il decadimento, il degrado. La fine.

La fine?
Pentedattilo è ancora un luogo suggestivo e ammaliante, per quello che la storia tramanda, ma soprattutto per l’invisibile, scomparso o celato.
Ne ha restituito il fascino Maurits Cornelis Escher, appassionato di Italia e di Mediterraneo, portando Pentedattilo nelle mostre itineranti in tutto il mondo.

M. C. Escher, Pentedattilo, Calabria, 1930, litografia. Collezione privata Italia.

Salvatore Greco ne traccia, con linguaggio visivo, pennellate di luoghi in forma di scrittura, in alcuni punti lieve come un acquarello, in altri duro come un’incisione e in altri ancora forte come un olio. Disvela non solo le parti celate, ma anche quelle che non esistono più e che non possono tornare se non in una visione in cui la memoria e l’immaginazione si mescolano ai colori e agli odori, all’asprezza del vento e al dolore per la perdita dell’identità.



IL PERIPLO DELLA ROCCA E LA PASTORA di Salvatore Greco

È passato poco tempo o tanti anni? Non lo so più, forse colpa di qualche pandemia.
Finalmente potevo scardinare quella cornice, ed entrare in quell’immagine metafisica, che a mo’ di reliquia capeggiava solenne nel salotto buono di casa e che mio padre ostentava orgoglioso agli ospiti forestieri. Solo in età matura avevo capito che si trattava della riproduzione di un’incisione di Maurits Cornelis Escher, ne fui compiaciuto, e non era quella né una visione fantastica né allucinata.
Finalmente sarei andato oltre l’icona, l’immagine bidimensionale, quella che conoscevo dalle lunghe letture e dalle logore pagine del web a bassa risoluzione, che negli anni avevo consultato per ritagliarmi il mio personale pezzo di calabresità, spero non in versione pittoresca.
Ebbi qualche attimo d’esitazione di fronte a quella scena, un istante dopo tirai fuori la mia vecchia macchina reflex dalla custodia e cominciai a scattare fotografie a ripetizione, su e giù caoticamente, per le rughe deserte e tra le rovine delle case aggrappate.
Pergole, porte spalancate, tramezzi di canne, intonaci sfogliati, sulle mura dalle tempere forti ormai sbiadite e stanche, scritte e disegni quasi primitivi, tetti consumati, edicole sacre, cisterne per l’acqua e piccoli giardini pensili, ma non ero un turista asiatico in visita celere in Italia, il tempo non mi mancava. Mi accolse il panoramico e panciuto muretto in calce della piccola piazzetta, adiacente alla chiesa, accesi la prima sigaretta, riposi la macchina fotografica e sedetti a riflettere. Due sedie rosse con tavolinetto in un incantevole spazio pubblico senza arredo urbano!!


Un impianto senza cardo o decumano semplicemente funzionale ai livelli degradanti dell’orografia del sito.
Entrai nella chiesa che per molti anni era stata abbandonata.
Lo scritto inciso su una lastra commemorativa, sormontata dallo stemma araldico degli Alberti, signori della rocca, documentava, dopo il rito greco, che il primo prelato ad officiare in lingua latina in questa chiesa era stato nel 1655 il Bovese, Don Domenico Toscano.

Dalla chiesa protopapale greca a quella arcipretale latina, un passaggio storico da commemorare? O un segnale di inarrestabile perdita di coscienza della propria identità!


Quel fortilizio naturale sembrava precipitarmi addosso e i buchi solcati dal tempo nella rossiccia parete arenaria, profondi occhi che mi fissavano, cambiando spesso espressione!
Quanta modestia in quel coagulo di viuzze, le case, una diversa dall’altra e tutto insieme in sintonia con il paesaggio. Abitazioni lacerate, avevano posseduto cose semplici, abitanti intenti al focolare, all’orto, al porco e alla chiesa, un minimalismo fatto di bisogni e non sollievo per un’inconscia eutanasia, rappresentazione mascherata da tendenza contemporanea, dove molte case stilizzate, senza odore di soffritto, sono abitate solo da zelanti collaboratrici domestiche.


I vecchi dimoranti si erano improvvisati mastri muratori, architetti e forse qualcosa di più!
Si erano fatte le dieci del mattino e il sole già faceva sentire i suoi benefici, avevo un appuntamento! Decisi allora per fare più in fretta di percorrere un altro sentiero, più breve e scoprire così il lato B di quell’isola di pietra tra la precoce dischiusa primavera. Mi incamminai lungo un viottolo solitario, lo sguardo pendolava continuamente tra lo sfondo a mare fino a incontrare la Sicilia, la costa messinese e ancora oltre, il vulcano di Schizzo, l’Etna sempre più vicino che con la sua cima innevata contrastava con quel primo piano di terra bruciata ricoperta a macchie di fichi d’india, agavi e finocchietto selvatico, la rupe sempre più incombente.
A un certo punto lasciai il percorso, mi aprì la via, alla ricerca di strani incontri, tra spighe che andavano dorandosi e i cardi pungenti e colorati, non si fecero attendere!

Un vecchio canto popolare calabrese intonava:

Iu fici vutu di fari ‘ncastellu,
cridendu ch’era iu lu castellanu.
Doppu chi lu fici artu e puru bellu,
la pinna mi pigghiaru di la manu.
Restai comu lu pitturi senza pennellu
comu lu notaru senza pinna a manu.

Una piccola abitazione abbandonata, col tetto piano calpestabile, un mandorlo a proiettarle ombra sul muro assolato, profondamente diversa da tutte quelle già incontrate con il classico tetto di coppi. Un volume moderno, una “white box” logorata dal tempo, immersa in un alto tappeto di colori spontanei, riflessi nel fascino silenzioso e primitivo di questo luogo, la presenza maestosa della rupe di sfondo, un altrove da tutto. Semplicemente simile a molte architetture tradizionali mediterranee, liberate dalla schiavitù della pianta in funzione del tetto.

Questo mi confortava e mi confermava ancora una volta la potenza del vicino e lontano, grande piccolo paesaggio, in grado di risolvere qualunque querelle stilistica.
Ripresi a camminare estasiato, mi persi senza paura, pensieri impalpabili all’ombra della roccia e scorsi da lontano una piccola edicola sacra, il sentiero lasciato doveva essere lì vicino.


Quasi senza accorgermene magicamente mi ritrovai nel luogo dell’appuntamento.
Rossella, la pastora, l’ultima abitante, l’etrusca custode della terra dei greci di Calabria era lì a aspettarmi, indaffarata nelle sue faccende. Poche parole, semplici, profonde e in dieci minuti mi raccontò la sua vita!
Ragazza, aveva lasciato la sua Viterbo per venire a vivere in questo paradiso di Calabria. Sacrifici e turbamenti le si leggevano nel volto sempre sorridente, sapienza strappata a questa terra ed emanava un intenso profumo di pane mentre mi parlava delle sue capre e dei suoi progetti. Più tardi ci ritrovammo seduti a tavola, pietanze semplici svelarono antichi rituali e andammo indietro nel tempo fino al ceppo greco. Mangiare a sazietà probabilmente per sfatare i tanti periodi contraddistinti da bisogni e stenti, attraversati nonostante tutto con fervente e decorosa dignità.


