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IL SUD DEVE COMPRENDERE SE STESSO E LE SUE VOCAZIONI. E L’ITALIA TUTTA DEVE RENDERSI CONTO CHE SENZA UN SUD FORTE CONTINUERÀ A SEGNARE IL PASSO: È UNA QUESTIONE DI GEOPOLITICA con Laura Pavia

Laura Pavia, architetto e docente a contratto all’Università della Basilicata è una delle anime del progetto Rigenerare a Sud/Rigenerare il Sud e ha le idee chiare sulle vie da intraprendere per trasformare il Meridione in un centro propulsivo per l’economia. La sua visione è lucida e rovescia la prospettiva: il Paese riparte solo se riparte il Sud.

Non scherziamo sull’argomento infrastrutture: sono necessarie, non c’è un’alternativa possibile pena la recessione e la stagnazione. E serve il Ponte sullo Stretto.
Un esordio deciso quello di Laura che ha partecipato per la prima volta a Mediterranei Invisibili quest’anno.

Laura Pavia con Alfonso Femia in Mediterranei Invisibili – Viaggio nello Stretto III, talk del 19 settembre 2020. Fotografia di Stefano Anzini.


Ci sono, al Sud, regioni con sofferenze infrastrutturali acute e regioni che stanno un po’ meglio, grazie anche alla loro collocazione geografica ma, al di là dei casi specifici, costruire le connessioni fisiche necessarie, salvaguardando gli aspetti ambientali e paesaggistici, è fondamentale per lo sviluppo. Non attivarsi in tal senso esprime solo la volontà negativa di tenere il meridione sempre un passo indietro.
Dissesto idrogeologico, complessità morfologiche del territorio sono ostacoli superabili: l’Italia ha i migliori ingegneri e le migliori tecnologie, tanto che esporta questa cultura tecnica in tutto il mondo dai primi anni del secolo scorso e ha contribuito a costruire ponti, dighe e strade nelle situazioni geografiche più improbabili.
Ora avremmo a disposizione anche i soldi del Recovery Fund.
Eppure, si continua a procrastinare, prima di tutto sul tema del Ponte. Il Governo, nella figura dell’attuale Ministro per il Sud e per la coesione territoriale, Giuseppe Provenzano, si è espresso chiaramente “Il ponte non è finanziabile e i tempi sono incompatibili con quelli del Recovery Fund”.
Provenzano sostiene che le priorità siano altre, per esempio l’Alta Velocità per la Calabria e la Sicilia, che potrebbero garantire una mobilità quotidiana dignitosa ai cittadini. 
Ma stiamo parlando di tre chilometri di ponte: non costruirlo, nel 2020, significa tenere il Sud un passo indietro.
E l’Italia ferma.


Il Ponte non serve (solo) a collegare la Sicilia con l’Italia. Bisogna allargare lo sguardo: per esempio, chi continua ad avvantaggiarsi delle lacune infrastrutturali del nostro meridione è il porto di Rotterdam. Va detto che c’è anche un triste aspetto campanilistico nazionale, Genova e Trieste non vogliono perdere primati e potere economico sulla piazza europea. Abbiamo la possibilità di riattribuire alla Sicilia (e all’Italia) il ruolo di vera frontiera del Mediterraneo, considerando anche la stretta correlazione con il Canale di Sicilia (che gli inglesi chiamano sbrigativamente Stretto di Sicilia) tra Italia e nord-Africa, sensibilissima zona su diversi fronti: militare, commerciale ed economico per le connessioni energetiche e digitali.
Continuare a leggere il valore del Ponte sullo Stretto di Messina esclusivamente come passaggio tra Calabria e Sicilia rivela una grave miopia geopolitica.
Il Mediterraneo della Sicilia non è neppure un tema solo europeo, ma internazionale, mai così importante come in questo momento storico: riprendendo un’affermazione dell’ammiraglio Mario Rino Me, in un articolo di Limes, Africa e medio-Oriente, i commerci cinesi e le manovre russe “materializzano nel Mare Nostrum una competizione fra imperi simile al Great Game ottocentesco fra Mosca e Londra”.
Questo per chiarire che la domanda giusta da porsi non è se costruire il Ponte, ma come farlo nel tempo più veloce possibile.


Poi ci sono altre considerazioni, ad ambito più circoscritto, nazionale ed europeo: per esempio, l’alta velocità finisce praticamente a Roma (Napoli); c’è un tratto della linea adriatica ferroviaria, tra Termoli e Lesina, che è ancora a binario unico, dai tempi di Vittorio Emanuele II.
Da Bari a Reggio Calabria il tempo medio di percorrenza in treno è di quasi 10 ore, per coprire 350 chilometri.
Ecco, dunque, perché il Sud come luogo di investimento è logisticamente poco appetibile ed economicamente insostenibile.
Di nuovo il problema non è (solo) meridionale, ma dell’Italia tutto che si propone smezzata agli investitori internazionali con una potenzialità inattiva e impedente dello sviluppo nazionale.
Un’Italia a due velocità non può più funzionare nel 2020, … se mai ha funzionato.
La Puglia è l’esempio di quello che il Sud può fare e dare all’Italia; si è completamente rinnovata attraverso una politica generativa, affrancandosi dagli stereotipi secolari, mettendo a punto programmi che si proiettano di vent’anni avanti (il qui e ora non ha senso), attivando la straordinaria risorsa delle nuove generazioni e puntando sulla dimensione reale del territorio: la cultura, l’agricoltura e il turismo.
Un’operazione diversa nei contenuti, ma simile nei processi, è stata quella che ha visto Matera protagonista nel 2019 come Capitale Europea della Cultura: la città della vergogna dei Sassi è tornata a credere in se stessa e nel valore millenario della sua identità.

Sul tema degli stereotipi … il Sud è mafia e malavita. Di recente Emiliano Morreale ha pubblicato una storia a fumetti dal titolo “La mafia immaginaria. Settant’anni di Cosa Nostra al cinema”, in cui racconta come la mafia siciliana sia stata protagonista “di decine di film e di fiction televisive, con un corredo riconoscibile e stereotipato di personaggi, situazioni, immagini: un codice che si è sovrapposto agli eventi storici, li ha modellati e ne ha influenzato la percezione”. Si tratta di un modello negativo non solo sul piano culturale, ma soprattutto su quello dell’economia reale. Qual è il tuo pensiero a riguardo?
C’è la storia. E poi c’è un tema di attualità in cui risulta molto facile colpevolizzare il Sud, assegnandogli l’etichetta di “mafia”, come se, anche oggi, la responsabilità fosse solo nostra.
Mafia e ‘ndrangheta colonizzano anche i territori lombardi o veneti o piemontesi, e riescono a farlo perché trovano terreno fertile, cioè soggetti importanti per capacità economica, disposti ad accogliere dinamiche illegali e a integrarle nei processi di sviluppo, talvolta apparentemente virtuosi.
Il pregiudizio è radicato e sembra ancora molto lungo il cammino da compiere per estirparlo.

Fotografia di Stefano Anzini.


