Articles Tagged with: Viaggio sullo Stretto III
Dettagli allegato 200919_Mediterranei-Invisibili_∏Stefano-Anzini Ponte sullo Stretto

IL SUD DEVE COMPRENDERE SE STESSO E LE SUE VOCAZIONI. E L’ITALIA TUTTA DEVE RENDERSI CONTO CHE SENZA UN SUD FORTE CONTINUERÀ A SEGNARE IL PASSO: È UNA QUESTIONE DI GEOPOLITICA con Laura Pavia

Laura Pavia, architetto e docente a contratto all’Università della Basilicata è una delle anime del progetto Rigenerare a Sud/Rigenerare il Sud e ha le idee chiare sulle vie da intraprendere per trasformare il Meridione in un centro propulsivo per l’economia. La sua visione è lucida e rovescia la prospettiva: il Paese riparte solo se riparte il Sud.

Non scherziamo sull’argomento infrastrutture: sono necessarie, non c’è un’alternativa possibile pena la recessione e la stagnazione. E serve il Ponte sullo Stretto.
Un esordio deciso quello di Laura che ha partecipato per la prima volta a Mediterranei Invisibili quest’anno.

Laura Pavia con Alfonso Femia in Mediterranei Invisibili – Viaggio nello Stretto III, talk del 19 settembre 2020. Fotografia di Stefano Anzini.


Ci sono, al Sud, regioni con sofferenze infrastrutturali acute e regioni che stanno un po’ meglio, grazie anche alla loro collocazione geografica ma, al di là dei casi specifici, costruire le connessioni fisiche necessarie, salvaguardando gli aspetti ambientali e paesaggistici, è fondamentale per lo sviluppo. Non attivarsi in tal senso esprime solo la volontà negativa di tenere il meridione sempre un passo indietro.
Dissesto idrogeologico, complessità morfologiche del territorio sono ostacoli superabili: l’Italia ha i migliori ingegneri e le migliori tecnologie, tanto che esporta questa cultura tecnica in tutto il mondo dai primi anni del secolo scorso e ha contribuito a costruire ponti, dighe e strade nelle situazioni geografiche più improbabili.
Ora avremmo a disposizione anche i soldi del Recovery Fund.
Eppure, si continua a procrastinare, prima di tutto sul tema del Ponte. Il Governo, nella figura dell’attuale Ministro per il Sud e per la coesione territoriale, Giuseppe Provenzano, si è espresso chiaramente “Il ponte non è finanziabile e i tempi sono incompatibili con quelli del Recovery Fund”.
Provenzano sostiene che le priorità siano altre, per esempio l’Alta Velocità per la Calabria e la Sicilia, che potrebbero garantire una mobilità quotidiana dignitosa ai cittadini. 
Ma stiamo parlando di tre chilometri di ponte: non costruirlo, nel 2020, significa tenere il Sud un passo indietro.
E l’Italia ferma.


Il Ponte non serve (solo) a collegare la Sicilia con l’Italia. Bisogna allargare lo sguardo: per esempio, chi continua ad avvantaggiarsi delle lacune infrastrutturali del nostro meridione è il porto di Rotterdam. Va detto che c’è anche un triste aspetto campanilistico nazionale, Genova e Trieste non vogliono perdere primati e potere economico sulla piazza europea. Abbiamo la possibilità di riattribuire alla Sicilia (e all’Italia) il ruolo di vera frontiera del Mediterraneo, considerando anche la stretta correlazione con il Canale di Sicilia (che gli inglesi chiamano sbrigativamente Stretto di Sicilia) tra Italia e nord-Africa, sensibilissima zona su diversi fronti: militare, commerciale ed economico per le connessioni energetiche e digitali.
Continuare a leggere il valore del Ponte sullo Stretto di Messina esclusivamente come passaggio tra Calabria e Sicilia rivela una grave miopia geopolitica.
Il Mediterraneo della Sicilia non è neppure un tema solo europeo, ma internazionale, mai così importante come in questo momento storico: riprendendo un’affermazione dell’ammiraglio Mario Rino Me, in un articolo di Limes, Africa e medio-Oriente, i commerci cinesi e le manovre russe “materializzano nel Mare Nostrum una competizione fra imperi simile al Great Game ottocentesco fra Mosca e Londra”.
Questo per chiarire che la domanda giusta da porsi non è se costruire il Ponte, ma come farlo nel tempo più veloce possibile.


Poi ci sono altre considerazioni, ad ambito più circoscritto, nazionale ed europeo: per esempio, l’alta velocità finisce praticamente a Roma (Napoli); c’è un tratto della linea adriatica ferroviaria, tra Termoli e Lesina, che è ancora a binario unico, dai tempi di Vittorio Emanuele II.
Da Bari a Reggio Calabria il tempo medio di percorrenza in treno è di quasi 10 ore, per coprire 350 chilometri.
Ecco, dunque, perché il Sud come luogo di investimento è logisticamente poco appetibile ed economicamente insostenibile.
Di nuovo il problema non è (solo) meridionale, ma dell’Italia tutto che si propone smezzata agli investitori internazionali con una potenzialità inattiva e impedente dello sviluppo nazionale.
Un’Italia a due velocità non può più funzionare nel 2020, … se mai ha funzionato.
La Puglia è l’esempio di quello che il Sud può fare e dare all’Italia; si è completamente rinnovata attraverso una politica generativa, affrancandosi dagli stereotipi secolari, mettendo a punto programmi che si proiettano di vent’anni avanti (il qui e ora non ha senso), attivando la straordinaria risorsa delle nuove generazioni e puntando sulla dimensione reale del territorio: la cultura, l’agricoltura e il turismo.
Un’operazione diversa nei contenuti, ma simile nei processi, è stata quella che ha visto Matera protagonista nel 2019 come Capitale Europea della Cultura: la città della vergogna dei Sassi è tornata a credere in se stessa e nel valore millenario della sua identità.

Sul tema degli stereotipi … il Sud è mafia e malavita. Di recente Emiliano Morreale ha pubblicato una storia a fumetti dal titolo “La mafia immaginaria. Settant’anni di Cosa Nostra al cinema”, in cui racconta come la mafia siciliana sia stata protagonista “di decine di film e di fiction televisive, con un corredo riconoscibile e stereotipato di personaggi, situazioni, immagini: un codice che si è sovrapposto agli eventi storici, li ha modellati e ne ha influenzato la percezione”. Si tratta di un modello negativo non solo sul piano culturale, ma soprattutto su quello dell’economia reale. Qual è il tuo pensiero a riguardo?
C’è la storia. E poi c’è un tema di attualità in cui risulta molto facile colpevolizzare il Sud, assegnandogli l’etichetta di “mafia”, come se, anche oggi, la responsabilità fosse solo nostra.
Mafia e ‘ndrangheta colonizzano anche i territori lombardi o veneti o piemontesi, e riescono a farlo perché trovano terreno fertile, cioè soggetti importanti per capacità economica, disposti ad accogliere dinamiche illegali e a integrarle nei processi di sviluppo, talvolta apparentemente virtuosi.
Il pregiudizio è radicato e sembra ancora molto lungo il cammino da compiere per estirparlo.

Fotografia di Stefano Anzini.


Cosa può accelerare lo sviluppo del Sud e offrire un punto di partenza aggiornato e più forte come piattaforma di rilancio globale? Intendo nell’attesa che si costruiscano ponti e strade e si attivino le politiche generative di cui abbiamo parlato?
Un tema importante e che mi è particolarmente caro è quello dell’università.
Penso che molte città del Sud potrebbero trasformarsi in città universitarie, creando uno straordinario indotto, composto dai ricercatori e dai fuori sede italiani e internazionali (Covid a parte). La città di Taranto, per esempio, nel suo centro storico ospita ben tre sedi universitarie, oltre le altre sei dislocate nella città nuova. Se Taranto, gravata da problemi enormi legati alla sua zona industriale, riuscisse ad implementare i servizi ad esse connessi, seguendo l’esempio di città come Urbino o Trento, potrebbe contribuire all’importante processo di rinnovamento e di rigenerazione urbana che in questo momento sta interessando non solo il centro storico, ma anche l’intera città.
Investimenti mirati in comunicazione, un minimo potenziamento e razionalizzazione dei voli aerei, potrebbero realmente rendere attraente e culturalmente prestigioso studiare dove c’è tanta storia e tanta cultura, tanta architettura, tanta arte e tanto paesaggio.
Il problema storico delle università del Sud è quello dei finanziamenti. Ricevono una minor quota di finanziamenti e questa “sete perenne” di denaro frena gli investimenti sulla ricerca. Non si possono importare ricercatori perché non ci sono le condizioni economiche al contorno, ma continua l’emorragia delle intelligenze locali che preferiscono spostarsi al nord o all’estero.
E al Sud, spesso, mancano gli investimenti privati che potrebbero compensare le lacune pubbliche, semplicemente perché non c’è industria.
Il Sud non ha mai avuto una vocazione industriale, qualsiasi tentativo fatto, in passato, è stato una forzatura, un calare dall’alto decisioni calibrate non sui bisogni reali, ma su necessità immaginate da parte degli amministratori, spesso non da quelli locali, ma dal Governo centrale.