Un arrugginito cartello turistico narrava la già nota e sanguinosa vicenda accaduta la notte di Pasqua del 1686, Alberti e Abenavoli, Montecchi e Capuleti. Intorno a quegli anni, il primo abbandono, i contadini si spinsero verso la marina.
Impegnato nell’ascesa alla rocca ero io a creare quel paesaggio e chi sa quanti prima di me lo avevano fatto. Marcovaldo, sua moglie Domitilla con i quattro figli Michelino, Teresa, Pietruccio e Filippetto, mi aveva preceduto alla ricerca di aria buona.


Formaggio primosale e workaway, chiacchierammo per un tempo che mi sembrò non finire mai, prima di lasciarla con la promessa di nuovi incontri, mi diede indicazioni precisissime di paesaggio!
Avevo fatto il periplo del monolite!! Ancora in quel coagulo di viuzze, sedetti a riposare, il tempo di una meritata sigaretta e l’impulso mi portò subito dopo all’ascesa della rupe, circa duecento metri fino alla cima inaccessibile, passando quasi dentro il campanile maiolicato della chiesa dei SS. Apostoli Pietro e Paolo.
L’ultimo rudere della rocca portava incastonata sul portale una maschera apotropaica, pronta a scacciare gli spiriti cattivi, le anime maligne.


La conquista della rupe rappresentava un atto fondativo, di senso sia fisico che simbolico – trascendentale e avevo in mente quella magnifica testimonianza immortalata dal Petrarca nella famosa lettera del Monte Ventoso, uno dei pochi insegnamenti che mi era entrato indelebilmente nel cuore e nella mente. Orgoglio nostrano la conquista del Ventoso, anche quella del Pirata Nazionale, Marco il campionissimo coccolato e abbandonato.
Finalmente la vetta, tra i resti dell’ultimo castello, tutto sembrò essere annunciato e dal podio posto in alto, lo sguardo si perdeva fino alla marina, facendomi leggere le parti di quella fulgida composizione.
Una dimora del vento sfuggita ai cammini di Paolo Rumiz. Ero davanti all’ennesimo monocromo Guernica? Ma qui non c’era stata guerra civile! Catastrofiche alluvioni, terremoti e l’incuria dell’uomo avevano dipinto l’ennesimo arazzo. Tutti questi paralleli mi imponevano di guardare ad occhi aperti oltre il già detto e il visibile.


Mi arrampicai ancora più in alto e con un po’ di sforzo raggiunsi una stretta gola e la fatica fu ampiamente ripagata dalla vista, ero padrone incontrastato sui diruti tetti dell’abitato, il cimitero su l’altura vicina, l’imitazione del paese era lì a due passi.
Era quello un paesaggio compensativo, consolatorio, o un pensiero critico rispetto alla mia vita urbana?
In quella stessa scena vista da vicino, avevo toccato con mano l’altra faccia della medaglia: la fragilità ambientale, l’atavica cultura dell’emergenza, l’esatto “sfasciume pendulo” così ben sintetizzato da Giustino Fortunato.


Un’incontrollata azione antropica moderna aveva prodotto per fortuna in zone circoscritte, più danni di tutti quei già detti catastrofici eventi naturali. Terra ballerina, punto di convergenza di ben tre placche continentali, storicamente aveva condannato questa umanità. A completare l’opera, deriva sociale e urbana, anime nere, profanazione, forti contraddizioni, memoria senza spessore, deserto dei tartari!
Di ruderi di pietra e monumenti, l’Italia non n’è avara, ma qui lo sfondo non è contorno, palcoscenico conservato, il cielo, gli odori del vento, i colori dell’esuberante vegetazione delle specie endemiche erano un’esplosione di colori e di profumi.


Guarivano l’anima, le diverse specie di piante grasse, esemplari unici la Centaurea e le Allium pentadactyli.
Il vallone delle orchidee, che pur avevo già attraversato distrattamente, vignetta senza parole! 
La fiumara di Annà e quella di S. Elia, circoscrivevano la rocca in un abbraccio erosivo, disegnando coni prospettici che dalla marina si perdevano fino alle pendici dell’Aspromonte.


Avevo finalmente l’opportunità di praticare il silenzio, un assordante silenzio, la solitudine, senza essere costretto a obliterare nessun biglietto.
La solitudine si dice sia prerogativa esclusiva dei sovrani. Cento, mille sovrani abitavano quel paesaggio, io non ero stato solo, occhi verdi invisibili mi avevano accompagnato!!!
Paragonare questo silenzio verticale e rumoroso, con l’altro subdolo e invisibile dei giorni festivi in città, mi metteva ansia, si era fatto obbligo, poesia e dramma.
Non riuscivo più a fotografare.


Cominciarono davanti a quell’impressione a martellare, le vecchie discussioni universitarie del gruppo Ibrido e gli insegnamenti di Franco, il maestro capitolino dai capelli bianchi, mentore silente e tuonante nel descrivere il carattere calabrese!
“Un’intelligenza lucida che convive con un sentimento coraggioso ma anarchico, fortemente individuale, velato di pessimismo e di malinconia…. Tutto il paesaggio calabrese ha un grande respiro, anche quando fallisce”.


Ora, i compagni di viaggio di Mediterranei Invisibili erano più vicini di quanto potessi pensare! Ebbi perfino l’impressione di vedere Ernesto correre nel sentiero poco più a valle, Mario, Stefano e Massimiliano impegnati in avanscoperta con i treppiedi sulle spalle, mentre gli altri e il capitano seduti a discutere all’ombra di una pergola panoramica.


Intanto il sole cominciava a tramontarmi alle spalle, cosa per me inusuale, e il buio trascendeva nella mia immaginazione, impedendomi di augurare a questa terra di divenire scenografia di un grande palcoscenico per un’industria panoramica e turistica, dove i veri valori e significati potessero venire alterati e banalizzati.
Economia di mercato; attrarre investitori, nuovi ricchi, magari dall’estero, l’obiettivo prioritario; ma non eravamo forse noi i primi investitori? E i progetti condivisi?
Lontani i tempi in cui Totò e Peppino vendevano la fontana di Trevi all’ignaro sig.Caciocavallo.
Quanti bei retini colorati, accomunati da uno scadente “copia e incolla” per una svendita immobiliare di ammuffite metropoli di cartone.
Nella dendrocronologia urbana, dentro gli ultimi anelli periferici da rammendare, tanti avevano già letto il grigio presagio di una modernità non finita, annunciata nelle urbane nature morte e metafisiche di Sironi Mario, futurista!


La notte del 16 aprile 1686, importante sicuramente per questa scena, ma anche questa notte in arrivo lo era, insieme a tutti i frantumi di un’auspicata ri-generazione antropologica, tanto fisica che spirituale.
I festival, le associazioni, linfa vitale per un corpo sofferente, vero è che in questa terra tutto è raccontato come lento “come alle estremità di un organismo” scriveva Saverio Strati, ma a volte questo può essere un valore. C’è da dare fiato al singolo con un’attinente logica contestuale, in un riverbero corale, dall’arcaico al post-moderno, un “effetto farfalla”, liberandosi da vecchi sistemi che avevano creato nocivi “parassiti di paesaggio”.
Non mi fu difficile immaginare da lassù il borgo del tempo passato, memorie trapiantate i racconti dell’etrusca pastora. Zoccoli di cavalli, notabili panciuti, creature scalze, carri rumorosi, eco di voci lontane, suoni di ceramelle, tintinni di campanacci, muri di ricotta, uomini e bestie nello stesso catoio, vociare di ambulanti, parroco trino, maestro e dottore, giorni senza lustru, fumi di pane, eremi, fuochi propiziatori, processioni di santi, riti di fondazione, cultura taciuta, fiumare terapeutiche e distruttrici, tutto scorreva velocemente come i titoli di coda di un film appena visto.