Cosa può accelerare lo sviluppo del Sud e offrire un punto di partenza aggiornato e più forte come piattaforma di rilancio globale? Intendo nell’attesa che si costruiscano ponti e strade e si attivino le politiche generative di cui abbiamo parlato?
Un tema importante e che mi è particolarmente caro è quello dell’università.
Penso che molte città del Sud potrebbero trasformarsi in città universitarie, creando uno straordinario indotto, composto dai ricercatori e dai fuori sede italiani e internazionali (Covid a parte). La città di Taranto, per esempio, nel suo centro storico ospita ben tre sedi universitarie, oltre le altre sei dislocate nella città nuova. Se Taranto, gravata da problemi enormi legati alla sua zona industriale, riuscisse ad implementare i servizi ad esse connessi, seguendo l’esempio di città come Urbino o Trento, potrebbe contribuire all’importante processo di rinnovamento e di rigenerazione urbana che in questo momento sta interessando non solo il centro storico, ma anche l’intera città.
Investimenti mirati in comunicazione, un minimo potenziamento e razionalizzazione dei voli aerei, potrebbero realmente rendere attraente e culturalmente prestigioso studiare dove c’è tanta storia e tanta cultura, tanta architettura, tanta arte e tanto paesaggio.
Il problema storico delle università del Sud è quello dei finanziamenti. Ricevono una minor quota di finanziamenti e questa “sete perenne” di denaro frena gli investimenti sulla ricerca. Non si possono importare ricercatori perché non ci sono le condizioni economiche al contorno, ma continua l’emorragia delle intelligenze locali che preferiscono spostarsi al nord o all’estero.
E al Sud, spesso, mancano gli investimenti privati che potrebbero compensare le lacune pubbliche, semplicemente perché non c’è industria.
Il Sud non ha mai avuto una vocazione industriale, qualsiasi tentativo fatto, in passato, è stato una forzatura, un calare dall’alto decisioni calibrate non sui bisogni reali, ma su necessità immaginate da parte degli amministratori, spesso non da quelli locali, ma dal Governo centrale.

Da dove partire, allora, per ribaltare lo scenario meridionale?
È la narrazione che genera prima la visione e poi il progetto. Occorre partire dal racconto di luoghi, paesaggi, persone, esattamente come fa Mediterranei Invisibili e come fa l’Università della Basilicata con il progetto Rigenerare a Sud/Rigenerare il Sud.
Spesso quando indaghiamo nei territori del Sud, nei paesi e nelle piccole città, nei borghi, ci sentiamo chiedere “perché siete qui, se qui non c’è nulla?”.
È una condizione ricorrente nel Sud e in tutti i Sud del mondo l’incapacità di vedere architettura, ambiente e paesaggi a casa propria.

La pandemia è stata l’occasione per organizzare un ciclo di seminari online, nati da un’idea mia e di Ina Macaione, per il Laboratorio di Fenomenologia dell’Architettura di Matera. Abbiamo avvertito l’esigenza di dare voce a tante esperienze importanti di rigenerazione urbana in atto nel Sud, portate avanti da persone del Sud, che però ci apparivano isolate e distanti fra loro. Nella consapevolezza che non parlare di qualcosa equivale a ignorarla e a condannarla all’oblio, in più di quarantacinque seminari abbiamo dialogato con docenti, ricercatori, studenti, professionisti, amministratori, associazioni e liberi cittadini. Da questo lungo e anche faticoso racconto, è emersa tutta la ricchezza e la vitalità di un Sud che è attivo, si impegna sul campo e vuole costruire una rete di relazioni, conoscenze, abilità ed esperienze che sono strettamente legate alle peculiarità dei territori del Sud. Rigenerare a Sud/Rigenerare il Sud indica con chiarezza una strategia d’azione: senza il coinvolgimento e la partecipazione diretta dei cittadini che vivono nel Meridione non è possibile avviare percorsi di rigenerazione del territorio urbano. Soprattutto, non è possibile quel racconto che cambia lo sguardo su se stessi e sull’intorno e che genera l’amore verso i territori e il desiderio di restare o tornare al Sud.

Le esperienze raccontate in questo ciclo di seminari saranno a breve pubblicate in un Atlante della rigenerazione urbana a Sud, un’opera aperta, uno sguardo attivo sul Meridione che speriamo sia solo l’inizio di lungo percorso di condivisione e collaborazione con tutti i rigeneratori del Sud.

Per trovare il progetto Rigenerare a Sud/Rigenerare il Sud nei Social:
instagram: rigenerareasud_rigenerareilsud
facebook: Rigenerare a Sud / Rigenerare il Sud
youtube: Nature City Lab

La foto in apertura è di Stefano Anzini.


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IL SUD È IN FONDO ALL’EUROPA: FA PIÙ FATICA A FARSI SENTIRE MA, IN PASSATO, HA DATO UN GRANDE CONTRIBUTO ALLA STORIA DEL PAESE. E ORA SI PREPARA A RIPARTIRE DALL’AGRI-CULTURA con Pietro Taccone

Pietro Taccone e la sua famiglia potrebbero essere i protagonisti di un film: un melting pot di culture, quella algida anglosassone intersecata alla passionale napoletana, poi un lungo intervallo a Milano e il ritorno al Sud. Con l’energia, la preparazione e il rigore per trasformare la Calabria in Europa.

Pietro inizia a parlare di Sud, ricordandone il glorioso passato: non una colta sinossi storica, ma premessa alla potenziale ri-emersione del territorio.

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Da sinistra Giorgio Tartaro, Pietro Taccone e Alfonso Femia in Mediterranei Invisibili – Viaggio nello Stretto III, talk del 20 settembre 2020. Fotografia di Stefano Anzini.

Nel Settecento e nell’Ottocento, Napoli e le due Sicilie sono stati protagonisti europei, con governi all’avanguardia. La prima linea ferroviaria italiana a doppio binario, nel 1839, è stata costruita per connettere Napoli a Portici.  Cantieri navali, industria metalmeccanica, tessile, alimentare ed estrattiva (dello zolfo), e agricoltura erano ben sviluppate e consolidate, con relazioni commerciali verso tutto l’Europa. Seguì, nel contesto post-unitario – un periodo buio e si cominciò a parlare della “questione meridionale”.Il Sud diventò “sud”.La nostra azienda agricola è ciò che resta di un feudo che nasce prima, nel 1700, e che generò una ricchezza occupazionale per tutta la Calabria. Era un feudo di 40mila ettari che occupava il territorio dalla costa ionica alla costa tirrenica. Oggi l’azienda agricola si sviluppa su 250 ettari nella piana di Gioia Tauro: preponderante la produzione olivicola, abbiamo alberi secolari che risalgono alla fine del Settecento. Lavoriamo per innovare il processo produttivo e per mettere a punto un prodotto dalle caratteristiche eccellenti. Abbiamo conservato la maggior parte degli ulivi antichi, meccanizzando, già dagli anni Ottanta, la raccolta dei frutti attraverso le macchine scuotitrici.  Prima di questa innovazione, le olive degli alberi secolari erano destinate a produrre olio “lampante”, così definito perché, in tutto l’Ottocento e l’inizio del Novecento, veniva utilizzato per l’illuminazione ed esportato in Russia. Altro olio veniva esportato in Francia ed Inghilterra per la produzione di sapone: il famoso sapone di Marsiglia. Gli alberi secolari, alti fino a 20 metri, non consentivano la raccolta anticipata delle drupe. La loro raccolta avveniva attraverso una caduta naturale dopo la maturazione, dando luogo ad un prodotto ormai degradato , con un eccessivo tasso di acidità. Le olive non potevano essere utilizzate per fare olio extravergine. Per fare il salto di qualità era sufficiente anticipare la raccolta. La gestione di queste piante è complessa, per la dimensione, ma le macchine scuotitrici ci hanno permesso di raccogliere le olive prima della loro maturazione, ottenendo frutti con caratteristiche organolettiche eccellenti sia per la profumazione, sia per il sapore. Così siamo entrati in una nicchia di mercato di alto profilo. È stata proprio la Calabria, per prima, a importare dalla California gli scuotitori, la cui azione meccanica è calibrata in modo tale da non danneggiare la pianta. Tuttavia, per la raccolta delle olive dagli alberi secolari è necessario impegnare molta manodopera a causa della configurazione in “sesto ducale” cioè con una distanza molto ampia tra albero e albero. Per questo abbiamo scelto di piantumare parte degli appezzamenti con alberi giovani e di taglia piccola a distanza di sei metri l’uno dall’altro. Questo consente di gestire meglio la coltivazione, sia dal punto di vista fitosanitario, sia per quello che riguarda la raccolta, utilizzando scuotitori a ombrello che impegnano per ogni albero due persone al posto delle sei/otto necessarie per gli alberi secolari. Il ricambio delle piante è costoso e, giustamente, sottoposto a vincolo paesaggistico. Non è affatto semplice la gestione di questi uliveti, molti olivicoltori fanno ricorso alle sovvenzioni statali, quando sono disponibili.Nella nostra azienda, dei vecchi uliveti è rimasto il 50 per cento, con l’attenzione di conservare le stesse varietà autoctone, ottobratica e sinopolese, per preservare la tipicità del territorioIl nostro olio viene distribuito in Europa e negli Stati Uniti.L’olivicoltura era un’economia fiorente e ricca che vuole tornare, oggi, a raggiungere i fasti del passato e ad assumere una dimensione significativa in un contesto di riferimento internazionale.Il sostegno dello sviluppo agricolo fa parte di un più ampio processo di trasformazione economica della nostra regione che può, realmente, affiancare l’industria, il terziario e i servizi del Paese, rendendolo competitivo e attore significativo nel quadro europeo e globalizzato.La nostra azienda conta 50 addetti impegnati a controllare tutta la filiera dalla coltivazione all’imbottigliamento del prodotto. Viviamo in un piccolo borgo insediato nel territorio dal 1700, nel territorio della Piana di Gioia Tauro, il borgo di Cannavà che è stato riqualificato in chiave ricettiva, turistica e di intrattenimento culturale. Il nucleo del borgo è la Masseria Santa Teresa che risale agli anni Trenta dell’Ottocento e si compone di una serie di corpi di fabbrica, articolati intorno alla piazza quadrangolare.È un impianto che fa dell’agricoltura il proprio nucleo e che si autoalimenta in esso anche per le funzioni aggiunte di ospitalità e di impegno culturale.