Da dove partire, allora, per ribaltare lo scenario meridionale?
È la narrazione che genera prima la visione e poi il progetto. Occorre partire dal racconto di luoghi, paesaggi, persone, esattamente come fa Mediterranei Invisibili e come fa l’Università della Basilicata con il progetto Rigenerare a Sud/Rigenerare il Sud.
Spesso quando indaghiamo nei territori del Sud, nei paesi e nelle piccole città, nei borghi, ci sentiamo chiedere “perché siete qui, se qui non c’è nulla?”.
È una condizione ricorrente nel Sud e in tutti i Sud del mondo l’incapacità di vedere architettura, ambiente e paesaggi a casa propria.

La pandemia è stata l’occasione per organizzare un ciclo di seminari online, nati da un’idea mia e di Ina Macaione, per il Laboratorio di Fenomenologia dell’Architettura di Matera. Abbiamo avvertito l’esigenza di dare voce a tante esperienze importanti di rigenerazione urbana in atto nel Sud, portate avanti da persone del Sud, che però ci apparivano isolate e distanti fra loro. Nella consapevolezza che non parlare di qualcosa equivale a ignorarla e a condannarla all’oblio, in più di quarantacinque seminari abbiamo dialogato con docenti, ricercatori, studenti, professionisti, amministratori, associazioni e liberi cittadini. Da questo lungo e anche faticoso racconto, è emersa tutta la ricchezza e la vitalità di un Sud che è attivo, si impegna sul campo e vuole costruire una rete di relazioni, conoscenze, abilità ed esperienze che sono strettamente legate alle peculiarità dei territori del Sud. Rigenerare a Sud/Rigenerare il Sud indica con chiarezza una strategia d’azione: senza il coinvolgimento e la partecipazione diretta dei cittadini che vivono nel Meridione non è possibile avviare percorsi di rigenerazione del territorio urbano. Soprattutto, non è possibile quel racconto che cambia lo sguardo su se stessi e sull’intorno e che genera l’amore verso i territori e il desiderio di restare o tornare al Sud.

Le esperienze raccontate in questo ciclo di seminari saranno a breve pubblicate in un Atlante della rigenerazione urbana a Sud, un’opera aperta, uno sguardo attivo sul Meridione che speriamo sia solo l’inizio di lungo percorso di condivisione e collaborazione con tutti i rigeneratori del Sud.

Per trovare il progetto Rigenerare a Sud/Rigenerare il Sud nei Social:
instagram: rigenerareasud_rigenerareilsud
facebook: Rigenerare a Sud / Rigenerare il Sud
youtube: Nature City Lab

La foto in apertura è di Stefano Anzini.


200918_Mediterranei-Invisibili_∏Stefano-Anzini

SCOMMETTERE SUI GIOVANI E SULLA CULTURA: NON È UNO SLOGAN, MA L’UNICA OPPORTUNITÀ PER LIBERARE LA SICILIA DALLE DISTORSIONI PERCETTIVE con Pietro Briguglio

Pietro Briguglio, il sindaco di Nizza di Sicilia, parla di una Sicilia che vuol sconfinare sia fisicamente, sia creando ponti tra la memoria del passato, il mondo “esterno” e il futuro.

Pietro Briguglio, sindaco di Nizza di Sicilia a Mediterranei Invisibili-Viaggio nello Stretto, 17 settembre 2020. Fotografia di Stefano Anzini.

La Sicilia non è mafia e malavita. Se questa è, in background, la percezione permanente che deriva da una lettura non aggiornata del territorio, è altrettanto vero che la restituzione della realtà è completamente diversa, oggi. Un esempio? Savoca è il borgo delle 17 mummie, uno dei più belli d’Italia. Risale al 1134, ma è diventato famoso nel 1972 perché Coppola, il regista de’ Il Padrino ha girato alcune scene del film.
Non è questa l’unica distorsione percettiva che pesa e frena sullo sviluppo dell’isola.
Per esempio, Sicilia non è solo Taormina, né è solo turismo balneare e stagionale.
E storia e cultura non stanno solo a Palermo e a Noto.


La Sicilia è un territorio che va oltre le distanze e i limiti fisici dell’essere isola.
Certo, ci sono i limiti reali, ma talmente logorati da aver perso persino di intensità e urgenza: la mancanza di infrastrutture interne, l’esodo della popolazione giovane, il ponte mai costruito, la lacunosa diffusione della rete digitale.
Ci sono poi altri limiti meno evidenti, ma altrettanto impedienti: non siamo attrezzati, dal punto di vista “umano” della professionalità e delle capacità necessarie per disimpegnarci con agilità in uno scenario burocratico molto complicato sia nel contesto regionale e nazionale, sia, soprattutto, per accedere e sfruttare le opportunità economiche messe a disposizione dall’Europa. Sviluppare i percorsi, rendicontare e definire le scadenze implicano un’operatività organica sotto il profilo delle procedure.

Fotografia di Stefano Anzini

Quanto pesa il turismo per il rilancio di questa parte di Sicilia?
Il punto di forza del turismo balneare rappresenta anche, in qualche misura, un limite: trascuriamo le bellezze paesaggistiche e culturali dell’interno. E anche il litorale fuori dal polo di riferimento di Taormina è un patrimonio poco sfruttato che avrebbe la grande potenzialità di destagionalizzare il turismo. Un esempio che riguarda da vicino il mio territorio è la valle del Nisi sul versante jonico di Messina, composta da piccoli paesini sulla riviera e da antichi borghi collinari. La vallata è di origini preistoriche e si è sviluppata intorno a uno dei più importanti monti della catena di Peloritani, il monte Scuderi. Il contatto diretto tra mare e monte rende affascinanti e intensi questi luoghi ed è da qui che nasce l’anello del Nisi, che comprende Alì Terme, Alì, Fiumedinisi e Nizza di Sicilia.
Questi luoghi sono oggetto di studio, ma ancora sono un patrimonio sconosciuto.
Una grande opera che non possa essere fruita dalla collettività, chiusa in una stanza privata, rappresenta un ingiusto modo di mettere in relazione arte e comunità.
Molta parte della Sicilia è una grande straordinaria opera d’arte non valorizzata e sconosciuta ai più.
La diffusione della cultura e il turismo che ne può discendere sono lo strumento di rilancio del territorio.
Un’affermazione forte e autonoma in tal senso genererebbe l’interesse della politica centrale e accelererebbe la costruzione delle infrastrutture. Si potrebbe innestare un circolo virtuoso che abbatterebbe tutti i limiti.
La cultura prende avvio da un intenso programma di scolarizzazione e di formazione che crei affiliazione con il territorio, inverta il processo di abbandono della popolazione giovane, produca lavoro per la cultura, con la cultura.
I muri mentali si abbattono solo con la cultura, dunque questo è per la Sicilia un nodo fondamentale. Quello che riscatterà il nostro territorio dalle distorsioni percettive è l’impegno della popolazione giovane stimolata, attraverso lo studio e la cultura, a scommettere sulla Sicilia.