Erano passate diverse ore e attendevo immobile il lento tramonto sugli aspri monti, di spalle e in controluce, affacciato verso la costa, a un tratto pensai di essere il “Viandante”, manifesto della pittura più romantica.
Vaneggiavo?
I limiti della nebbia umana erano ora a confronto con la grandiosità della natura.
Senza pausa di fiato, sentimenti soggettivi facevano a pugni con sensazioni oggettive.
Cercavo spiegazioni, o era semplicemente l’ebbrezza della solitudine?
Perdonate, scusate le tante citazioni lungo questo impervio cammino, credetemi ne sfoggio, né vanità, ma stampelle, ancore sicure, per un lungo e faticoso itinerario morale autodidattico, che mi stavano insegnando come inserire la freccia di sorpasso e dire di no, prima di tutto a me stesso.
Prima di rientrare, mi accorsi di non essere stato solo, una piccola lucertola era stata gran parte del tempo immobile a farmi compagnia in una sorta di estasi contemplativa, la salutai e gli diedi appuntamento alla prossima volta.  

Servizio fotografico di Salvatore Greco

Il Viandante sul mare di nebbia. Olio su tela di Caspar David Friedrich, 1818.




Dettagli allegato 200919_Mediterranei-Invisibili_∏Stefano-Anzini Ponte sullo Stretto

IL SUD DEVE COMPRENDERE SE STESSO E LE SUE VOCAZIONI. E L’ITALIA TUTTA DEVE RENDERSI CONTO CHE SENZA UN SUD FORTE CONTINUERÀ A SEGNARE IL PASSO: È UNA QUESTIONE DI GEOPOLITICA con Laura Pavia

Laura Pavia, architetto e docente a contratto all’Università della Basilicata è una delle anime del progetto Rigenerare a Sud/Rigenerare il Sud e ha le idee chiare sulle vie da intraprendere per trasformare il Meridione in un centro propulsivo per l’economia. La sua visione è lucida e rovescia la prospettiva: il Paese riparte solo se riparte il Sud.

Non scherziamo sull’argomento infrastrutture: sono necessarie, non c’è un’alternativa possibile pena la recessione e la stagnazione. E serve il Ponte sullo Stretto.
Un esordio deciso quello di Laura che ha partecipato per la prima volta a Mediterranei Invisibili quest’anno.

Laura Pavia con Alfonso Femia in Mediterranei Invisibili – Viaggio nello Stretto III, talk del 19 settembre 2020. Fotografia di Stefano Anzini.


Ci sono, al Sud, regioni con sofferenze infrastrutturali acute e regioni che stanno un po’ meglio, grazie anche alla loro collocazione geografica ma, al di là dei casi specifici, costruire le connessioni fisiche necessarie, salvaguardando gli aspetti ambientali e paesaggistici, è fondamentale per lo sviluppo. Non attivarsi in tal senso esprime solo la volontà negativa di tenere il meridione sempre un passo indietro.
Dissesto idrogeologico, complessità morfologiche del territorio sono ostacoli superabili: l’Italia ha i migliori ingegneri e le migliori tecnologie, tanto che esporta questa cultura tecnica in tutto il mondo dai primi anni del secolo scorso e ha contribuito a costruire ponti, dighe e strade nelle situazioni geografiche più improbabili.
Ora avremmo a disposizione anche i soldi del Recovery Fund.
Eppure, si continua a procrastinare, prima di tutto sul tema del Ponte. Il Governo, nella figura dell’attuale Ministro per il Sud e per la coesione territoriale, Giuseppe Provenzano, si è espresso chiaramente “Il ponte non è finanziabile e i tempi sono incompatibili con quelli del Recovery Fund”.
Provenzano sostiene che le priorità siano altre, per esempio l’Alta Velocità per la Calabria e la Sicilia, che potrebbero garantire una mobilità quotidiana dignitosa ai cittadini. 
Ma stiamo parlando di tre chilometri di ponte: non costruirlo, nel 2020, significa tenere il Sud un passo indietro.
E l’Italia ferma.


Il Ponte non serve (solo) a collegare la Sicilia con l’Italia. Bisogna allargare lo sguardo: per esempio, chi continua ad avvantaggiarsi delle lacune infrastrutturali del nostro meridione è il porto di Rotterdam. Va detto che c’è anche un triste aspetto campanilistico nazionale, Genova e Trieste non vogliono perdere primati e potere economico sulla piazza europea. Abbiamo la possibilità di riattribuire alla Sicilia (e all’Italia) il ruolo di vera frontiera del Mediterraneo, considerando anche la stretta correlazione con il Canale di Sicilia (che gli inglesi chiamano sbrigativamente Stretto di Sicilia) tra Italia e nord-Africa, sensibilissima zona su diversi fronti: militare, commerciale ed economico per le connessioni energetiche e digitali.
Continuare a leggere il valore del Ponte sullo Stretto di Messina esclusivamente come passaggio tra Calabria e Sicilia rivela una grave miopia geopolitica.
Il Mediterraneo della Sicilia non è neppure un tema solo europeo, ma internazionale, mai così importante come in questo momento storico: riprendendo un’affermazione dell’ammiraglio Mario Rino Me, in un articolo di Limes, Africa e medio-Oriente, i commerci cinesi e le manovre russe “materializzano nel Mare Nostrum una competizione fra imperi simile al Great Game ottocentesco fra Mosca e Londra”.
Questo per chiarire che la domanda giusta da porsi non è se costruire il Ponte, ma come farlo nel tempo più veloce possibile.


Poi ci sono altre considerazioni, ad ambito più circoscritto, nazionale ed europeo: per esempio, l’alta velocità finisce praticamente a Roma (Napoli); c’è un tratto della linea adriatica ferroviaria, tra Termoli e Lesina, che è ancora a binario unico, dai tempi di Vittorio Emanuele II.
Da Bari a Reggio Calabria il tempo medio di percorrenza in treno è di quasi 10 ore, per coprire 350 chilometri.
Ecco, dunque, perché il Sud come luogo di investimento è logisticamente poco appetibile ed economicamente insostenibile.
Di nuovo il problema non è (solo) meridionale, ma dell’Italia tutto che si propone smezzata agli investitori internazionali con una potenzialità inattiva e impedente dello sviluppo nazionale.
Un’Italia a due velocità non può più funzionare nel 2020, … se mai ha funzionato.
La Puglia è l’esempio di quello che il Sud può fare e dare all’Italia; si è completamente rinnovata attraverso una politica generativa, affrancandosi dagli stereotipi secolari, mettendo a punto programmi che si proiettano di vent’anni avanti (il qui e ora non ha senso), attivando la straordinaria risorsa delle nuove generazioni e puntando sulla dimensione reale del territorio: la cultura, l’agricoltura e il turismo.
Un’operazione diversa nei contenuti, ma simile nei processi, è stata quella che ha visto Matera protagonista nel 2019 come Capitale Europea della Cultura: la città della vergogna dei Sassi è tornata a credere in se stessa e nel valore millenario della sua identità.