La raccolta delle olive, ottobre 2020 nell’azienda agricola Acton di Leporano. Fotografie di Salvatore Greco.

Il rilancio della Calabria a partire dalla terra, dalle piante di ulivo, non è una visione troppo romantica? Forse le cose sono un poco più complicate in Calabria, ma molte aziende agricole si stanno attrezzando in chiave contemporanea, sfruttando le tecnologie ed emergendo come realtà importanti sotto il profilo occupazionale ed economico.Il fermento è notevole: molti hanno saputo rinnovarsi, seguendo le direttive europee, investendo sui biogas (per gli allevamenti) e sull’energia rinnovabile (utilizzando i residui di potatura che possono essere trasformati in cippati). Tutta la Calabria è impegnata: nella zona di Lamezia con la coltivazione degli agrumi, nel crotonese con la produzione vinicola che sta conoscendo un’affermazione notevole in ambito nazionale e internazionale, nel reggino con il bergamotto per l’industria profumiera francese e internazionale. Sulla costa del reggino si coltiva il mango calabrese.Questo dimostra che ripartire dalla terra e dall’agri-cultura non è un’idea e neppure un progetto, ma una realtà già in essere.



Le lacune infrastrutturali, anche quelle interne alla regione vi penalizzano? Sono una discriminante per le proiezioni di sviluppo? Questo tema delle strade che mancano va valutato e pesato nei termini corretto. La Calabria è un territorio montuoso, Sila, Pollino, Aspromonte, sono le nostre montagne. E le montagne sono difficili da ida gestire ovunque. Sarebbe molto importante manutenere con rigore la vecchia viabilità esistente che attualmente presenta enormi carenze in questo senso.Siamo messi meglio di altri territori, abbiamo la Salerno Reggio Calabria che funziona, anche se il processo di revisione durato trent’anni ha causato problemi e disagi ingenti. La costa tirrenica è ben collegata con tutto il Paese. E anche per raggiungere la costa ionica ci sono due strade a grande scorrimento.La necessità di infrastrutturare il territorio deve fare i conti con l’assetto geomorfologico. Non si può cavalcare il tema delle strade che mancano senza una valutazione dei benefici rapportati agli investimenti e ai rischi territoriali. Il nostro svantaggio è quello di essere geograficamente “in fondo”, dobbiamo comunque fare, indipendentemente dal mezzo di trasporto, 1200 chilometri per raggiungere gli avamposti italiani per l’Europa, i maggiori centri di distribuzione, gli hub logistici.Quello che avrebbe potuto essere il nostro punto forte è completamente vanificato per funzione e per mancanza di connessione ferroviaria. Il porto di Gioia Tauro è un’occasione mancata, per costruirlo è stato oltraggiato un contesto ambientale straordinario, e ciò nonostante non offre alcun servizio alla propria regione. È uno scalo internazionale, di transhipment, una situazione chiusa e molto particolare. La nostra – nostra di diritto – scorciatoia naturale verso l’Europea e gli Paesi – il mare – è impegnata a uso esclusivo in altra funzione.


La nostra provocazione, quella di mettere il Sud al centro del processo di rilancio del Paese e dell’Europa tutta, ha una prospettiva reale? Sono convinto che sia possibile, utilizzando l’agricoltura come fattore di generazione della sostenibilità economica territoriale. Non ci sono, in Calabria, le condizioni territoriali e ambientale per sviluppare filoni industriali. I tentativi di industrializzazione hanno prodotto cadaveri di capannoni mai terminati ed ecomostri abbandonati. L’unica industria che abbia un senso sviluppare è quella rurale, creando stabilità occupazionale locale, con una grande proiezione internazionale.Per fare questo è necessario che la politica locale dia sostegno ai progetti, seguendo le direttive e usufruendo dei sostegni europei in termini corretti. E considerando che i piani dell’agricoltura non hanno, per loro natura intrinseca, la scansione quinquennale delle elezioni politiche, ma si proiettano in una visione temporale più lunga.  Errori sui tempi, scarsa capacità di comprendere le esigenze e mancanza di competenze specifiche hanno condotto a scelte sbagliate, lasciando di fatto gli imprenditori agricoli da soli a inseguire, e talvolta anche soddisfare, il sogno di affermare il proprio territorio nel mondo.

La fotografia in apertura è si Stefano Anzini.

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SCOMMETTERE SUI GIOVANI E SULLA CULTURA: NON È UNO SLOGAN, MA L’UNICA OPPORTUNITÀ PER LIBERARE LA SICILIA DALLE DISTORSIONI PERCETTIVE con Pietro Briguglio

Pietro Briguglio, il sindaco di Nizza di Sicilia, parla di una Sicilia che vuol sconfinare sia fisicamente, sia creando ponti tra la memoria del passato, il mondo “esterno” e il futuro.

Pietro Briguglio, sindaco di Nizza di Sicilia a Mediterranei Invisibili-Viaggio nello Stretto, 17 settembre 2020. Fotografia di Stefano Anzini.