I confini, i limiti devono trasformarsi in orizzonti, aspirare a nuove formule che stimolino in continuazione alla ricerca di visioni senza confini
La Sicilia può essere visualizzata come una sorta di flebo benefica, energizzante, curativa, a lento rilascio di cultura, storia e tradizioni da somministrare a tutto l’Italia.
In Egitto e in altri Paesi che hanno segnato il percorso e l’evoluzione umana si continua e continua a scavare, dopo aver già svelato l’essenziale.
Noi abbiamo tantissima cultura da rivelare e da diffondere, ma non c’è interesse a “scavare” nella nostra terra.
Non indagare nella nostra storia significa restare un passo indietro.
Tornando al paese di Savoca, la scelta di Coppola e il successo de’ Il Padrino hanno funzionato da cassa di risonanza per tutta la zona. Ora la potenza della rete diffonde la conoscenza dei territori, la curiosità e il desiderio di visitarli e anche questo può funzionare, in combinazione con la costruzione dell’infrastrutturazione fisica interna all’isola.
Anche su questo fronte ci stiamo muovendo: lo scorso mese di settembre è stato firmato dal Commissario di Governo, l’amministratore delegato di RFI, Maurizio Gentile, l’approvazione del progetto definitivo del raddoppio dei binari tra Giampilieri e Fiumefreddo per un investimento di 2.300 milioni di euro, già integralmente finanziato. L’ordinanza segna un ulteriore decisivo passo in avanti nella realizzazione dell’asse ferroviario Messina-Catania-Palermo, che giunge a pochi giorni dalla chiusura della conferenza di servizi, avvenuta lo scorso agosto.Con l’avvenuta approvazione si potrà procedere già nelle prossime settimane alla pubblicazione dei bandi di gara per i due lotti funzionali Fiumefreddo – Taormina-Letojanni e Taormina -Letojanni Catania. L’intervento completa il raddoppio della linea ferroviaria fra Messina e Catania e prevede la realizzazione di 42 chilometri di nuovo doppio binario, di cui circa 37 chilometri in sotterraneo, con un aumento della capacità della linea per il traffico sia passeggeri sia merci e una riduzione dei tempi di viaggio di circa 30 minuti tra Messina e Catania, tanto da consentire lo sviluppo di un servizio di tipo metropolitano da Catania fino a Taormina/Letojanni.


Il ponte sullo Stretto è una discriminante in questo quadro di sviluppo?
Il Ponte è un’infrastruttura primaria, collegamento con la penisola, sia per il transito delle merci, sia per quello delle persone. I benefici sarebbero indiscutibili, anche se, avendo procrastinato la sua costruzione in un lasso di tempo ormai vicino al secolo, la complessità urbanistica dei luoghi di partenza e approdo è cresciuta a dismisura ed è, oggi, necessaria una compensazione allo stravolgimento che il progetto comporterebbe.
Al di là dei dibattiti, delle riflessioni, dei temi tecnologici, istituzionali, economici, ambientali, l’unica indiscutibile realtà è che è urgente e opportuno fare questo ponte: non è interesse solo della Sicilia e della Calabria, ma dell’Italia tutta.

La foto in apertura è di Stefano Anzini.


200918_Mediterranei-Invisibili_∏Stefano-Anzini

UN MODELLO SUD IN GRADO DI TRAINARE IL PAESE SI FONDA SULLE ESPERIENZE STORICHE, SENZA INDULGERE ALLA NOSTALGIA DEL PASSATO, DECLINANDO LA SAGGEZZA SECOLARE AL PRESENTE con Serena Bonura

Serena Bonura lavora e svolge attività di ricerca nel campo dell’ecologia e della sostenibilità applicate all’educazione e alla comunicazione. Dal suo punto di vista non si può parlare di “sud alla riscossa”, perché il Sud è meraviglioso, ma la qualità di vita la danno le scuole e gli ospedali che funzionano e non (solo) il paesaggio, il mare e il sole. In Sicilia ci sono ancora molte cose da mettere a posto.

Serena Bonura nel talk di Mediterraei Invisibili – Viaggio nello Stretto III del 18 settembre 2020. Fotografia di Stefano Anzini.

Serena ha vissuto a Bologna per qualche tempo e questo ha cambiato il suo modo di vedere il mondo (e il Sud). Per lei ecologia e sostenibilità, particolarmente per quello che riguarda il cibo, sono una risorsa economica e, insieme, un modo per non impoverire e oltraggiare la sua terra. 

Nuova economia ed economia circolare, neonate emersioni esito di uno sguardo più consapevole dell’ambiente, si stanno già rapidamente trasformando in slogan. Eppure, non si è neppure cominciato a lavorare in questa direzione. È come se anticipare il concetto, senza averlo pienamente sperimentato, già l’avesse logorato e reso vecchio.
Per il Sud, per la Sicilia, non si tratta, però, di una rappresentazione mentale, ma di una delle vie percorribili per fare economia dove, fondamentalmente, l’economia manca, utilizzando il complesso delle risorse e delle attività locali, in relazione al settore agro-alimentare.
In Sicilia si può realmente attivare una nuova economia a partire dalle tradizioni. Serena puntualizza che parlare di tradizione non vuole dire recuperare vetuste e antiquate modalità del fare o, peggio ancora, del pensare.
La consapevolezza del presente – spiega Serena – si origina in una stratificazione di esperienze positive e di errori. Nulla si deve dimenticare, la memoria è la miglior chiave del cambiamento. Per questo parlo di “retro-innovazione”. Si prende quanto di buono ci ha insegnato il passato e si attualizza, attraverso gli strumenti contemporanei. Non è un tema da limitare al cibo e all’agricoltura, è estensibile per ogni contesto e ovunque. Tuttavia, il modello della retro innovazione siciliana si declina nella specificità geografica, culturale e storica del Sud, in modo unico, non trasferibile o replicabile in altri territori. Così come unico è il Sud.

L’economia circolare genera modelli di consumo contemporanei, senza avvilire, né esaltare in modo acritico il passato ed è anche un’economia di relazione, un’espressione che è quasi una contraddizione in termini, perché attiva un processo che evoca lo scambio di antica memoria. Una sorta di “prima della moneta” del tempo moderno.
Per spiegare meglio, lavoriamo in co-produzione con i consumatori aggregati di altre aree d’Italia, i Gruppi di Acquisto Solidale, che accettano di condividere il rischio di produzione insito nell’agricoltura (variabili climatiche soprattutto), pagando anticipatamente i coltivatori. In questo modo il produttore “non corre da solo” con il rischio di non arrivare, attraverso il pre-finanziamento del consumatore.
È un modello che si estende ad altri Paesi europei, per esempio alcuni consorzi siciliani hanno stipulato accordi di questi tipo con gruppi di consumatori francesi.
Ecco, dunque, ancora in forma embrionale, la risposta alla provocazione di Mediterranei Invisibili, far ripartire il Paese e l’Europa dal Sud.
Un altro esempio, a Catania, è nata una start up – Orange Fiber – fondata da Adriana Santanocita ed Enrica Rena che, recuperando gli scarti degli agrumi, ha creato un tessuto esclusivo e di alta qualità tessile. Lo scorso anno Orange Fiber ha iniziato una collaborazione con il brand svedese H&M, che ha scelto l’azienda siciliana per realizzare parte della sua collezione premium Conscious Exclusive 2019.
Sempre di Catania è un’altra start up – Kanèsis – ad altissimo livello tecnologico che ha messo a punto un sistema per produrre la prima plastica ecosostenibile. È un materiale innovativo, che deriva dagli scarti della lavorazione industriale di vegetali, tra cui la canapa, ideato da un giovane studente di ingegneria, Giovanni Milazzo, e dal suo team. È un materiale composito termoplastico, con proprietà riconducibili alle plastiche petrolchimiche convenzionali e doti migliorate di resistenza e leggerezza. Di recente, Kanèsis ha stipulato un accordo con Lati, azienda italiana di statura internazionale. Ecco, dunque, anche in questo caso, la proiezione della Sicilia verso l’Europa e oltre.
Francia, Svezia, … non ci poniamo limiti.


È molto rigorosa la tua narrazione e trasmette l’idea di un grande Sud. Quanto la parte meno luminosa e meno intraprendente reprime e ostacola il grande Sud in emersione?
Sud è bello.
Sud è intelligente.
Sud è intraprendente.
Ma la realtà che noi viviamo deve fare i conti con inefficienze gravi che non solo rallentano lo sviluppo, ma deteriorano la qualità della vita: ospedali e scuole che non funzionano o funzionano male sono il tratto distintivo della nostra isola. Ci trinceriamo dietro l’alibi della mancanza di infrastrutture, quasi un mantra, ma i problemi sono altrove.