Sul tema degli stereotipi … il Sud è mafia e malavita. Di recente Emiliano Morreale ha pubblicato una storia a fumetti dal titolo “La mafia immaginaria. Settant’anni di Cosa Nostra al cinema”, in cui racconta come la mafia siciliana sia stata protagonista “di decine di film e di fiction televisive, con un corredo riconoscibile e stereotipato di personaggi, situazioni, immagini: un codice che si è sovrapposto agli eventi storici, li ha modellati e ne ha influenzato la percezione”. Si tratta di un modello negativo non solo sul piano culturale, ma soprattutto su quello dell’economia reale. Qual è il tuo pensiero a riguardo?
C’è la storia. E poi c’è un tema di attualità in cui risulta molto facile colpevolizzare il Sud, assegnandogli l’etichetta di “mafia”, come se, anche oggi, la responsabilità fosse solo nostra.
Mafia e ‘ndrangheta colonizzano anche i territori lombardi o veneti o piemontesi, e riescono a farlo perché trovano terreno fertile, cioè soggetti importanti per capacità economica, disposti ad accogliere dinamiche illegali e a integrarle nei processi di sviluppo, talvolta apparentemente virtuosi.
Il pregiudizio è radicato e sembra ancora molto lungo il cammino da compiere per estirparlo.

Fotografia di Stefano Anzini.


Cosa può accelerare lo sviluppo del Sud e offrire un punto di partenza aggiornato e più forte come piattaforma di rilancio globale? Intendo nell’attesa che si costruiscano ponti e strade e si attivino le politiche generative di cui abbiamo parlato?
Un tema importante e che mi è particolarmente caro è quello dell’università.
Penso che molte città del Sud potrebbero trasformarsi in città universitarie, creando uno straordinario indotto, composto dai ricercatori e dai fuori sede italiani e internazionali (Covid a parte). La città di Taranto, per esempio, nel suo centro storico ospita ben tre sedi universitarie, oltre le altre sei dislocate nella città nuova. Se Taranto, gravata da problemi enormi legati alla sua zona industriale, riuscisse ad implementare i servizi ad esse connessi, seguendo l’esempio di città come Urbino o Trento, potrebbe contribuire all’importante processo di rinnovamento e di rigenerazione urbana che in questo momento sta interessando non solo il centro storico, ma anche l’intera città.
Investimenti mirati in comunicazione, un minimo potenziamento e razionalizzazione dei voli aerei, potrebbero realmente rendere attraente e culturalmente prestigioso studiare dove c’è tanta storia e tanta cultura, tanta architettura, tanta arte e tanto paesaggio.
Il problema storico delle università del Sud è quello dei finanziamenti. Ricevono una minor quota di finanziamenti e questa “sete perenne” di denaro frena gli investimenti sulla ricerca. Non si possono importare ricercatori perché non ci sono le condizioni economiche al contorno, ma continua l’emorragia delle intelligenze locali che preferiscono spostarsi al nord o all’estero.
E al Sud, spesso, mancano gli investimenti privati che potrebbero compensare le lacune pubbliche, semplicemente perché non c’è industria.
Il Sud non ha mai avuto una vocazione industriale, qualsiasi tentativo fatto, in passato, è stato una forzatura, un calare dall’alto decisioni calibrate non sui bisogni reali, ma su necessità immaginate da parte degli amministratori, spesso non da quelli locali, ma dal Governo centrale.

Da dove partire, allora, per ribaltare lo scenario meridionale?
È la narrazione che genera prima la visione e poi il progetto. Occorre partire dal racconto di luoghi, paesaggi, persone, esattamente come fa Mediterranei Invisibili e come fa l’Università della Basilicata con il progetto Rigenerare a Sud/Rigenerare il Sud.
Spesso quando indaghiamo nei territori del Sud, nei paesi e nelle piccole città, nei borghi, ci sentiamo chiedere “perché siete qui, se qui non c’è nulla?”.
È una condizione ricorrente nel Sud e in tutti i Sud del mondo l’incapacità di vedere architettura, ambiente e paesaggi a casa propria.

La pandemia è stata l’occasione per organizzare un ciclo di seminari online, nati da un’idea mia e di Ina Macaione, per il Laboratorio di Fenomenologia dell’Architettura di Matera. Abbiamo avvertito l’esigenza di dare voce a tante esperienze importanti di rigenerazione urbana in atto nel Sud, portate avanti da persone del Sud, che però ci apparivano isolate e distanti fra loro. Nella consapevolezza che non parlare di qualcosa equivale a ignorarla e a condannarla all’oblio, in più di quarantacinque seminari abbiamo dialogato con docenti, ricercatori, studenti, professionisti, amministratori, associazioni e liberi cittadini. Da questo lungo e anche faticoso racconto, è emersa tutta la ricchezza e la vitalità di un Sud che è attivo, si impegna sul campo e vuole costruire una rete di relazioni, conoscenze, abilità ed esperienze che sono strettamente legate alle peculiarità dei territori del Sud. Rigenerare a Sud/Rigenerare il Sud indica con chiarezza una strategia d’azione: senza il coinvolgimento e la partecipazione diretta dei cittadini che vivono nel Meridione non è possibile avviare percorsi di rigenerazione del territorio urbano. Soprattutto, non è possibile quel racconto che cambia lo sguardo su se stessi e sull’intorno e che genera l’amore verso i territori e il desiderio di restare o tornare al Sud.

Le esperienze raccontate in questo ciclo di seminari saranno a breve pubblicate in un Atlante della rigenerazione urbana a Sud, un’opera aperta, uno sguardo attivo sul Meridione che speriamo sia solo l’inizio di lungo percorso di condivisione e collaborazione con tutti i rigeneratori del Sud.

Per trovare il progetto Rigenerare a Sud/Rigenerare il Sud nei Social:
instagram: rigenerareasud_rigenerareilsud
facebook: Rigenerare a Sud / Rigenerare il Sud
youtube: Nature City Lab

La foto in apertura è di Stefano Anzini.


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UN MODELLO SUD IN GRADO DI TRAINARE IL PAESE SI FONDA SULLE ESPERIENZE STORICHE, SENZA INDULGERE ALLA NOSTALGIA DEL PASSATO, DECLINANDO LA SAGGEZZA SECOLARE AL PRESENTE con Serena Bonura

Serena Bonura lavora e svolge attività di ricerca nel campo dell’ecologia e della sostenibilità applicate all’educazione e alla comunicazione. Dal suo punto di vista non si può parlare di “sud alla riscossa”, perché il Sud è meraviglioso, ma la qualità di vita la danno le scuole e gli ospedali che funzionano e non (solo) il paesaggio, il mare e il sole. In Sicilia ci sono ancora molte cose da mettere a posto.

Serena Bonura nel talk di Mediterraei Invisibili – Viaggio nello Stretto III del 18 settembre 2020. Fotografia di Stefano Anzini.

Serena ha vissuto a Bologna per qualche tempo e questo ha cambiato il suo modo di vedere il mondo (e il Sud). Per lei ecologia e sostenibilità, particolarmente per quello che riguarda il cibo, sono una risorsa economica e, insieme, un modo per non impoverire e oltraggiare la sua terra. 