La Sicilia non è mafia e malavita. Se questa è, in background, la percezione permanente che deriva da una lettura non aggiornata del territorio, è altrettanto vero che la restituzione della realtà è completamente diversa, oggi. Un esempio? Savoca è il borgo delle 17 mummie, uno dei più belli d’Italia. Risale al 1134, ma è diventato famoso nel 1972 perché Coppola, il regista de’ Il Padrino ha girato alcune scene del film.
Non è questa l’unica distorsione percettiva che pesa e frena sullo sviluppo dell’isola.
Per esempio, Sicilia non è solo Taormina, né è solo turismo balneare e stagionale.
E storia e cultura non stanno solo a Palermo e a Noto.


La Sicilia è un territorio che va oltre le distanze e i limiti fisici dell’essere isola.
Certo, ci sono i limiti reali, ma talmente logorati da aver perso persino di intensità e urgenza: la mancanza di infrastrutture interne, l’esodo della popolazione giovane, il ponte mai costruito, la lacunosa diffusione della rete digitale.
Ci sono poi altri limiti meno evidenti, ma altrettanto impedienti: non siamo attrezzati, dal punto di vista “umano” della professionalità e delle capacità necessarie per disimpegnarci con agilità in uno scenario burocratico molto complicato sia nel contesto regionale e nazionale, sia, soprattutto, per accedere e sfruttare le opportunità economiche messe a disposizione dall’Europa. Sviluppare i percorsi, rendicontare e definire le scadenze implicano un’operatività organica sotto il profilo delle procedure.

Fotografia di Stefano Anzini

Quanto pesa il turismo per il rilancio di questa parte di Sicilia?
Il punto di forza del turismo balneare rappresenta anche, in qualche misura, un limite: trascuriamo le bellezze paesaggistiche e culturali dell’interno. E anche il litorale fuori dal polo di riferimento di Taormina è un patrimonio poco sfruttato che avrebbe la grande potenzialità di destagionalizzare il turismo. Un esempio che riguarda da vicino il mio territorio è la valle del Nisi sul versante jonico di Messina, composta da piccoli paesini sulla riviera e da antichi borghi collinari. La vallata è di origini preistoriche e si è sviluppata intorno a uno dei più importanti monti della catena di Peloritani, il monte Scuderi. Il contatto diretto tra mare e monte rende affascinanti e intensi questi luoghi ed è da qui che nasce l’anello del Nisi, che comprende Alì Terme, Alì, Fiumedinisi e Nizza di Sicilia.
Questi luoghi sono oggetto di studio, ma ancora sono un patrimonio sconosciuto.
Una grande opera che non possa essere fruita dalla collettività, chiusa in una stanza privata, rappresenta un ingiusto modo di mettere in relazione arte e comunità.
Molta parte della Sicilia è una grande straordinaria opera d’arte non valorizzata e sconosciuta ai più.
La diffusione della cultura e il turismo che ne può discendere sono lo strumento di rilancio del territorio.
Un’affermazione forte e autonoma in tal senso genererebbe l’interesse della politica centrale e accelererebbe la costruzione delle infrastrutture. Si potrebbe innestare un circolo virtuoso che abbatterebbe tutti i limiti.
La cultura prende avvio da un intenso programma di scolarizzazione e di formazione che crei affiliazione con il territorio, inverta il processo di abbandono della popolazione giovane, produca lavoro per la cultura, con la cultura.
I muri mentali si abbattono solo con la cultura, dunque questo è per la Sicilia un nodo fondamentale. Quello che riscatterà il nostro territorio dalle distorsioni percettive è l’impegno della popolazione giovane stimolata, attraverso lo studio e la cultura, a scommettere sulla Sicilia.


I confini, i limiti devono trasformarsi in orizzonti, aspirare a nuove formule che stimolino in continuazione alla ricerca di visioni senza confini
La Sicilia può essere visualizzata come una sorta di flebo benefica, energizzante, curativa, a lento rilascio di cultura, storia e tradizioni da somministrare a tutto l’Italia.
In Egitto e in altri Paesi che hanno segnato il percorso e l’evoluzione umana si continua e continua a scavare, dopo aver già svelato l’essenziale.
Noi abbiamo tantissima cultura da rivelare e da diffondere, ma non c’è interesse a “scavare” nella nostra terra.
Non indagare nella nostra storia significa restare un passo indietro.
Tornando al paese di Savoca, la scelta di Coppola e il successo de’ Il Padrino hanno funzionato da cassa di risonanza per tutta la zona. Ora la potenza della rete diffonde la conoscenza dei territori, la curiosità e il desiderio di visitarli e anche questo può funzionare, in combinazione con la costruzione dell’infrastrutturazione fisica interna all’isola.
Anche su questo fronte ci stiamo muovendo: lo scorso mese di settembre è stato firmato dal Commissario di Governo, l’amministratore delegato di RFI, Maurizio Gentile, l’approvazione del progetto definitivo del raddoppio dei binari tra Giampilieri e Fiumefreddo per un investimento di 2.300 milioni di euro, già integralmente finanziato. L’ordinanza segna un ulteriore decisivo passo in avanti nella realizzazione dell’asse ferroviario Messina-Catania-Palermo, che giunge a pochi giorni dalla chiusura della conferenza di servizi, avvenuta lo scorso agosto.Con l’avvenuta approvazione si potrà procedere già nelle prossime settimane alla pubblicazione dei bandi di gara per i due lotti funzionali Fiumefreddo – Taormina-Letojanni e Taormina -Letojanni Catania. L’intervento completa il raddoppio della linea ferroviaria fra Messina e Catania e prevede la realizzazione di 42 chilometri di nuovo doppio binario, di cui circa 37 chilometri in sotterraneo, con un aumento della capacità della linea per il traffico sia passeggeri sia merci e una riduzione dei tempi di viaggio di circa 30 minuti tra Messina e Catania, tanto da consentire lo sviluppo di un servizio di tipo metropolitano da Catania fino a Taormina/Letojanni.


Il ponte sullo Stretto è una discriminante in questo quadro di sviluppo?
Il Ponte è un’infrastruttura primaria, collegamento con la penisola, sia per il transito delle merci, sia per quello delle persone. I benefici sarebbero indiscutibili, anche se, avendo procrastinato la sua costruzione in un lasso di tempo ormai vicino al secolo, la complessità urbanistica dei luoghi di partenza e approdo è cresciuta a dismisura ed è, oggi, necessaria una compensazione allo stravolgimento che il progetto comporterebbe.
Al di là dei dibattiti, delle riflessioni, dei temi tecnologici, istituzionali, economici, ambientali, l’unica indiscutibile realtà è che è urgente e opportuno fare questo ponte: non è interesse solo della Sicilia e della Calabria, ma dell’Italia tutta.

La foto in apertura è di Stefano Anzini.


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UN MODELLO SUD IN GRADO DI TRAINARE IL PAESE SI FONDA SULLE ESPERIENZE STORICHE, SENZA INDULGERE ALLA NOSTALGIA DEL PASSATO, DECLINANDO LA SAGGEZZA SECOLARE AL PRESENTE con Serena Bonura

Serena Bonura lavora e svolge attività di ricerca nel campo dell’ecologia e della sostenibilità applicate all’educazione e alla comunicazione. Dal suo punto di vista non si può parlare di “sud alla riscossa”, perché il Sud è meraviglioso, ma la qualità di vita la danno le scuole e gli ospedali che funzionano e non (solo) il paesaggio, il mare e il sole. In Sicilia ci sono ancora molte cose da mettere a posto.

Serena Bonura nel talk di Mediterraei Invisibili – Viaggio nello Stretto III del 18 settembre 2020. Fotografia di Stefano Anzini.

Serena ha vissuto a Bologna per qualche tempo e questo ha cambiato il suo modo di vedere il mondo (e il Sud). Per lei ecologia e sostenibilità, particolarmente per quello che riguarda il cibo, sono una risorsa economica e, insieme, un modo per non impoverire e oltraggiare la sua terra. 