Il nodo delle infrastrutture è uno dei più dolenti e ricorrenti nel dibattito corrente sul Sud, ancora di più, in area Stretto. La tua sembra un’affermazione contro-corrente
È vero che mancano dei collegamenti, anche importanti, non intendo negare l’evidenza. Ma non ce ne siamo accorti ora, è un problema che risale al dopoguerra, agli anni Sessanta e ancora prima. E non l’abbiamo risolto, se non per piccoli tratti. Tutto il nostro territorio è a grave rischio idrogeologico e quando si costruisce un’opera di grandi dimensioni, un tratto autostradale o un viadotto bisogna aver eliminato qualsiasi incertezza e indeterminazione progettuale. In Sicilia ci sono molti “cadaveri”, resti di sogni infrastrutturali avventati, abbandonati per problemi di appalti, rischio geologico, conflittualità tra enti preposti o mancanza di risorse.
Il raddoppio ferroviario tra Giampilieri e Fiumefreddo, alle cronache in questi giorni, si dovrebbe sviluppare in una zona notoriamente franosa e dei 42 chilometri in preventivo, 38 sono in galleria.
Fino a questo momento, le stazioni sono state realmente di servizio ai centri abitati, dopo i lavori saranno spostate al di fuori e sarà necessario creare una rete di collegamento per raggiungerle.
Affermo che è un alibi quello delle infrastrutture, perché oggi, con un pensiero più contemporaneo e attuale di quello del dopoguerra, avrebbe più senso ripensare i processi e inventare nuovi modelli. In Sicilia, la chiave è la prossimità, non la mega infrastruttura.  Non ultimo le infiltrazioni malavitose si sono storicamente insediate con le grandi opere pubbliche.
Anche in questo caso la memoria è importante perché indica l’errore.
Possibilmente da non replicare.
Per comprendere meglio il tema infrastrutture al Sud, si può fare un parallelo con la situazione attuale: continuiamo a parlare di malattia, dovremmo ribaltare la visione, cominciando a prendere in considerazione la salute come modello.

Fotografia di Stefano Anzini.



200919_Mediterranei-Invisibili_∏Stefano-Anzini__

LA VOGLIA DI CULTURA, NON SOLO MARE E NON SOLO TURISMO. LA POPOLAZIONE LOCALE COME CHIAVE DI RILANCIO DEL TERRITORIO. TUTTO QUELLO CHE IL SUD PUÒ DARE con Caterina Limardo

Caterina Limardo è una delle anime di Zabut, festival internazionale di corti d’animazione, diventato, nel corso di poche edizioni, un punto di riferimento importante per i professionisti, per gli appassionati e per il pubblico amatoriale. Caterina racconta di una Sicilia in cui la bellezza si rivela attraverso la cultura cinematografica, la partecipazione delle persone e i luoghi.

Caterina Limardo nel talk di Mediterranei Invisibili-Viaggio nello Stretto III del 18 settembre 2020. Forografia di Stefano Anzini

Sud e bellezza, un binomio riconosciuto, come Sud e mare e Sud e cibo. Dunque, per sillogismo, la bellezza del Sud può essere il suo volano di rilancio.
Sembra semplice, ma le etichette possono essere pericolose.
E lo sono per la popolazione locale. Mare, cibo, paesaggio… della “bellezza turistica” certo non si perde l’incanto visivo, quando i visitatori scemano e finisce la stagione balneare, ma si svuota l’energia e l’intensità di chi anima i luoghi.
Noi che al Sud viviamo a novembre come ad agosto, siamo come in un cul -de-sac, consumiamo le possibilità all’ingresso (dell’estate) e ci ritroviamo, inesorabilmente stagione dopo stagione, con un muro davanti. Ritorniamo indietro e ricominciamo.
Anche sotto il sole e davanti al meraviglioso mare della Sicilia si può conoscere l’alienazione.
Al Sud possono e devono emergere le stesse potenzialità di vita che ci sono a Milano o in qualsiasi altra città d’Italia.
Le possibilità esistono, si tratta di cercarle con molta attenzione e grande volontà. Non sempre sono subito evidenti. E poi … sì, è più faticoso.
Il progetto di Zabut è un progetto in fieri che nasce dall’interesse e dalla passione comuni di un gruppo di amici. Ma è molto di più. Si lega al desiderio di esserci come persone e come persone legate ai luoghi, con la duplice ambizione di una crescita individuale e del territorio.
Perché se il luogo, il paese, diventa bello per chi lo vive sempre, per il turista sarà ancora più attraente.
È questa una bellezza che non vive di rendita paesaggistica, dell’architettura o dei monumenti, ma di impegno personale, di cultura e di innovazione dei contenuti.

Fotografia di Caterina Limardo.


Zabut nasce nel 2016 nel centro storico della città d’arte di Savoca, in Sicilia, uno dei “Borghi più Belli d’Italia”. Nel 2019 cambia location spostandosi nel comune di S. Teresa di Riva, “bandiera blu” dal 2017.
Zabut è soprattutto un evento che nei giorni del festival mette in comunicazione uno spazio e una comunità, persone e luoghi, diventando un luogo di fruizione culturale dall’atmosfera affascinante e ospitale.
Sulla riviera ionica siamo alla continua ricerca di stimoli e Zabut è il risultato del nostro desiderio di fare.
Il progetto si trova, oggi, pronto per un ulteriore salto di qualità che gli permetta di confrontarsi con i più importanti festival internazionali sebbene ora, le difficoltà generate nel corso del 2020 dalla pandemia, abbiano complicato le cose.
In questo strano agosto di tregua dal coronavirus e, insieme, di inquieta e ansiosa attesa del futuro, per ognuna delle serate del festival, 150 persone hanno partecipato alle proiezioni. Non è un numero raffrontabile a quello degli anni passati (450 per sera nel 2019), ma racconta con ancora maggior convincimento quanta sia la voglia di ascolto, la curiosità, il desiderio di bellezza. Nel nostro caso in chiave cinematografica.
I cortometraggi – 450 -sono arrivati da 62 paesi diversi, segno che, nei tempi in cui le distanze si riducono,  l’internazionalità è, in qualche misura, un obiettivo già raggiunto. 
Abbiamo l’ambizione di crescere, da concretizzare prima nei territori limitrofi e poi nel Paese, e poi ancora verso l’Europa e verso il mondo. Ambizione che  possiamo soddisfare, a partire dal desiderio che ha la popolazione locale di partecipare.
Il festival viene sostenuto dal Comune di Santa Teresa di Riva e da un gruppo di sponsor privati e patrocinato, tra gli altri,  dall’Università di Catania, di Messina e dall’Accademia delle Belle Arti di Palermo.
Al di là delle difficoltà che dobbiamo affrontare, una per tutti il fatto che l’accesso alla maggior parte dei bandi pubblici prevede l’anticipo delle spese, e del blocco causato dalla diffusione della Covid-19, abbiamo molte idee.
Vorremmo che Zabut crescesse, rimanendo legato alla Sicilia, senza perdere l’identità e vorremmo attirare l’interesse istituzionale a livello centrale.
Ci rendiamo conto che far arrivare le persone a Santa Teresa di Riva è più complicato. Ma lo era, lo è anche farle arrivare a Taormina.
Vorremmo abbattere il “limite territoriale”, poter invitare al festival ospiti e giurati provenienti anche da fuori Italia, limite oggi dovuto non solo alla carenza di infrastrutture ma anche e soprattutto alla difficoltà nel reperimento di maggiori fondi.


Vorremmo combattere, anche attraverso Zabut, quell’idea stereotipata della Sicilia che la associa – ancora – alla mafia e alla malavita. Anche perché, un po’ ci crogioliamo, nel nostro passato, persino in una memoria storica negativa: nei negozi di souvenir di Savoca, ad esempio, il paese in cui sono state girate alcune scene de’ Il Padrino, vengono venduti mug a sagoma di pistola…
La Sicilia si è, in grande parte, affrancata, ma non credo che le altre regioni italiane, incluse quelle del Nord siano escluse dalle infiltrazioni dell‘ndrangheta e della mafia.
Il tema della mafia è diventato folklore che si autoalimenta con il gradimento di un turismo di massa, che si carica però di negatività, limitando e ostacolando la fiducia nei territori; così, chi arriva da fuori, continua a valutare i luoghi anche con la discriminante delle memorie mafiose.

Fotografia di Caterina Limardo

Qual è la via per liberare il Sud dal sud?
Prendere le distanze dagli stereotipi. È la prima cosa.
E poi assumere la consapevolezza di avere un tempo più lento rispetto al Nord. Non è, necessariamente, un valore negativo. Ma non dobbiamo perderci e lasciare le cose incompiute. Altrimenti non usciremo mai dal “sud”.

La fotografia d’apertura è di Stefano Anzini.


IN QUESTO 2020 IL SENSO DELLE COSE È CAMBIATO. IL SUD È LA NOSTRA MIGLIOR OCCASIONE

Alfonso Femia apre la terza edizione di Mediterranei Invisibili – Viaggio sullo Stretto.