Nuova economia ed economia circolare, neonate emersioni esito di uno sguardo più consapevole dell’ambiente, si stanno già rapidamente trasformando in slogan. Eppure, non si è neppure cominciato a lavorare in questa direzione. È come se anticipare il concetto, senza averlo pienamente sperimentato, già l’avesse logorato e reso vecchio.
Per il Sud, per la Sicilia, non si tratta, però, di una rappresentazione mentale, ma di una delle vie percorribili per fare economia dove, fondamentalmente, l’economia manca, utilizzando il complesso delle risorse e delle attività locali, in relazione al settore agro-alimentare.
In Sicilia si può realmente attivare una nuova economia a partire dalle tradizioni. Serena puntualizza che parlare di tradizione non vuole dire recuperare vetuste e antiquate modalità del fare o, peggio ancora, del pensare.
La consapevolezza del presente – spiega Serena – si origina in una stratificazione di esperienze positive e di errori. Nulla si deve dimenticare, la memoria è la miglior chiave del cambiamento. Per questo parlo di “retro-innovazione”. Si prende quanto di buono ci ha insegnato il passato e si attualizza, attraverso gli strumenti contemporanei. Non è un tema da limitare al cibo e all’agricoltura, è estensibile per ogni contesto e ovunque. Tuttavia, il modello della retro innovazione siciliana si declina nella specificità geografica, culturale e storica del Sud, in modo unico, non trasferibile o replicabile in altri territori. Così come unico è il Sud.

L’economia circolare genera modelli di consumo contemporanei, senza avvilire, né esaltare in modo acritico il passato ed è anche un’economia di relazione, un’espressione che è quasi una contraddizione in termini, perché attiva un processo che evoca lo scambio di antica memoria. Una sorta di “prima della moneta” del tempo moderno.
Per spiegare meglio, lavoriamo in co-produzione con i consumatori aggregati di altre aree d’Italia, i Gruppi di Acquisto Solidale, che accettano di condividere il rischio di produzione insito nell’agricoltura (variabili climatiche soprattutto), pagando anticipatamente i coltivatori. In questo modo il produttore “non corre da solo” con il rischio di non arrivare, attraverso il pre-finanziamento del consumatore.
È un modello che si estende ad altri Paesi europei, per esempio alcuni consorzi siciliani hanno stipulato accordi di questi tipo con gruppi di consumatori francesi.
Ecco, dunque, ancora in forma embrionale, la risposta alla provocazione di Mediterranei Invisibili, far ripartire il Paese e l’Europa dal Sud.
Un altro esempio, a Catania, è nata una start up – Orange Fiber – fondata da Adriana Santanocita ed Enrica Rena che, recuperando gli scarti degli agrumi, ha creato un tessuto esclusivo e di alta qualità tessile. Lo scorso anno Orange Fiber ha iniziato una collaborazione con il brand svedese H&M, che ha scelto l’azienda siciliana per realizzare parte della sua collezione premium Conscious Exclusive 2019.
Sempre di Catania è un’altra start up – Kanèsis – ad altissimo livello tecnologico che ha messo a punto un sistema per produrre la prima plastica ecosostenibile. È un materiale innovativo, che deriva dagli scarti della lavorazione industriale di vegetali, tra cui la canapa, ideato da un giovane studente di ingegneria, Giovanni Milazzo, e dal suo team. È un materiale composito termoplastico, con proprietà riconducibili alle plastiche petrolchimiche convenzionali e doti migliorate di resistenza e leggerezza. Di recente, Kanèsis ha stipulato un accordo con Lati, azienda italiana di statura internazionale. Ecco, dunque, anche in questo caso, la proiezione della Sicilia verso l’Europa e oltre.
Francia, Svezia, … non ci poniamo limiti.


È molto rigorosa la tua narrazione e trasmette l’idea di un grande Sud. Quanto la parte meno luminosa e meno intraprendente reprime e ostacola il grande Sud in emersione?
Sud è bello.
Sud è intelligente.
Sud è intraprendente.
Ma la realtà che noi viviamo deve fare i conti con inefficienze gravi che non solo rallentano lo sviluppo, ma deteriorano la qualità della vita: ospedali e scuole che non funzionano o funzionano male sono il tratto distintivo della nostra isola. Ci trinceriamo dietro l’alibi della mancanza di infrastrutture, quasi un mantra, ma i problemi sono altrove.

Il nodo delle infrastrutture è uno dei più dolenti e ricorrenti nel dibattito corrente sul Sud, ancora di più, in area Stretto. La tua sembra un’affermazione contro-corrente
È vero che mancano dei collegamenti, anche importanti, non intendo negare l’evidenza. Ma non ce ne siamo accorti ora, è un problema che risale al dopoguerra, agli anni Sessanta e ancora prima. E non l’abbiamo risolto, se non per piccoli tratti. Tutto il nostro territorio è a grave rischio idrogeologico e quando si costruisce un’opera di grandi dimensioni, un tratto autostradale o un viadotto bisogna aver eliminato qualsiasi incertezza e indeterminazione progettuale. In Sicilia ci sono molti “cadaveri”, resti di sogni infrastrutturali avventati, abbandonati per problemi di appalti, rischio geologico, conflittualità tra enti preposti o mancanza di risorse.
Il raddoppio ferroviario tra Giampilieri e Fiumefreddo, alle cronache in questi giorni, si dovrebbe sviluppare in una zona notoriamente franosa e dei 42 chilometri in preventivo, 38 sono in galleria.
Fino a questo momento, le stazioni sono state realmente di servizio ai centri abitati, dopo i lavori saranno spostate al di fuori e sarà necessario creare una rete di collegamento per raggiungerle.
Affermo che è un alibi quello delle infrastrutture, perché oggi, con un pensiero più contemporaneo e attuale di quello del dopoguerra, avrebbe più senso ripensare i processi e inventare nuovi modelli. In Sicilia, la chiave è la prossimità, non la mega infrastruttura.  Non ultimo le infiltrazioni malavitose si sono storicamente insediate con le grandi opere pubbliche.
Anche in questo caso la memoria è importante perché indica l’errore.
Possibilmente da non replicare.
Per comprendere meglio il tema infrastrutture al Sud, si può fare un parallelo con la situazione attuale: continuiamo a parlare di malattia, dovremmo ribaltare la visione, cominciando a prendere in considerazione la salute come modello.

Fotografia di Stefano Anzini.



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LA VOGLIA DI CULTURA, NON SOLO MARE E NON SOLO TURISMO. LA POPOLAZIONE LOCALE COME CHIAVE DI RILANCIO DEL TERRITORIO. TUTTO QUELLO CHE IL SUD PUÒ DARE con Caterina Limardo

Caterina Limardo è una delle anime di Zabut, festival internazionale di corti d’animazione, diventato, nel corso di poche edizioni, un punto di riferimento importante per i professionisti, per gli appassionati e per il pubblico amatoriale. Caterina racconta di una Sicilia in cui la bellezza si rivela attraverso la cultura cinematografica, la partecipazione delle persone e i luoghi.