Nuova economia ed economia circolare, neonate emersioni esito di uno sguardo più consapevole dell’ambiente, si stanno già rapidamente trasformando in slogan. Eppure, non si è neppure cominciato a lavorare in questa direzione. È come se anticipare il concetto, senza averlo pienamente sperimentato, già l’avesse logorato e reso vecchio.
Per il Sud, per la Sicilia, non si tratta, però, di una rappresentazione mentale, ma di una delle vie percorribili per fare economia dove, fondamentalmente, l’economia manca, utilizzando il complesso delle risorse e delle attività locali, in relazione al settore agro-alimentare.
In Sicilia si può realmente attivare una nuova economia a partire dalle tradizioni. Serena puntualizza che parlare di tradizione non vuole dire recuperare vetuste e antiquate modalità del fare o, peggio ancora, del pensare.
La consapevolezza del presente – spiega Serena – si origina in una stratificazione di esperienze positive e di errori. Nulla si deve dimenticare, la memoria è la miglior chiave del cambiamento. Per questo parlo di “retro-innovazione”. Si prende quanto di buono ci ha insegnato il passato e si attualizza, attraverso gli strumenti contemporanei. Non è un tema da limitare al cibo e all’agricoltura, è estensibile per ogni contesto e ovunque. Tuttavia, il modello della retro innovazione siciliana si declina nella specificità geografica, culturale e storica del Sud, in modo unico, non trasferibile o replicabile in altri territori. Così come unico è il Sud.

L’economia circolare genera modelli di consumo contemporanei, senza avvilire, né esaltare in modo acritico il passato ed è anche un’economia di relazione, un’espressione che è quasi una contraddizione in termini, perché attiva un processo che evoca lo scambio di antica memoria. Una sorta di “prima della moneta” del tempo moderno.
Per spiegare meglio, lavoriamo in co-produzione con i consumatori aggregati di altre aree d’Italia, i Gruppi di Acquisto Solidale, che accettano di condividere il rischio di produzione insito nell’agricoltura (variabili climatiche soprattutto), pagando anticipatamente i coltivatori. In questo modo il produttore “non corre da solo” con il rischio di non arrivare, attraverso il pre-finanziamento del consumatore.
È un modello che si estende ad altri Paesi europei, per esempio alcuni consorzi siciliani hanno stipulato accordi di questi tipo con gruppi di consumatori francesi.
Ecco, dunque, ancora in forma embrionale, la risposta alla provocazione di Mediterranei Invisibili, far ripartire il Paese e l’Europa dal Sud.
Un altro esempio, a Catania, è nata una start up – Orange Fiber – fondata da Adriana Santanocita ed Enrica Rena che, recuperando gli scarti degli agrumi, ha creato un tessuto esclusivo e di alta qualità tessile. Lo scorso anno Orange Fiber ha iniziato una collaborazione con il brand svedese H&M, che ha scelto l’azienda siciliana per realizzare parte della sua collezione premium Conscious Exclusive 2019.
Sempre di Catania è un’altra start up – Kanèsis – ad altissimo livello tecnologico che ha messo a punto un sistema per produrre la prima plastica ecosostenibile. È un materiale innovativo, che deriva dagli scarti della lavorazione industriale di vegetali, tra cui la canapa, ideato da un giovane studente di ingegneria, Giovanni Milazzo, e dal suo team. È un materiale composito termoplastico, con proprietà riconducibili alle plastiche petrolchimiche convenzionali e doti migliorate di resistenza e leggerezza. Di recente, Kanèsis ha stipulato un accordo con Lati, azienda italiana di statura internazionale. Ecco, dunque, anche in questo caso, la proiezione della Sicilia verso l’Europa e oltre.
Francia, Svezia, … non ci poniamo limiti.


È molto rigorosa la tua narrazione e trasmette l’idea di un grande Sud. Quanto la parte meno luminosa e meno intraprendente reprime e ostacola il grande Sud in emersione?
Sud è bello.
Sud è intelligente.
Sud è intraprendente.
Ma la realtà che noi viviamo deve fare i conti con inefficienze gravi che non solo rallentano lo sviluppo, ma deteriorano la qualità della vita: ospedali e scuole che non funzionano o funzionano male sono il tratto distintivo della nostra isola. Ci trinceriamo dietro l’alibi della mancanza di infrastrutture, quasi un mantra, ma i problemi sono altrove.

Il nodo delle infrastrutture è uno dei più dolenti e ricorrenti nel dibattito corrente sul Sud, ancora di più, in area Stretto. La tua sembra un’affermazione contro-corrente
È vero che mancano dei collegamenti, anche importanti, non intendo negare l’evidenza. Ma non ce ne siamo accorti ora, è un problema che risale al dopoguerra, agli anni Sessanta e ancora prima. E non l’abbiamo risolto, se non per piccoli tratti. Tutto il nostro territorio è a grave rischio idrogeologico e quando si costruisce un’opera di grandi dimensioni, un tratto autostradale o un viadotto bisogna aver eliminato qualsiasi incertezza e indeterminazione progettuale. In Sicilia ci sono molti “cadaveri”, resti di sogni infrastrutturali avventati, abbandonati per problemi di appalti, rischio geologico, conflittualità tra enti preposti o mancanza di risorse.
Il raddoppio ferroviario tra Giampilieri e Fiumefreddo, alle cronache in questi giorni, si dovrebbe sviluppare in una zona notoriamente franosa e dei 42 chilometri in preventivo, 38 sono in galleria.
Fino a questo momento, le stazioni sono state realmente di servizio ai centri abitati, dopo i lavori saranno spostate al di fuori e sarà necessario creare una rete di collegamento per raggiungerle.
Affermo che è un alibi quello delle infrastrutture, perché oggi, con un pensiero più contemporaneo e attuale di quello del dopoguerra, avrebbe più senso ripensare i processi e inventare nuovi modelli. In Sicilia, la chiave è la prossimità, non la mega infrastruttura.  Non ultimo le infiltrazioni malavitose si sono storicamente insediate con le grandi opere pubbliche.
Anche in questo caso la memoria è importante perché indica l’errore.
Possibilmente da non replicare.
Per comprendere meglio il tema infrastrutture al Sud, si può fare un parallelo con la situazione attuale: continuiamo a parlare di malattia, dovremmo ribaltare la visione, cominciando a prendere in considerazione la salute come modello.

Fotografia di Stefano Anzini.



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LA VOGLIA DI CULTURA, NON SOLO MARE E NON SOLO TURISMO. LA POPOLAZIONE LOCALE COME CHIAVE DI RILANCIO DEL TERRITORIO. TUTTO QUELLO CHE IL SUD PUÒ DARE con Caterina Limardo

Caterina Limardo è una delle anime di Zabut, festival internazionale di corti d’animazione, diventato, nel corso di poche edizioni, un punto di riferimento importante per i professionisti, per gli appassionati e per il pubblico amatoriale. Caterina racconta di una Sicilia in cui la bellezza si rivela attraverso la cultura cinematografica, la partecipazione delle persone e i luoghi.