“Non possiamo più soltanto parlare, per la politica e l’architettura è il momento di agire”

Non avrebbe dovuto essere una quattro giorni e non avrebbe dovuto essere a settembre.
L’idea era che durasse una settimana, a giugno, durante la quale affiancare all’indagine sul territorio, una revisione organica dei temi e delle situazioni che avevamo letto, nelle due precedenti edizioni, in maniera separata.  Sto parlando di Mediterranei Invisibili – Viaggio nello Stretto III, che nonostante la pandemia, abbiamo scelto di intraprendere anche – o meglio soprattutto – in questo 2020, sia pure riducendo tempi e programmi, per affermare la necessità e la volontà che il Sud non può più essere letto, interpretato e vissuto come lo è stato fino a oggi.


Proprio il 2020 segna la prima dimostrazione di quanto possa essere forte il Sud e quanto questa forza possa sostenere il Paese.
Credo che quello che Mediterranei Invisibili ha rivelato e rivelerà ancora sia importante per il Paese e, come leggeremo nelle interviste rivolte ai rappresentanti delle Amministrazioni Pubbliche locali, ai Presidenti degli Ordini professionali, agli architetti siciliani e calabresi, il significato delle parole e delle azioni può cambiare se la prospettiva, lo sguardo è diverso e soprattutto se il dialogo e il confronto avviene in situ.
Infrastruttura, scuola, borgo, territorio hanno significati o sfumature differenti a Messina o a Siena o altrove e l’evidenza di questa diversità va potenziata e diffusa.


Non c’è romanticismo nello sguardo di Mediterranei Invisibili. Ogni indagine fa emergere problemi che non possono più chiudersi in un’identità isolata, ma devono esprimersi e risolversi nella connessione con le altre identità.
Le città stanno nei territori, così come i borghi, così come i paesaggi e le coste e le montagne e il Viaggio nello Stretto rivela le connessioni e l’insieme delle relazioni.


Citando Cyprian Broodbank, autore de “Il Mediterraneo” per Einaudi (2015), forse la narrazione più interessante e brillante riferita al tema, degli ultimi dieci anni, le caratteristiche del Mediterraneo sono assunte come dati di fatto. Ma il sistema Mediterraneo è composto da centri strettamente interconnessi tra di loro, il cui sorprendente sviluppo economico e culturale è diventato modello per il mondo intero. Dice Broodbank “Il Mediterraneo della preistoria, microcosmo dove tutto si è fermato, è il modello perfetto per aiutarci a indagare il mondo globalizzato nel quale viviamo.”
Per esempio, nel passato alcune originalissime civiltà come Cipro e Malta, giunte all’apice dello sviluppo, sono state poi riassorbite nel trend dominante, ed è questo “il lato oscuro della globalizzazione. Un messaggio allarmante per tutti noi”


E il Mediterraneo attuale è un mare di relazione?
“sicuramente. Se in passato ha vissuto sia momenti di confronto che di conflitto, il messaggio preponderante che ne emerge è di un luogo di incontro. Un luogo dove gli stereotipi sono costantemente messi in discussione e vanificati. Così Broodbank.
Noi crediamo fortemente che, a partire da questa seconda metà del 2020, le politiche nazionale ed europea debbano investire nel Mediterraneo del sud italiano. Non come atto compassionevole, ma come nuovo centro di energia per l’intero vecchio continente.

In viaggio sullo Stretto. Foto di Stefano Anzini.
Alfonso Femia, foto di Stefano Anzini
L’esplorazione dei Mediterranei Invisibili con il terzo Viaggio sullo Stretto riprende insieme a Marco Predari (500×100) e Giorgio Tartaro, giornalista che ha seguito le precedenti edizioni, cogliendo l’invisibilità, non solo dei Mediterranei, ma anche dei viaggi.

IL NEUROIMAGING DI GIORGIO TARTARO PER MEDITERRANEI INVISIBILI

Facciamo un gioco.
Un video gioco. 
Anzi, un gioco per immagini.
Per rendere visibile il Mediterraneo invisibile, anche nella sua formula plurale, possiamo immaginare il rimbalzo di una palla. Magari da basket. Immaginando il rumore in una palestra vuota.
Essendo un portatore, spero sano, di Mediterranei invisibili interni, da laghèe amante del mare, immagino questa palla rimbalzare dall’epica greca e latina alle recenti immagini di un Mediterraneo rovesciato di 90 gradi, irriconoscibile e affascinante autostrada del futuro.
Dai fasti fenici e romani alle Repubbliche Marinare, dalla frammentata storia del bio-diversissimo Stivale, alla tormentata Unità d’Italia, dai tempi del troppo governo a quelli del non governo…
Incredibile pensare che, a parte scempi e rivoluzioni agricole, artigiane, industriali, molte, moltissime cose, per fortuna, hanno resistito.
Per esempio, la voglia della scoperta che così come nel paesaggi marini per arrivare a quelli interni, prealpini e montani, manifesta agnizioni esemplari.
Tradizione, voglia del recupero, fatica, impegno, attaccamento, persone, identità.
Gli enciclopedisti lavorano su queste dinamiche e restituiscono splendori. 
Il fatto è che Mediterranei invisibili rimbalza molto in alto. Elegge Virgilio 4.0 e identifica chirurgicamente eroi del contemporaneo eterodossi, che lottano contro la comune opinione dell’ovvio, che ricercano, progettano, studiano, coinvolgono, relazionano… Insomma, come direbbero i miei figli, si sbattono un casino. 
No, non è solo figo e pittoresco, è etico e fulgido modo di esserci nel tempo quello di raccontare Mediterranei Invisibili. 
Quelli che alcuni sanno e nascondono, quelli che molti anelano e non trovano, quelli che a volte, per una botta di fortuna, ci tocca di incontrare.
E poi son drammi. Perché sono belle canzoni, refrain, sinestetiche dipendenze che non se ne esce.
Il viaggio è guardare con nuovi occhi… Nuovi suoni, profumi, energie, sensazioni, amici, aneddoti… Insomma. Uomini. Donne e uomini che, fuori dall’uniforme della formalità, gioiscono nel raccontare, raccogliere, donare.
Mediterranei Invisibili, per me, sono tutto ciò che esula dall’individuale, dall’egoismo, dall’idea di affermazione e posizione sociale.
Una volta Cassius Clay iniziò un discorso in pubblico. Pare che non sapesse bene che dire. 
Pare che a un certo punto disse: “Io, noi”.
Poi rettificò, pare, il “Me, We” pronunziato ad Harward nel 1965 in “Me, Whee”. Un evviva me, o meglio “Io? Evviva”! Forse suggerito dallo staff e dalle circostanze.
Preferisco personalmente la prima versione.
Che è poi il mio punto di vista sui Mediterranei Invisibili, visto dalla caleidoscopica postazione dei Mediterranei Interni, è forse, a pieno titolo e buon diritto, un “Io, noi”.
A-Mare Nostrum.

SI PUÒ RIPARTIRE DAL SUD DI MARCO PREDARI

“Mediterranei Invisibili fa parte del progetto complessivo di 500×100, nato cinque anni fa con l’obiettivo di indagare attraverso il dialogo percorsi di architettura costruita e pensata, e che si è progressivamente potenziato e sviluppato dalla prima esperienza milanese al Salone del Mobile di Milano, posizionandosi in altri territori nazionali, Venezia, Roma, Pisa e il Sud.

È un impegno importante per un’azienda come Universal Selecta, realtà importante, vincitrice quest’anno del Compasso d’Oro per la categoria “Arredi e complementi per l’ufficio”, che sostiene il processo di crescita delle aree del Sud attraverso l’incontro e l’allineamento tra politica e architettura, anche con la piattaforma 500×100.

Come azienda condividiamo iniziative ricche di contenuti, in Puglia, Sicilia, Campania e riteniamo che tutto il Sud possa trasformarsi da area di sviluppo a territorio di validazione di esperienze efficaci.”

medinv-journal_calabria-19.jpg

LA CALABRIA È IN PERENNE MOVIMENTO MA, TALVOLTA, LA SUA ROTTA È SBAGLIATA. ABBANDONIAMO I VECCHI MODELLI DI PROCESSO E AFFRONTIAMO IL NOSTRO “FUTURO ARCAICO” con Salvatore Greco

Salvatore Greco, architetto e consigliere dell’Ordine di Reggio Calabria, rovescia lo schema precostituito della Calabria povera. La sua presunta povertà sta soltanto negli occhi di chi non sa vedere.