Caterina Limardo nel talk di Mediterranei Invisibili-Viaggio nello Stretto III del 18 settembre 2020. Forografia di Stefano Anzini

Sud e bellezza, un binomio riconosciuto, come Sud e mare e Sud e cibo. Dunque, per sillogismo, la bellezza del Sud può essere il suo volano di rilancio.
Sembra semplice, ma le etichette possono essere pericolose.
E lo sono per la popolazione locale. Mare, cibo, paesaggio… della “bellezza turistica” certo non si perde l’incanto visivo, quando i visitatori scemano e finisce la stagione balneare, ma si svuota l’energia e l’intensità di chi anima i luoghi.
Noi che al Sud viviamo a novembre come ad agosto, siamo come in un cul -de-sac, consumiamo le possibilità all’ingresso (dell’estate) e ci ritroviamo, inesorabilmente stagione dopo stagione, con un muro davanti. Ritorniamo indietro e ricominciamo.
Anche sotto il sole e davanti al meraviglioso mare della Sicilia si può conoscere l’alienazione.
Al Sud possono e devono emergere le stesse potenzialità di vita che ci sono a Milano o in qualsiasi altra città d’Italia.
Le possibilità esistono, si tratta di cercarle con molta attenzione e grande volontà. Non sempre sono subito evidenti. E poi … sì, è più faticoso.
Il progetto di Zabut è un progetto in fieri che nasce dall’interesse e dalla passione comuni di un gruppo di amici. Ma è molto di più. Si lega al desiderio di esserci come persone e come persone legate ai luoghi, con la duplice ambizione di una crescita individuale e del territorio.
Perché se il luogo, il paese, diventa bello per chi lo vive sempre, per il turista sarà ancora più attraente.
È questa una bellezza che non vive di rendita paesaggistica, dell’architettura o dei monumenti, ma di impegno personale, di cultura e di innovazione dei contenuti.

Fotografia di Caterina Limardo.


Zabut nasce nel 2016 nel centro storico della città d’arte di Savoca, in Sicilia, uno dei “Borghi più Belli d’Italia”. Nel 2019 cambia location spostandosi nel comune di S. Teresa di Riva, “bandiera blu” dal 2017.
Zabut è soprattutto un evento che nei giorni del festival mette in comunicazione uno spazio e una comunità, persone e luoghi, diventando un luogo di fruizione culturale dall’atmosfera affascinante e ospitale.
Sulla riviera ionica siamo alla continua ricerca di stimoli e Zabut è il risultato del nostro desiderio di fare.
Il progetto si trova, oggi, pronto per un ulteriore salto di qualità che gli permetta di confrontarsi con i più importanti festival internazionali sebbene ora, le difficoltà generate nel corso del 2020 dalla pandemia, abbiano complicato le cose.
In questo strano agosto di tregua dal coronavirus e, insieme, di inquieta e ansiosa attesa del futuro, per ognuna delle serate del festival, 150 persone hanno partecipato alle proiezioni. Non è un numero raffrontabile a quello degli anni passati (450 per sera nel 2019), ma racconta con ancora maggior convincimento quanta sia la voglia di ascolto, la curiosità, il desiderio di bellezza. Nel nostro caso in chiave cinematografica.
I cortometraggi – 450 -sono arrivati da 62 paesi diversi, segno che, nei tempi in cui le distanze si riducono,  l’internazionalità è, in qualche misura, un obiettivo già raggiunto. 
Abbiamo l’ambizione di crescere, da concretizzare prima nei territori limitrofi e poi nel Paese, e poi ancora verso l’Europa e verso il mondo. Ambizione che  possiamo soddisfare, a partire dal desiderio che ha la popolazione locale di partecipare.
Il festival viene sostenuto dal Comune di Santa Teresa di Riva e da un gruppo di sponsor privati e patrocinato, tra gli altri,  dall’Università di Catania, di Messina e dall’Accademia delle Belle Arti di Palermo.
Al di là delle difficoltà che dobbiamo affrontare, una per tutti il fatto che l’accesso alla maggior parte dei bandi pubblici prevede l’anticipo delle spese, e del blocco causato dalla diffusione della Covid-19, abbiamo molte idee.
Vorremmo che Zabut crescesse, rimanendo legato alla Sicilia, senza perdere l’identità e vorremmo attirare l’interesse istituzionale a livello centrale.
Ci rendiamo conto che far arrivare le persone a Santa Teresa di Riva è più complicato. Ma lo era, lo è anche farle arrivare a Taormina.
Vorremmo abbattere il “limite territoriale”, poter invitare al festival ospiti e giurati provenienti anche da fuori Italia, limite oggi dovuto non solo alla carenza di infrastrutture ma anche e soprattutto alla difficoltà nel reperimento di maggiori fondi.


Vorremmo combattere, anche attraverso Zabut, quell’idea stereotipata della Sicilia che la associa – ancora – alla mafia e alla malavita. Anche perché, un po’ ci crogioliamo, nel nostro passato, persino in una memoria storica negativa: nei negozi di souvenir di Savoca, ad esempio, il paese in cui sono state girate alcune scene de’ Il Padrino, vengono venduti mug a sagoma di pistola…
La Sicilia si è, in grande parte, affrancata, ma non credo che le altre regioni italiane, incluse quelle del Nord siano escluse dalle infiltrazioni dell‘ndrangheta e della mafia.
Il tema della mafia è diventato folklore che si autoalimenta con il gradimento di un turismo di massa, che si carica però di negatività, limitando e ostacolando la fiducia nei territori; così, chi arriva da fuori, continua a valutare i luoghi anche con la discriminante delle memorie mafiose.

Fotografia di Caterina Limardo

Qual è la via per liberare il Sud dal sud?
Prendere le distanze dagli stereotipi. È la prima cosa.
E poi assumere la consapevolezza di avere un tempo più lento rispetto al Nord. Non è, necessariamente, un valore negativo. Ma non dobbiamo perderci e lasciare le cose incompiute. Altrimenti non usciremo mai dal “sud”.

La fotografia d’apertura è di Stefano Anzini.


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THE BRIDGE ACROSS THE STRAIT AND THE RECOVERY FUND, ANGELA MERKEL’S PRAISE FOR ITALY AND INVISIBLE MEDITERRANEAN(S): THE CONNECTION EXISTS AND IT IS VISIBLE

Invisible Mediterranean(s) is a permanent project; it does not end with the duration of the Journey. It seeks connections and pathways, nourished by the continuous relationship of interest that the South generates in Italy and across Europe.

Today’s Il Sole 24 Ore published an article about a Mastercard study on  tourism trends in G20 countries.
At the opening of the article, journalist Gianni Rusconi referred to a statement by Angela Merkel who, during a video conference with the ministers-president of the German Länder, described Italy as a country that is not at risk and where it its reasonable to travel. Whether the “Merkel effect” will generate a flow of German tourists – provided coexistence with the virus allows it – remains to be seen.

The Mastercard report highlights a rapidly consolidating trend: “…the way people travel has gradually adapted to the new scenario. Spending on fuel, restaurants, or car and bicycle rentals reflects a growing inclination toward ‘on the road’ and local travel, rediscovering national landscape territories.”

“Invisible Mediterranean(s) – Journey Across the Strait” investigates places and tells unexpected stories with the aim of bringing an end to the sort of cultural oblivion surrounding the lands around the meeting point of the two seas, the Ionian and the Tyrrhenian.
It is a project born from a cultural initiative and private economic commitment, supported by several companies, bringing together research on territories, the enhancement of communities, and a courageous awareness of the difficulties resulting from decades of inadequate policies deaf to real needs.

Mastercard’s research has highlighted what Invisible Mediterranean(s) has been telling for the past three years.