Caterina Limardo nel talk di Mediterranei Invisibili-Viaggio nello Stretto III del 18 settembre 2020. Forografia di Stefano Anzini

Sud e bellezza, un binomio riconosciuto, come Sud e mare e Sud e cibo. Dunque, per sillogismo, la bellezza del Sud può essere il suo volano di rilancio.
Sembra semplice, ma le etichette possono essere pericolose.
E lo sono per la popolazione locale. Mare, cibo, paesaggio… della “bellezza turistica” certo non si perde l’incanto visivo, quando i visitatori scemano e finisce la stagione balneare, ma si svuota l’energia e l’intensità di chi anima i luoghi.
Noi che al Sud viviamo a novembre come ad agosto, siamo come in un cul -de-sac, consumiamo le possibilità all’ingresso (dell’estate) e ci ritroviamo, inesorabilmente stagione dopo stagione, con un muro davanti. Ritorniamo indietro e ricominciamo.
Anche sotto il sole e davanti al meraviglioso mare della Sicilia si può conoscere l’alienazione.
Al Sud possono e devono emergere le stesse potenzialità di vita che ci sono a Milano o in qualsiasi altra città d’Italia.
Le possibilità esistono, si tratta di cercarle con molta attenzione e grande volontà. Non sempre sono subito evidenti. E poi … sì, è più faticoso.
Il progetto di Zabut è un progetto in fieri che nasce dall’interesse e dalla passione comuni di un gruppo di amici. Ma è molto di più. Si lega al desiderio di esserci come persone e come persone legate ai luoghi, con la duplice ambizione di una crescita individuale e del territorio.
Perché se il luogo, il paese, diventa bello per chi lo vive sempre, per il turista sarà ancora più attraente.
È questa una bellezza che non vive di rendita paesaggistica, dell’architettura o dei monumenti, ma di impegno personale, di cultura e di innovazione dei contenuti.

Fotografia di Caterina Limardo.


Zabut nasce nel 2016 nel centro storico della città d’arte di Savoca, in Sicilia, uno dei “Borghi più Belli d’Italia”. Nel 2019 cambia location spostandosi nel comune di S. Teresa di Riva, “bandiera blu” dal 2017.
Zabut è soprattutto un evento che nei giorni del festival mette in comunicazione uno spazio e una comunità, persone e luoghi, diventando un luogo di fruizione culturale dall’atmosfera affascinante e ospitale.
Sulla riviera ionica siamo alla continua ricerca di stimoli e Zabut è il risultato del nostro desiderio di fare.
Il progetto si trova, oggi, pronto per un ulteriore salto di qualità che gli permetta di confrontarsi con i più importanti festival internazionali sebbene ora, le difficoltà generate nel corso del 2020 dalla pandemia, abbiano complicato le cose.
In questo strano agosto di tregua dal coronavirus e, insieme, di inquieta e ansiosa attesa del futuro, per ognuna delle serate del festival, 150 persone hanno partecipato alle proiezioni. Non è un numero raffrontabile a quello degli anni passati (450 per sera nel 2019), ma racconta con ancora maggior convincimento quanta sia la voglia di ascolto, la curiosità, il desiderio di bellezza. Nel nostro caso in chiave cinematografica.
I cortometraggi – 450 -sono arrivati da 62 paesi diversi, segno che, nei tempi in cui le distanze si riducono,  l’internazionalità è, in qualche misura, un obiettivo già raggiunto. 
Abbiamo l’ambizione di crescere, da concretizzare prima nei territori limitrofi e poi nel Paese, e poi ancora verso l’Europa e verso il mondo. Ambizione che  possiamo soddisfare, a partire dal desiderio che ha la popolazione locale di partecipare.
Il festival viene sostenuto dal Comune di Santa Teresa di Riva e da un gruppo di sponsor privati e patrocinato, tra gli altri,  dall’Università di Catania, di Messina e dall’Accademia delle Belle Arti di Palermo.
Al di là delle difficoltà che dobbiamo affrontare, una per tutti il fatto che l’accesso alla maggior parte dei bandi pubblici prevede l’anticipo delle spese, e del blocco causato dalla diffusione della Covid-19, abbiamo molte idee.
Vorremmo che Zabut crescesse, rimanendo legato alla Sicilia, senza perdere l’identità e vorremmo attirare l’interesse istituzionale a livello centrale.
Ci rendiamo conto che far arrivare le persone a Santa Teresa di Riva è più complicato. Ma lo era, lo è anche farle arrivare a Taormina.
Vorremmo abbattere il “limite territoriale”, poter invitare al festival ospiti e giurati provenienti anche da fuori Italia, limite oggi dovuto non solo alla carenza di infrastrutture ma anche e soprattutto alla difficoltà nel reperimento di maggiori fondi.


Vorremmo combattere, anche attraverso Zabut, quell’idea stereotipata della Sicilia che la associa – ancora – alla mafia e alla malavita. Anche perché, un po’ ci crogioliamo, nel nostro passato, persino in una memoria storica negativa: nei negozi di souvenir di Savoca, ad esempio, il paese in cui sono state girate alcune scene de’ Il Padrino, vengono venduti mug a sagoma di pistola…
La Sicilia si è, in grande parte, affrancata, ma non credo che le altre regioni italiane, incluse quelle del Nord siano escluse dalle infiltrazioni dell‘ndrangheta e della mafia.
Il tema della mafia è diventato folklore che si autoalimenta con il gradimento di un turismo di massa, che si carica però di negatività, limitando e ostacolando la fiducia nei territori; così, chi arriva da fuori, continua a valutare i luoghi anche con la discriminante delle memorie mafiose.

Fotografia di Caterina Limardo

Qual è la via per liberare il Sud dal sud?
Prendere le distanze dagli stereotipi. È la prima cosa.
E poi assumere la consapevolezza di avere un tempo più lento rispetto al Nord. Non è, necessariamente, un valore negativo. Ma non dobbiamo perderci e lasciare le cose incompiute. Altrimenti non usciremo mai dal “sud”.

La fotografia d’apertura è di Stefano Anzini.


IN THIS 2020, THE MEANING OF THINGS HAS CHANGED. THE SOUTH IS OUR BEST OPPORTUNITY

Alfonso Femia opens the third edition of Invisible Mediterranean(s) –  Journey across the Strait.

“We can no longer just talk; for politics and architecture, it is time to act.”

It was not supposed to be a four-day event, nor was it meant to take place in September.
The idea was for it to last a full week, in June, during which field research on the territory would be combined with an organic re-examination of the themes and situations we had previously explored separately in the two earlier editions.  I am referring to Invisible Mediterranean(s) – Journey Across the Strait III,, which despite the pandemic, we chose to undertake also – or rather especially – in 2020, albeit with reduced time and programming, in order to affirm the need and the will to state that the South can no longer be read, interpreted, and experienced as it has been up to now.

It is precisely 2020 that marks the first demonstration of how strong the South can be, and how this strength can sustain the country as a whole.
I believe that what Invisible Mediterranean(s) has revealed – and will continue to reveal – is important for the country. As we will read in the interviews with representatives of local public administrations, presidents of professional orders, and Sicilian and Calabrian architects, the meaning of words and actions can change when the perspective and gaze are different, and above all when dialogue and confrontation take place on site.
“Infrastructure”, “school”, “village”, “territory” carry different meanings and nuances in places such as Messina compared to places like Siena or elsewhere, and the evidence of this diversity must be strengthened and made more widely known.

There is no romanticism in the gaze of Invisible Mediterranean(s). Each investigation brings to light problems that can no longer be confined within an isolated identity, but must instead be expressed and resolved through connection with other identities. Citiens exist within territories, just as villages do, just as landscapes, coastlines, and mountains do. And Journey across the Strait reveals these connections and the overall system of relationship that binds them together.