Calabria è ricchezza.”
Salvatore Greco apre con questa affermazione, subito rimuovendo, con decisione, uno dei tanti stereotipi che circondano la Calabria, la “regione povera”. È una narrazione bellissima quella di Greco, non indulge al sentimentalismo, ma svolge un’analisi rigorosa che deriva dall’osservazione e dalla memoria dei luoghi. Una visione alternata, da vicino e a distanza, che restituisce la più onesta e appassionata fotografia del Sud.
Aggiungiamo, permutando Franco Basaglia in chiave di territorio, “Visto da vicino, nessuno è normale”

La Calabria è ricca di percezioni. La sua morfologia particolarissima è già di per sé ricchezza.
È una regione montuosa, fatta di montagne che si guardano dai mari (dallo Ionio e dal Tirreno) e lo spazio fisico tra le coste e l’Aspromonte è ricco di mille storie.
Ottocento chilometri di costa, la cultura e la cucina pastorale … altre narrazioni e ricchezza.
Altra ricchezza, il non finito calabrese, le armature dei pilastri che sbucano dai solai, volumi sgraziati che spuntano, promesse non mantenute di case e dietro ogni casa c’è una storia sociale ed è questa la ricchezza.
Ricchezza ancora, quella del tempo sospeso che sembra interrompersi e poi riprende.
Ricchezza triste, ma comunque ricchezza, quella delle terre abbandonate per necessità economiche, per i dissesti idrogeologici, i terremoti, le alluvioni.
Ricchezza, i paesi fantasma, in cui esiste solo il tempo passato, il presente e il futuro sono solo illusorie intenzioni. Il borgo dell’Amendolea e la sua fiumara, il Cretto di Burri a Gibellina Vecchia che racconta non quello che esisteva, ma la sua scomparsa, gli esiti del terremoto.
La ricchezza linguistica dell’area grecanica (non certo una minoranza, parola che stride e ne contraddice l’incanto e il fascino).
Di nuovo il tempo sospeso.
Tutto questo è ricchezza.

Fotografia di Stefano Anzini.


Poi si entra nel merito di come usare e investire questo valore straordinario.
Una prima riflessione è che alcune di queste situazioni si sono conservate proprio perché sono rimaste inaccessibili.
E se, sicuramente, l’invisibilità, l’inaccessibilità possono avere accezione negativa, io credo che sia da preferire una forma di protezione estrema a interventi sbagliati o soluzioni di recupero che rendono i borghi simili a una riserva indiana.
Questo significherebbe perdere ricchezza, non guadagnarne dare spazio a un consumo che svuota, un usa e getta dei luoghi
Il cambiamento, “il progresso” anche quello più aggressivo, è arrivato in Calabria filtrato dal carattere ambientale, dalla geografia, qualche volta ostile, e ha fatto meno danni che in altre regioni.
Dobbiamo favorire un turismo delicato, non oltraggioso e arrogante.
Il paesaggio trasformato in panorama da cartolina si allinea a una indifferenziata moltitudine di paesaggi-cartolina.
Il pericolo è che la ricchezza dei valori si trasformi solo in transitoria capacità d’acquisto. E poi si perda per sempre.

Si può conciliare l’autenticità del territorio calabrese in chiave europea? La provocazione che stiamo lanciando, con Mediterranei Invisibili, è quella di Far ripartire il Paese (e anche l’Europa) dal Sud del Mediterraneo.
Non si tratta di posizioni distinte, ma di obiettivi condivisi nel rispetto dell’identità.
In Calabria non c’è una contrapposizione forte tra campagna e città, la nostra ricchezza viene dal mondo rurale e può essere interpretata e potenziata in chiave europea. Noi siamo città, borghi e comunità, dobbiamo rilanciare la visione del mondo dentro e attraverso le comunità.
Per questo penso che sia necessaria un’attenzione chirurgica su come orientare il turismo.
E dobbiamo farlo noi calabresi.
Molte cose ci sono “cadute dall’alto”, ad esempio gli investimenti in un’industria siderurgica, nonostante fosse ormai in crisi (con Taranto come competitor già in affanno). Il porto di Gioia Tauro ha poi avuto la capacità di trasformarsi in un hub di transhipment, generando, però, poco indotto locale. Il porto, infatti è una Zes – zona economica speciale – questo significa che si produce e si trasforma e nel porto stesso avviene lo scambio. La mancanza di adeguate strutture su ferro, scali ferroviari, ostacola il processo di un potenziale indotto.

Fotografia di Stefano Anzini.


Noi dobbiamo semplicemente tornare a essere quello che siamo stati, senza anacronistiche prese di posizione, in un’ottica di cambiamento reale.
La Calabria è in movimento perenne, ma spesso la rotta che intraprende è sbagliata.
Parliamo tanto di conservazione, dell’architettura, del paesaggio, dei luoghi. Ma luoghi e paesaggio vivono della loro trasformazione. Banalizzare i concetti a mettere etichette, prima quella della sostenibilità, ora quella della resilienza, fingere di non capire cosa significhi una mutazione reale, sovrapponendo modelli inadeguati alle comunità, ecco questo è prendere una direzione sbagliata.


In Calabria ci sono due albe e due tramonti, il sole sorge sullo Ionio e sul Tirreno, l’acqua è fatta dai due mari e dalle fiumare. È la geografia che fa la storia.
È da qui si parte. La politica, che è una componente fondamentale per avviare i processi d’architettura, deve disancorarsi dai modelli che non funzionano e accogliere la capacità di rigenerazione che possiedono i territori.
Nik Spatari, artista internazionale, morto di recente, fondatore del Musaba, Parco d’arte di Mammola, parlava del “futuro arcaico” della Calabria, un’affermazione poco visionaria e molto legata alla realtà.
auguro una maggiore fortuna a questa mia, e nostra, Calabria ultramediterranea”.
Insieme a Nik Spatari.


medinv-journal_calabria-27.jpg

UN GIGANTE CHE GUARDA VERSO IL MARE E LA PIANA ALLE SUE SPALLE: GIOIA TAURO, UN LUOGO UNICO TAGLIATO IN DUE, RAPPRESENTAZIONE E DESTINO DI UN SUD FATTO DI ILLOGICHE SEPARATEZZE. CHE L’ARCHITETTURA PUÒ CAMBIARE con Giovanni Multari

Giovanni Multari, architetto, docente alla Federico II di Napoli, pensa che la rigenerazione sia un programma da attuare a piccoli passi, ricorrendo a soluzioni alternative: non si fa il Ponte? riqualifichiamo – subito – Villa San Giovanni. Non funziona l’industria? puntiamo tutto sull’agri “cultura”.

Mediterranei Invisibili è dialogo, confronto, indagine. È viaggio e rivelazione dell’invisibile di Sicilia e Calabria. È tutto questo, ma è soprattutto un modo per riconoscere e riaffermare l’identità forte di luoghi timidi, che cercano una sincronia sostenibile con il tempo corrente.
Il Mediterraneo è un tema vasto che appartiene a molte culture, segnato da differenti geografie, accomunato da aspetti “invisibili”, contraddizioni e armonie.
Il Mediterraneo dello Stretto è un luogo celato e schivo, nonostante sia ancora un grande crocevia e un polo transnazionale.
Nel cuore di questo Mediterraneo, del Sud, Rosarno, la piana e il porto di Gioia Tauro sono un’incredibile aggregazione di magistrali eufonie visive e olfattive e, insieme, di disarmonie stridenti e di affanni urbani.
Gioia Tauro è un centro geometrico, ma anche un generatore di significati economici e politici. Luogo di mancate strategie e di occasioni perdute.
Il porto di Gioia Tauro è un gigante rivolto solo verso il mare, volta le spalle alla terra, perché genera poco indotto, è autosufficiente nella funzione e nell’organizzazione ed è più incline a guardare verso il canale di Suez o verso Gibilterra che verso la sua piana.
Allargando lo sguardo intorno, subito emergono le ricchezze di luoghi straordinari, quelli che sempre hanno alimentato la Calabria. Un mondo prevalentemente agricolo, che il contesto ambientale calabrese rende fertile per una evoluzione che si può contaminare positivamente con l’architettura.