The first two journeys were educational explorations in search of the invisible, within landscape and architecture, but also through the stories of the women and men of the Strait: in 2018 through Reggio Calabria, the Grecanic area with Amendolea and Gallicianò, Filanda Cogliandro, and the Costa Viola; in 2019 through Rosarno in Calabria, Scilla, Gerace, and Messina, in Sicily. A narrative built through dialogue, gathering testimonies and fostering discussion, bringing together the visions of authentically Mediterranean people – different in background, age, and role – who share, even through contradiction, the identity of their territory.
The third journey, in this difficult and painful 2020 (from September 17 to 20), marked a turning point.

Journey Across the Strait 2020. Photo by Stefano Anzini

Many things have changed since previous years.
During the summer, the whole of Southern Italy experienced a revival in tourism. After months of mandatory quarantine to contain the spread of the coronavirus and restrinctions on travel to foreign countries, Calabria and Sicily ranked among the five most visited regions in Italy. This was stated by CNA Turismo together with Eurispes. Visitor numbers far exceeded expectations.

The pandemic generated a flow of interest toward the South, and the South revealed the most exposed part of its territory, arousing attention and curiosity even toward its “invisible” aspects.

The protagonists of the third edition of Invisible Mediterranean(s), even more motivated to express–according to their own sensibilities and without conforming to standardized language–the “invisibility” of their places, celebrated through the journey itself and through debates both the territories–in Sicily, the system of the Ionian valleys of the Peloritani Mountains between Capo Scaletta and Capo Sant’Alesso, and in Calabria, from the Tonnara di Palmi to Gioia Tauro–as well as the strong desire for integration within the European context.

Courageous in denouncing the difficulties – from the lack of infrastructure, to the managerial inconsistencies of urban centers, to the territorial-scale dissonances of the Port of Port of Gioia Tauro, and even the unresolved and painful issue of the ‘Ndrangheta, which undermines strategic planning–many mayors took part in the Invisible Mediterranean(s) talks: Piero Briguglio, mayor of Nizza di Sicilia, Nancy Todaro, deputy mayor of Alì Terme, Natale Rao, mayor of Alì, Giovanni De Luca, mayor of Fiumedinisi, Natia Lucia Basile, councillor for culture of Roccalumera, Rosanna Garufi, councillor for culture of Furci Siculo, Sebastiano Gugliotta, mayor of Pagliara, Giuseppe Briguglio, mayor of Mandanici; Armando Neri, deputy mayor of Reggio Calabria, Giuseppe Ranuccio and Wladimiro Maisano, mayor and councillor of the municipality of Palmi, Aldo Alessio, mayor of Gioia Tauro, Giuseppe Idà, mayor of Rosarno, Andrea Tripodi, mayor of San Ferdinando.

Concordi nell’affermare che il “rinascimento” post pandemia potrebbe ricalibrare la mappa dello Stretto rilanciando gli investimenti economici in chiave culturale, turistica, agricola, anche i presidenti degli Ordini territoriali degli architetti, Salvatore Vermiglio per Reggio Calabria e Francesco Miceli per Palermo e gli “ambasciatori” di Mediterranei Invisibili – architetti attivi sul territorio, con incarichi accademici all’Università di Reggio Calabria, di Ferrara e alla Federico II di Napoli – per la Sicilia Gaetano Scarcella e Francesco Messina, per la Calabria, Salvatore Greco, Giovanni Multari, Michelangelo Pugliese, Giovanni Aurino.

In particolare, l’area di transito tra Calabria e Sicilia, governata dalla geografia e dalle limitazioni infrastrutturali, è densa di incertezze sulle direzioni da intraprendere, combattuta tra il desiderio di espansione e la volontà di proteggere un patrimonio straordinario, non certo dalla conoscenza diffusa, che anzi è auspicata, ma dall’involgarimento di una divulgazione a buon mercato.

Si innesta ed è trasversale a tutte le altre riflessioni il tema della costruzione del Ponte sullo Stretto. Sempre di oggi, un articolo di approfondimento sulla Gazzetta del Sud conferma l’esclusione del progetto del Ponte da quelli finanziabili con i fondi messi a disposizione dal Recovery Fund (più di 190 miliardi di euro al Sud, ai quali si aggiungono 123 miliardi di euro dei fondi europei e nazionali fino al 2030).
Il giornalista Lucio D’Amico analizza sia i criteri dell’esclusione, sia i riflessi positivi sull’occupazione (citando uno studio dell’università Bocconi di Milano) che la costruzione avrebbe potuto generare nei prossimi anni. Ma soprattutto sottolinea come il Ponte sia “l’infrastruttura che più di ogni altra riporterebbe il Meridione e l’area dello Stretto al centro della politica nazionale e internazionale.
E se sul Ponte le opinioni sono controverse, il nodo di riportare lo Stretto al centro geografico e politico del sud-europeo è, invece, un’opportunità significativa per tutto il Paese.
Proprio il tema della relazione tra lo Stretto e l’Europa è stata la provocazione di questa terza edizione di Mediterranei Invisibili.

Abbiamo chiesto a sindaci, architetti e presidenti degli Ordini quali siano i percorsi da intraprendere per affrontare il futuro di questi luoghi straordinari, e per rilanciare il Paese a partire dal Sud, leggendo lo Stretto in chiave europea.
La risposta è stata unanime: è possibile!
Le analisi rigorose (e impietose), la concretezza delle affermazioni, i programmi proposti raccontano di un territorio pronto a decollare, purché strategie e azioni manifestino dal basso, dalle comunità e non ci siano somministrazioni placebo da parte del Governo centrale.
Mostrare attenzione e ascolto alle richieste che le comunità esprimono, utilizzare i fondi europei e stanziare fondi dedicati, assecondando le inclinazioni territoriali: queste sono le azioni che possono governare il rilancio.

Uno dei momenti di confronto della terza edizione di Mediterrani Invisibili. Fotografia di Stefano Anzini

A più voci viene invocata la necessità di non imporre una visione precostituita – come è stato fatto in passato, per esempio come è successo alla metà degli anni Settanta, quando, nell’ambito del progetto speciale per la realizzazione delle infrastrutture sul territorio della provincia di Reggio Calabria (Delibera CIPE del 1974), è stato costruito il porto di Gioia Tauro: dimensionamento e caratteristiche strutturali dell’opera sono stati determinati dalla sua originaria destinazione funzionale a servizio degli insediamenti industriali pianificati dall’Autorità di Governo, che prevedevano la realizzazione in Calabria del V Centro Siderurgico Italiano. All’inizio degli anni Ottanta si è arrestato il programma dei lavori per la nota crisi del comparto siderurgico, in realtà già in essere, nel decennio precedente. Lo scalo è stato quindi riconvertito da porto industriale a polifunzionale con l’esigenza di rimodulare i programmi di infrastrutturazione, l’assetto operativo e i piani di sviluppo.
Ha affermato Giovanni Multari, architetto, professore alla Federico II di Napoli: “Gioia Tauro è un centro geometrico, ma anche un generatore di significati economici e politici. Luogo di mancate strategie e di occasioni perdute. Il porto di Gioia Tauro è un gigante rivolto solo verso il mare, volta le spalle alla terra, perché genera poco indotto, è autosufficiente nella funzione e nell’organizzazione ed è più incline a guardare verso il canale di Suez o verso Gibilterra che verso la sua piana.”
Ma, come ci ha raccontato Giuseppe Idà, sindaco di Rosarno “è anche il terzo in Europa e il più grande in Italia per il transhipment, il trasferimento di carico da una nave all’altra, di solito attraverso scarico in porto e ricarico; ha luogo nei porti hub dove si incrociano molte linee di navigazione con origini e destinazioni diverse. Nell’area che gravita intorno al porto si interseca e si integra il traffico di merci e di cultura.”
Anche, Salvatore Greco, architetto e consigliere dell’Ordine degli Architetti di Reggio Calabria, riporta il tema del porto alla scala territoriale. “Il porto è una Zes – zona economica speciale – questo significa che si produce e si trasforma e nel porto stesso avviene lo scambio. La mancanza di adeguate strutture su ferro, scali ferroviari, ostacola il processo di un potenziale indotto.