Citing Cyprian Broodbank, author of “Il Mediterraneo” (Einaudi, 2015), perhaps the most interesting and brilliant narrative on the subject in the last decade, the characteristics of the Mediterranean are often taken as given facts. Yet the Mediterranean system is made up of closely interconnected centers, whose surprising economic and cultural development has become a model for the entire world. As Broodbank writes: “The Mediterranean of prehistory, a microcosm where everything has come to a standstill, is the perfect model for helping us investigate the globalized world in which we live”.

For example, in the past, highly original civilizations such as Cyprus and Malta, which reached peaks of development, were later reabsorbed into the dominant trend – and this represents, in Broodbank’s view, “the dark side of globalization. A warning message for all of us”.

And is the contemporary Mediterranean a sea of relations?
“Absolutely. If in the past it experienced both moments of confrontation and conflict, the prevailing message that emerges is that of a place of encounter – a place where stereotypes are constantly challenged and dismantled”, says Cyprian Broodbank. We strongly believe that, starting from the second half of 2020, national and European policies must invest in the Southern Mediterranean of Italy. Not as an act of compassion, but as a new center of energy for the entire Old Continent.

Journey across the Strait. Photo by Stefano Anzini.

Alfonso Femia, Photo by Stefano Anzini

The exploration Invisible Mediterranean(s), with the third Journey across the Strait, resumes together with Marco Predari (500×100) and Giorgio Tartaro, journalist who followed the previous editions, capturing the invisibility not only of the Mediterraneans, but also of journeys themselves.

GIORGIO TARTARO’S NEUROIMAGING FOR INVISIBLE MEDITERRANEAN(S)

Let’s play a game.
A videogame. 
Or rather, a game of images.
To make the invisible Mediterranean visible – even in its plural form – we can imagine the bounce of a ball. A basketball, perhaps. And imagine its sound in an empty gym.
As a bearer – hopefully a healthy one – of internal Invisible Mediterranean(s), as a lake dweller who loves the sea, I imagine this ball bouncing from Greek and Latin epics to the recent image of a Mediterranean rotated ninety degrees: unrecognizable, yet fascinating, like a future highway.
From Phoenician and Roman splendours to the Maritime Republics, from the fragmented history of a richly biodiverse “boot-shaped” country to the troubled process of Italian unification, from times of excessive government to times of no government at all… It is astonishing to think that, apart from devastations and agricultural, artisanal, and industrial revolutions, many – very many – things have fortunately endured.
For instance, the desire for discovery: just as in coastal landscapes, so too in inland, pre-Alpine and mountainous ones, it reveals exemplary moments of recognition. Tradition, the will to recover, effort, commitment, attachment, people, identity.
The encyclopaedists work on these dynamics and return splendours. The fact is that Invisible Mediterranean(s) bounces very high. It elects a “Virgil 4.0” and surgically identifies heterodox contemporary heroes – those who fight against the common opinion of the obvious, who research, design, study, involve, and connect… in short, as my children would say, they really go all in
No, it is not just cool or picturesque: it is an ethical and luminous way of being in time, this telling of Invisible Mediterranean(s).
Those that some know and hide. Those that many long for and cannot find. Those that, sometimes, by sheer luck, we happen to encounter.
And then it becomes a kind of drama. Because they are like beautiful songs, refrains, synthetic dependencies you can’t quite escape.
Travel is about seeing with new eyes…new sounds, scents, energies, sensations, friends, anecdotes…in short: human beings. Women and men who, outside the uniform of formality, rejoice in telling, collecting, giving.
For me, Invisible Mediterranean(s) are everything that escapes the individual, egoism, the idea of status and social position.
Once Muhammad Al began a speech in public. He apparently didn’t quite know what to say. At some point, he said: “Me, we”.
He then reportedly reworked the “Me, We” pronounced at Harvard in 1965 into “Me, Whee”  a joyful “me!”, or rather “I? Hooray!” Perhaps suggested by his team or by circumstance.
Personally, I prefer the first version. Which is also my point of view on the Invisible Mediterranean(s), seen from the kaleidoscopic position of the Inner Mediterraneans: it is, fully and legitimately, an “I,we”. A-Sea Our Sea.

YOU CAN START AGAIN FROM THE SOUTH, BY MARCO PREDARI

Invisible Mediterranean(s) is part of the broader project of Marco Predari, 500×100, which was launched five years ago with the aim of investigating, through dialogue, paths of built and conceptual architecture. It has progressively strengthened and expanded, moving from its first Milan-based experience at the Salone del Mobile to other national contexts, including Venice, Rome, Pisa, and the South.

It represents an important commitment for a company such as Universal Selecta, a leading organization that this year won the Compasso d’Oro in the “Office Furniture and Accessories” category. The company supports the process of growth in Southern regions through the encounter and alignment between politics and architecture, also through the 500×100 platform.

As a company, we share initiatives rich in content in Puglia, Sicily, and Campania, and we believe that the entire South can be transformed from an area of development into a territory for validating effective experiences.

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UNVEILING THE INVISIBLE IS AN EXERCISE THAT OFTEN DEPENDS ON ACCESS TO PLACES: A RIGHT DENIED IN SOUTHERN ITALY with Francesco Miceli

Francesco Miceli, President of the Order of Architects of Palermo, tells us how architecture, historic villages, the territory, and all enhancement projects clash with the harsh reality of inadequate infrastructure. This is not (just) a problem, but a denied right to access and enjoyment

Let us start from a basic assumption: Southern Italy is a resource, thanks to the quality of its territory and the extraordinary richness of its historical and cultural heritage (all Souther regions have a high density of cultural assets, as recorded by ISTAT according to their size). Unfortunately, despite this immense heritage, no effective policy is being implemented to properly protect and enhance it, confirming Italy as one of the least generous countries in Europe in terms of cultural funding. There is no real strategy for promotion or preservation, nor any effort to build a network capable of connecting these scattered small-scale realities and strengthening their interaction and visibility toward the outside world.  
Isolated communities live out their fate either as centers of excellence (in some cases) or, more often, of abandonment and decay. They fail to recognize the affinities shaped by history – from their Greek roots to Arab and Norman influences – because there is no physical relationship, no real connection linking them together.
The cultural heritage of Southern Italy, like that of any other place, cannot simply be reduced to a list of sites: it must be integrated into a broader territorial policy strategy that uses culture also (and not only) as a driver for intelligent tourism. Therefore, beyond actions focused on individual sites, it is necessary to intervene at the territorial level in order to guarantee accessibility to these cultural assets.
Accessibility to cultural heritage, as well as to public spaces, is closely tied to the issue of citizens’ rights. Developing infrastructure across the territory means enabling every individual citizen to access it. The lack of accessibility represents a denial of the right to enjoy historical and cultural heritage.

Photo by Stefano Anzini.

If we begin from the issue of rights – the right to experience the city, its historical heritage, and access its services – we open up an entire range of further questions, because this broadens the reflection on what cities, smaller towns, and villages are today.
Cities emerged and developed throughout the twentieth century primarily as places of consumption. The logic of the modern city is not centered on the citizen, but rather on a concentration of people often coming from other contexts, sometimes rural ones.
Economic forces concentrate people where opportunities to “consume” are created.
The spread of COVID-19 is prompting a reinterpretation (though not necessarily a transformation) of the city, which can instead become a place of cultural innovation and the exercise of rights.
A process of reconfiguration in this sense – interpreting the city as an element of civilization rather than merely a place of consumption – would mean rewriting and adapting the prevailing models adopted up to now, starting with architecture itself and restoring to it a strategic and political role.