In Calabria e in tutto il Sud l’architettura assume il senso di cura del territorio e delle comunità, diventa agri-cultura
Dobbiamo spendere le tradizioni che abbiamo, valorizzarle e farle conoscere: le ultime vicende pandemiche hanno confermato la capacità calabrese di essere un incredibile bacino di energie ed evidenziato che la regione può essere autosufficiente.
La difficoltà infrastrutturale ancora esiste, ma stiamo lavorando, a piccoli passi: per esempio le nostre montagne non sono più inaccessibili, il CAI (Club Alpino Italiano) ha tracciato la maggior parte dei sentieri e aperto la via di un turismo appassionato, rispettoso dei luoghi.
E in queste nostre montagne sono incastonati luoghi solo parzialmente antropizzati che rivelano un patrimonio autentico di cultura e tradizioni. È una realtà monumentale unica, quella della catena silana, che fa il contrappunto con la costa, elemento di soglia del Mediterraneo, dove la progettualità si orienta ai temi necessari dell’ecologia e dell’ambiente.
In quest’estate strana, prima fase di convivenza con il coronavirus, la Calabria ha avuto un momento di grande riscatto, vissuta in ogni sua parte, visitata da turisti di tutta l’Italia e frequentata anche da qualche presenza europea.
Un segnale di attenzione, di apprezzamento, un primo passo per prendere – di diritto – posto in una geografia europea, anche attraverso il turismo.

Fotografia di Stefano Anzini.


Si parte dal turismo per arrivare dove?
I processi di rigenerazione urbana non sono fatti solo di grandi trasformazioni. Alle opere imponenti (complesse e difficili da mettere a punto) si affianca un lavoro piccolo e costante che penetri anche nelle propaggini territoriali meno visibili e che apra canali di comunicazione culturale e fisica sconosciuti.
Abbiamo un lavoro infrastrutturale già fatto, che funziona e che va messo a sistema con quello che ancora manca.
La dorsale ionica soffre di più, ma quella tirrenica è molto dinamica e anche da queste differenti velocità dei luoghi emerge una bellezza inconsueta, la consapevolezza di una diacronia che genera evoluzioni positive dalla contraddizione: Paola, Crotone, Lamezia, Catanzaro, Reggio …
Esistono delle condizioni territoriali che si possono migliorare senza che siano necessarie grandi trasformazioni, rigenerando dal basso e coinvolgendo le comunità e i cittadini.

Footografia di Stefano Anzini.


Facciamo un passo indietro, come convivono le diverse anime del medesimo territorio?
A volte sono separate, a volte si intersecano.
Il porto di Gioia Tauro andrebbe meglio connesso con la piana.
E se la miglior industria della Calabria è l’agricoltura, il sistema agricolo deve essere messo in evidenza e valorizzato a partire dalle coltivazioni fino alla silvicultura, considerando che creano un indotto economico importante, con un export attivo in tutto l’Europa.
Ma soprattutto, proprio per conciliare le diverse anime, non fermiamoci mai e procediamo a piccoli passi: non si fa il Ponte sullo Stretto? riqualifichiamo Villa San Giovanni, attrezziamolo come luogo di transito, immaginiamo una grande darsena e replichiamo il medesimo programma a Messina, per dare efficienza ai due approdi.
Prima di pensare a nuovi progetti, facciamo una ricognizione sull’esistente, sui luoghi abbandonati e sui cantieri non finiti.
Creiamo un tavolo di persone che vivono le comunità, non ci servono le soluzioni prefabbricate e somministrate dall’alto.
Coinvolgiamo una rete di imprese sul territorio, affrancandoci da un sistema governato da una politica di favori che ha rovinato l’Italia tutta e in particolare il Sud.

medinv-journal_calabria-8.jpg

IL GAP INFRASTRUTTURALE GENERA GAP CULTURALE. LA NARRAZIONE PROGETTUALE SI FERMA, LA PROSPETTIVA SI CHIUDE. LA CONNESSIONE -TRA CALABRIA E SICILIA, TRA COSTA IONICA E COSTA TIRRENICA – È L’ UNICA VIA PER OLTREPASSARE IL LIMITE con Francesco Messina

Francesco Messina, architetto, docente a contratto all’Università d Ferrara, affronta il concetto di “limite”: della politica culturale, di quella ambientale e di un’attitudine all’auto-limite che impedisce il grande cambiamento allo spazio straordinario tra Sicilia e Calabria.

Mediterranei invisibili è una narrazione che consente di scoprire territori che, diversamente, resterebbero sottotraccia. E soprattutto è una prova di “esistenza in vita”, perché senza la conoscenza, il racconto, la rappresentazione, i luoghi e i paesaggi non esisterebbero fuori dai loro confini fisici. I Viaggi sullo Stretto hanno il merito di andare oltre il limite dell’invisibilità.
Il limite è il vero grave problema dei nostri luoghi: lo Stretto di Messina ha una specificità geografica e politica, punto di tensione tra il territorio italiano isola e terraferma, una grande piazza d’acqua dove la distanza tra le due sponde è “dialetticamente“ variabile. Il Viaggio è una sincrasi tra queste culture – siciliana e calabrese – che trovano nello Stretto una loro forma unica di sintesi e di energia propulsiva ed è qualcosa che riguarda tutto il meridione italiano.
Si svelano paesaggi, si identificano luoghi e si amplifica la loro conoscenza allargandola a tutta la collettività locale, all’Italia, in una espansione globale in cui, finalmente, si abbatte il limite.
L’invisibilità è un limite legato alla difficoltà del collegamento fisico tra i luoghi, che si alimenta e si perpetua per il freno imposto dalla cultura della conservazione che si mescola, in una distorsione cognitiva, a certe politiche ambientali.
Così, un limite geografico si trasforma in un grande limite politico che disincentiva i progetti di sviluppo e favorisce l’abbandono di territori circondati da muri mentali sempre più alti.
Mancano tutti i livelli di infrastrutturazione a partire da quello fisico, e non mi sto riferendo a ingegnerie eccezionali, ponti e viadotti, ma anche alle semplici strade.
In Sicilia la sensibilità è maggiore, in Calabria le due coste, quella ionica e quella tirrenica non si parlano.
Il rilancio della Calabria passa da questi nodi di connessione tra est e ovest e tra l’interno, le montagne e le coste.
L’architettura deve intersecare il progetto infrastrutturale, agendo sul territorio per far emergere il suo valore e per trasformarlo in volano per i flussi turistici.

Fotografia di Stefano Anzini


Il turismo è un elemento chiave per luoghi con delle peculiarità ambientali uniche. Ma l’architettura ha il dovere di rivolgere lo sguardo sul quotidiano del territorio …
La strategia di un Paese può essere coordinata dall’architettura che mette insieme, in una visione complessiva, la rigenerazione dei luoghi senza prevaricare funzioni a discapito di altre, senza creare “vocazioni” uniche.
La Calabria, particolarmente, deve ripartire dall’architettura perché è densa di contraddizioni, è stata violentata dall’abusivismo che si è perpetuato, impunito, per anni.
L’architettura riconosce la bellezza ovunque, anche dove l’occhio “laico” vede solamente brutto e il progetto è il miglior strumento di riscatto.
Il riscatto, la rigenerazione si auto-alimentano, costruendo luoghi della socialità, luoghi pubblici e fruibili. Ed è proprio quello di non avere luoghi in cui ritrovarsi, confrontarsi, orientarsi, un altro grave limite per le comunità. Da parte della politica centrale c’è una totale disattenzione alle reali esigenze e anche la politica locale fatica a comprendere le priorità.


I processi decisionali e operativi sembrano più lenti al Sud che altrove. È un tempo diverso quello che si vive in Calabria e in Sicilia?
In controtendenza, prendo le distanze con il luogo comune sul tempo lento del Sud : a Sud e a Nord il tempo è uguale. La differenza è che al Sud il Tempo si dilata per sedimentare e metabolizzare. Nello spazio unico tra Sicilia e Calabria non esiste il tempo “usa e getta”, il tempo di consumo che non lascia traccia di riflessione e crescita. Al Sud, il Tempo lascia sempre qualcosa.

Fotografia di Stefano Anzini
medinv-journal_calabria-25.jpg

BORGHI E PAESAGGI PARLANO DI CALABRIA. MA SONO L’IMMATERIALITÀ E LA SOSPENSIONE LA SUA PERFETTA EPIFANIA NARRATIVA con Michelangelo Pugliese

Inaspettate le considerazioni di Michelangelo Pugliese, architetto e paesaggista, docente alla Federico II di Napoli: la mutazione come elemento stabile del paesaggio e la ricerca della bellezza ovunque, anche “nel brutto”

Il Sud è territorio?
Michelangelo Pugliese non ama molto la parola territorio, afferma che evoca “un sapore anni Settanta” e una dimensione “urbanistica”. Preferisce usare “paesaggio”. Perché?