Assecondare il territorio significa favorire la vocazione culturale e turistica.
Ci viene ancora in aiuto Salvatore Greco “(…) io credo che sia da preferire una forma di protezione estrema a interventi sbagliati o soluzioni di recupero che rendono i borghi simili a una riserva indiana. Questo significherebbe perdere ricchezza, non guadagnarne, dare spazio a un consumo che svuota, un usa e getta dei luoghi Dobbiamo favorire un turismo delicato, non oltraggioso e arrogante.
Il paesaggio trasformato in panorama da cartolina si allinea a una indifferenziata moltitudine di paesaggi-cartolina. Il pericolo è che la ricchezza dei valori si trasformi solo in transitoria capacità d’acquisto. E poi si perda per sempre.”
Aggiunge Michelangelo Pugliese, architetto, docente alla Federico II di Napoli” La Calabria è paesaggio che non si può banalizzare con declinazioni opportunistiche legate ai luoghi, ai borghi, alle coste o alle montagne. Cominciando dai borghi, non stiamo parlando di situazioni idilliache come la parola pare richiamare indipendentemente dai contesti. Spesso i borghi non sono solo luoghi abbandonati, ma anche devastati da un’edilizia impietosamente brutta. Oltraggi compiuti e, purtroppo, sedimentati nel tempo. La complessità della loro rilettura coinvolge anche il tema di un abitare che la contemporaneità ha profondamente modificato.”
Non tutto può assumere come termine di sviluppo il paradigma turistico tradizionale, sia per mancanza di una vocazione spontanea, sia perché i luoghi non vogliono trasformarsi in tal senso. – spiega Gaetano Scarcella, architetto “versante Sicilia” – “per esempio, l’anello di Nisi è un percorso circolare di sentieri che connette i quattro centri di una vallata segnata da discreti e inediti landscape, opifici abbandonati, paesaggi agrari, qualche monumento sparso. (…) Se ha un senso che il rilancio di un territorio passi anche (non solo) dal turismo, è necessario trovare la chiave di lettura corretta e rispettosa, perché si tratta di luoghi inesplorati.”

L’inaccessibilità, la mancanza di infrastrutture fisiche è l’elemento costante, freno e ostacolo a qualsiasi ipotesi di sviluppo.
Molto forte è la posizione di Salvatore Vermiglio, presidente dell’Ordine degli Architetti di Reggio Calabria, a proposito del Ponte sullo Stretto: “Un progetto coordinato e parallelo tra ponte e infrastrutture significherebbe trasformare Sicilia e Calabria in Europa. Arretrare dall’impegno di costruire il ponte, di contro, vuol dire restare fermi, ancorati a quella visione prefabbricata del Sud, negandone le potenzialità europee e mondiali. Negare il ponte vuol dire restare invisibili. L’invisibilità del territorio non è protezione della sua bellezza, ma danno per la sua valorizzazione e diffusione. Un parallelo efficace, nella sua durezza e scomodità, è la contrapposizione tra espansione e contrazione. Il rischio di contrazione è altissimo e, in un contesto globale che tende all’espansione e all’integrazione, aumenta il pericolo di un’esclusione permanente dai processi di sviluppo.”

L’attenzione politica che si concentra, oggi, grazie al Recovery Fund, sul Sud non può prescindere dalle necessità del territorio. Fino a oggi, come ha affermato Francesco Messina, docente all’università di Ferrara, “Da parte della politica centrale c’è una totale disattenzione alle reali esigenze e anche la politica locale fatica a comprendere le priorità.”
Francesco Miceli, presidente dell’Ordine degli Architetti di Palermo amplia la visione “L’accessibilità alla fruizione del patrimonio, così come degli spazi pubblici, attiene al tema del diritto del cittadino. Infrastrutturare il territorio significa consentire a ogni singolo cittadino di accedervi.
La mancanza di accessibilità è un diritto negato al patrimonio storico e culturale”.

La difesa e la valorizzazione dei territori sullo Stretto non trovano soluzione solo nella questione infrastrutturale: i centri minori e le periferie, a cavallo tra una individualità specifica e il degrado, devono rientrare in un progetto complessivo di salvaguardia dell’identità. Spiega Miceli “il legame con il territorio più autentico è difficile da mantenere per i centri minori: diventa sempre più complesso, fino a lacerarsi e distorcersi, il rapporto tra urbanità e ruralità, Palermo ne è un esempio paradigmatico. L’intersecarsi dei brani agricoli nella periferia della città consolidata può diventare una grande risorsa: anche questi sono luoghi invisibili, di un’invisibilità diversa da quella celata dei borghi. Sono invisibili perché non si ha voglia di guardarli, ma strategici per ripensare la città, non certo per trasformarli in brani di edilizia, ma per costruire un’identità di raccordo e valorizzazione. Per non negare la sostenibilità naturale, l’intelligenza del luogo e per esaltarne la resilienza.”

Al concetto di limite naturale imposto dalla geografia si sovrappone quello di auto-limite come spiega Messina “Il limite è il vero grave problema dei nostri luoghi: lo Stretto di Messina ha una specificità geografica e politica, punto di tensione tra il territorio italiano, isola e terraferma, una grande piazza d’acqua dove la distanza tra le due sponde è “dialetticamente“ variabile. L’invisibilità è un limite legato alla difficoltà del collegamento fisico tra i luoghi, che si alimenta e si perpetua per il freno imposto dalla cultura della conservazione che si mescola, in una distorsione cognitiva, a certe politiche ambientali.
Così, un limite geografico si trasforma in un grande limite politico che disincentiva i progetti di sviluppo e favorisce l’abbandono di territori circondati da muri mentali sempre più alti”.

I territori sullo Stretto devono trovare – di diritto – il loro posto nella geografia europea. Per fare questo, suggerisce Giovanni Multari “Prima di pensare a nuovi progetti, facciamo una ricognizione sull’esistente, sui luoghi abbandonati e sui cantieri non finiti. Coinvolgiamo una rete di imprese sul territorio, affrancandoci da un sistema governato da una politica di favori che ha rovinato l’Italia tutta e in particolare il Sud.

Il progetto Mediterranei Invisibili aveva inizialmente l’obiettivo di rivelare luoghi pochi noti, fotografati o narrati. Si proponeva di soddisfare un desiderio di conoscenza di una parte unica dell’Italia.
In tre anni, il progetto è cresciuto e si è trasformato, autoalimentandosi proprio con la comprensione delle situazioni e dei territori, ponendosi obiettivi più ambiziosi, primo tra tutti quello di trasformare l’area dello Stretto in nuovo centro di energia per l’intero vecchio continente.

La fotografia d’apertura è di Mario Ferrara.