Over the past ten years, three adjectives have progressively been associated with the city, almost with a cathartic function: smart, resilient, and sustainable. The so-called “smart city” is, in reality, a rather aseptic expression aimed at governing the logic of consumption in a different way; “resilient” and “sustainable” complete this semantic triad.
We must ask ourselves whether the purification of the city truly passes through these three meanings, or whether they are simply linguistic expedients used to disguise an identity that has, in fact, remained unchanged.  The reflection is broader: the rethinking of the urban center involves a new form of urban physiliogy, particularly in Southern Italy, where environmental sustainability has always compensated for unsustainable building practices, and resilience is part of the South’s very DNA, given its ability to recover from earthquakes, structural decay, and floods over time.
Certainly, today a new awareness is emerging, and digitalization has become a key element in the organization of the city. Within this transformation, architecture must confront its own time, attempting to provide answers.

Unveiling the invisibility of the places in our Mediterranean is one of the possible responses.  
Invisible Mediterranean(s) is an important initiative because it tells the story of an unseen South – not an easy one, but one with extraordinary cultural, tourist, and landscape potential.
It is an exploration that starts from the ground up, investigating territorially marginal realities that are nonetheless rich in content and in unusual, almost forgotten models, giving value to what can no longer be found elsewhere.
Sicily, in particular, holds strong potential to translate these models into a working hypothesis.
The three “catartic” words in the South become everyday acts of survival.
An exceptionally powerful testimony of this was given by Pier Paolo Pasolini in “La lunga strada di sabbia”, the diary of a journey in 1959 along the Italian coasts from Ventimiglia to Palmi, where, upon reaching the South, he describes expectation and joy at their highest intensity. The route toward Vallo Lucano leads him to write: “Here beauty directly produces wealth. People live in a kind of quiet ease, letting beauty work for them”.

Photo by Stefano Anzini

However, the most authentic bond with the territory is increasingly difficult to maintain for smaller towns: the relationship between urbanity and rurality becomes ever more complex, to the point of being torn apart and distorted. Palermo is a paradigmatic example of this condition. The interweaving of agricultural fragments within the outskirts of the consolidated city can become a major resource. These too are invisible places – but a different kind of invisibility from that which characterizes hidden villages. They are invisible because there is no willingness to look at them, yet they are strategic for rethinking the city: not to be transformed into new building developments, but to build a connective identity and enhance their value. This means not denying environmental sustainability, the intelligence of place, or its resilience, but rather reinforcing and bringing them to light.

In the South of the Mediterranean, identity also exists in the outskirts: this is a fact that must be recognized and emphasized in order to redeem their degradation and underuse, and to extend the right to public and urban space.
Urban space is both a concept and an expanded right – an important design dimension for defining any model. It is not an independent variable, but something that deeply influences the everyday life of the individual.
In his talk on “Architettura e Salute”, delivered to the Consiglio Nazionale degli Architetti, Paesaggisti e Conservatori in July 2018, the psychiatrist Vittorio Andreoli explained with scientific rigor how human behavior is influenced by three factors: biology (the physical being, “flesh”), personality, and environment – both natural/geographical and relational – and how, for this reason, it is necessary that the natural environment and the relational environment be coeherent with one another.

All of this is architecture – architecture in Southern Italy.

 

CONTRADICTIONS AND OBJECTIVES: WHY IS THE SOUTHERN ITALIAN MEDITERRANEAN A POOR REGION, EVEN THOUGH WEALTH DEPARTS OR PASSES THROUGH HERE ON ITS WAY TO EUROPE? with Giuseppe Ida

Reflections by Giuseppe Ida, lawyer and mayor of Rosarno, speaking about transshipment, functional integration, and … the South, not just turism

Imagining that the Mediterranean and the South can contribute to the overall balance of the country and of Southern Europe is not an unrealistic dream.

The Mediterranean is a crossroads of cultures; restoring its centrality is a possible goal – indeed, it is the revival of a model already experiences in the past. Certainly, physical infrastructure is the first element that can help rebuild the centrality of Southern Italy. One example is the Port of Gioia Tauro, the third largest in Europe and the largest in Italy for transshipment – the transfer of cargo from one ship to another, usually through unloading in port and reloading. This takes place in hub ports where many shipping routes with different origins and destinations intersect. In the area surrounding the port, the movement of goods and the exchange of culture intersect and integrate.

One immediately perceives the contradiction between the habitual tendency to think of poverty as the harshest expression of Southern Italy, even though in reality it is precisely from our Mediterranean that wealth departs or passes through on its way to Europe.

The strengthening of physical infrastructure could generate lasting local wealth and place our Mediterranean at the center of the European development process, engaging with and balancing other transshipment hubs, for example. This strengthening should arise through a balanced participation of the public sector and private investors. But when strategy and planning are lacking, investments end up being wasted or undermined. This magnificent South, despite having such a highly efficient port, lacks an adequate railway system to transport goods and likewise lacks a road network capable of supporting the port’s expansion by land transport. Infrastructure and culture, in close connection with institutional strategies, are the fundamental pillars of a process aimed at making the South a leading force in Europe.

Today, the meaning of the South is almost entirely equated with tourism, but can tourism alone make it a leading force in Europe? And what kind of tourism are we talking about? What is the twenty-year vision for the Mediterranean?

For many parts of Southern Italy, tourism still remains an unrealized potential, and this consideration immediately brings us back to the previous issue: the development of what is still an underdeveloped tourism sector also depends on the growth of infrastructure and of the territory’s economy as a whole. It is difficult to imagine achieving results in the short term. Added to this is the fact that, in Calabria, youth unemployment has reached extremely high levels, despite the existence of real employment potential. Responsibility lies equally with regional and central political leadership that has been profoundly inattentive and has failed to allow these untapped opportunities to develop.

Certainly, Calabria can restart from its port system. During the lockdown period, Italian ports recorded a 30% decrease in traffic. Our port of Gioia Tauro, however, recorded a 40% increase, because goods destined for all of Southern Europe depart from here. Beyond this, stepping away from a strictly Calabrian and Italian perspective, it is essential to observe that the European vision of the entire Mediterranean is shaped through its ports.

A topic with limited media appeal and considerable complexity, seaports require cross-disciplinary expertise in logistics, technology, economics, and international relations. Insufficient attention is given to the value of ports, and the surrounding territories fail to connect with the broader economy. This also occurs in other Mediterranean countries – the so-called PIGS (Spain, Italy, Greece, and Portugal) – all countries considered key drivers of Europe’s growth.

In reality, precisely because of the unexpressed yet concrete and quickly activatable potential of these territories, if Europe wanted to become stronger and expand its capacity for inclusion, translating it into development, it should invest more in these regions.

Today, the Mediterranean and Southern Europe are not seen as places of development nor as crossroads of culture, because multiculturalism that is poorly managed and lacking integration turns into poverty. And, by ‘betraying’ its potential for opportunity, it becomes a burden to be carried. A vicious circle is triggered, whose dramatic outcome is the lack of investment in Europe’s periphery, precisely because it is seen as non-productive…a dead weight. In this vision, negativity spreads in concentric waves that affect the villages of which Calabria is so rich – places of history and culture that, in just a few decades, have been transformed into realities of sadness and depopulation. 

The regional administration of Calabria has committed itself to a policy of enhancing the villages that preserve our elderly, our customs, that intangible evanescence which is perpetuated through belonging to the territory. However, for now, except in a few exceptional cases, it remains a denied form of intangible heritage. In other contexts, for example, transhumance – the traditional practice of seasonal livestock migration – has been inscribed on the UNESCO Representative List of the Intangible Cultural Heritage of Humanity. The enhancement of villages falls within a strategic tourism plan that centralizes infrastructure, not as alienation, but as a form of valorization of the territory.

Photo by Stefano Anzini

Photo by Stefano Anzini