Il paesaggio partecipa a una dimensione diversa rispetto a quella del territorio, con le medesime componenti, fa perno su una comprensione empatica e senza necessità di mediazione linguistica. 
Sul piano del significato, il paesaggio è un sistema di relazioni tra uomo e natura e contiene in sé il termine progetto.
La relazione tra questi tre elementi è in evoluzione continua e questo mette subito in evidenza come l’espressione “restauro del paesaggio” sia una contraddizione in termini.
La mutazione è il carattere primo del paesaggio.
La Calabria è paesaggio che non si può banalizzare con declinazioni opportunistiche legate ai luoghi, ai borghi, alle coste o alle montagne.
Cominciando dai borghi, non stiamo parlando di situazioni idilliache come la parola pare richiamare indipendentemente dai contesti.
In Calabria non c’è un grande desiderio di tornare ai borghi, è più che altro – questa – una distorsione mediatica o un esercizio di equilibrismo tra architettura e marketing.
Spesso i borghi non sono solo luoghi abbandonati, ma anche devastati da un’edilizia impietosamente brutta. Oltraggi compiuti e, purtroppo, sedimentati nel tempo.
La complessità della loro rilettura coinvolge anche il tema di un abitare che la contemporaneità ha profondamente modificato.
Il tema di progetto, come ben insegnano le scuole di architettura spagnole, non è unico, ma si dichiara e si modula diversamente, a seconda dei luoghi e delle situazioni.
Dunque, è diverso, oggi, abitare in un borgo o in piccolo centro. Le azioni da produrre devono essere adeguate e coerenti con la dimensione storica, il passato prossimo e la prospettiva futura.
Sicuramente l’unica cosa che non si può fare è tornare e basta. Come se il ritorno al borgo avesse un valore lenitivo dell’oltraggio e taumaturgico di per sé.
Se l’abitare è mutato e il cambiamento va sostenuto con azioni progettuali, con la stessa attenzione è necessario non banalizzare il processo di attualizzazione, né trasformare l’intervento in un’azione da salotto. Un esempio di buon progetto è quello di Favara Cultur Farm, vicino ad Agrigento, che ha messo in valore culturale un luogo degradato e abbandonato.

Fotografia di Stefano Anzini.


L’esempio di Favara è notevole, ma il punto di partenza aveva dei vantaggi, i cortili moreschi nel centro storico di Favara, la prossimità ad Agrigento …  

I borghi da recuperare non partono tutti dalle medesime condizioni di affascinante abbandono e degrado avvolto dai rovi che celano straordinaria bellezza.
L’intensità di un’anima sospesa esiste, tuttavia, in tutti i centri che sono stati un tempo abitati, un’anima nascosta, talvolta molto nascosta dal “brutto”.
Credo anche che sia un vantaggio lavorare sui luoghi in cui la bellezza è più celata. La ricerca si può affrancare dai vincoli della Sovrintendenza, ma soprattutto da certi approcci culturali che non ammettono il nuovo, né prendono in considerazione l’imprevedibilità di un pensiero progettuale modulato sul paesaggio e sulle comunità.


Il nostro progetto, Mediterranei Invisibili, ha il merito unico di svelare il bello dietro il brutto, di non temere di incontrare visioni più vicine a uno scenario di desolazione che al bosco della Bella Addormentata.
Tutto questo è l’autentico Sud di oggi, Sud che convive con il brutto, che, a sua volta, convive con paesaggi meravigliosi, lingue di mare e di luce.
È la realtà del Sud, anch’essa da valorizzare e dalla quale non si può prescindere, perché è in questa realtà che vivono le comunità, memoria del passato ed energia per il futuro, vera forza del Sud.
È la dimensione immateriale che filtra la bellezza dei paesaggi e dei borghi e che rende tutto più chiaro e leggibile, una visione che esce dallo stereotipo della cartolina.
Il lavoro per l’architetto diventa più difficile perché è un impegno di ricostruzione dell’immateriale dei territori, soffocato da etichette e prospettive che ne hanno stravolto l’anima.


In questo bilanciamento di necessità e di desideri, un ruolo essenziale gioca il Tempo.
È diverso il tempo al Sud, ma non è più lento, come spesso si usa dire. È un tempo non lineare che vive di compressioni e dilazioni, in alcuni momenti si introietta rapidamente e in altri si decanta: le azioni si combinano nell’equilibrio di questi tempi dal quale si genera l’azione progettuale.
Particolarmente oggi è importante che l’architettura scenda dal podio, sia coraggiosa, assuma rischi, ammettendo anche la possibilità dell’errore.

Fotografia di Stefano Anzini.

medinv-journal_calabria-9.jpg

IL PONTE SULLO STRETTO E IL MUSEO DEL MARE DELL’HADID POTREBBERO TRASFORMARE IL MERIDIONE ITALIANO IN UN DINAMICO SUD EUROPEO E IN PROPULSIVO NORD PER L’AFRICA E L’ORIENTE con Salvatore Vermiglio

Non è una provocazione quella di Salvatore Vermiglio, presidente dell’Ordine degli Architetti di Reggio Calabria: l’invisibile si rivela attraverso una strategia complessiva di affrancamento da modelli superati e logori. Il Sud, la Calabria sono effervescenti

L’emergente, seppure lento, processo di re-insediamento dell’architettura nel ruolo di leva urbana e sociale, di qualificazione delle comunità e di motore per la collettività è una straordinaria opportunità per il Paese tutto, per il nostro Sud e per sostenere, orientare, coadiuvare la politica nazionale e locale.
Le domande e le riflessioni risvegliate dalla pandemia hanno acceso, come prima reazione, i riflettori sui luoghi belli e invisibili dell’Italia.
Per portare i nostri luoghi alla godibilità, architettura e politica devono lavorare insieme e in fretta: se non ci sono le strade – le infrastrutture! – non si raggiungono i luoghi invisibili.

Costruire il ponte sullo stretto o il tunnel sotto lo stretto, (permutabili nel significato di connessione, non certo per architettura, ingegneria e impatto) è una scelta importante per aprire al mondo e all’Italia un territorio chiuso che sicuramente si trasformerebbe profondamente, muterebbe equilibri geografici, ambientali, socio-economico.
Qualcosa si perderebbe (molto?), ma molto si guadagnerebbe.
Il nostro Sud diventerebbe un Sud forte e con voce in capitolo sul piano economico e politico, nuovo baricentro tra Africa e Oriente ed Europa.
Un’innervazione infrastrutturale a servizio dell’ipotetico ponte attribuirebbe valore economico e svilupperebbe il potenziale culturale e turistico dei nostri luoghi.
L’architettura, fondamentale in questo processo, avrebbe il compito di governare una conurbazione protetta da contaminazioni fisiche (edilizie, urbanistiche e infrastrutturali) avvilenti.

Sintetizzando e semplificando, il punto è che se non si costruisce il ponte, non si fanno le infrastrutture, quelle fondamentali, intra regionali e di connessione a Roma e alle altre regioni.
L’urgenza del ponte e di un progetto coordinato e parallelo tra ponte e infrastrutture significa trasformare Sicilia e Calabria in Europa.
Arretrare dall’impegno di costruire il ponte, di contro, vuol dire restare fermi, ancorati a quella visione prefabbricata del Sud, negandone le potenzialità europee e mondiali.

Fotografia di Stefano Anzini.


Negare il ponte vuol dire restare invisibili.
L’invisibilità del territorio non è protezione della sua bellezza, ma danno per la sua valorizzazione e diffusione.
Un parallelo efficace, nella sua durezza e scomodità, è la contrapposizione tra espansione e contrazione. Il rischio di contrazione è altissimo e, in un contesto globale che tende all’espansione e all’integrazione, aumenta il pericolo di un’esclusione permanente dai processi di sviluppo.
Per agire vs contrazione è fondamentale orientare gli investimenti sulla scuola e sulle infrastrutture fisiche e digitali.
Lo spopolamento culturale e fisico è una forma grave di contrazione e la scuola, l’alfabetizzazione sui valori del territorio, l’unica possibilità di invertire la rotta dell’abbandono


Come si concilia la visione pragmatica e operativa con le posizioni di “indugio intellettuale e protettivo”, valorizzazione discreta, tempo lento?
La nostra, particolarmente quella della Calabria, è una invisibilità immeritata. Penso che portare ulteriore interesse sul territorio, anche con richiami forti, sia un punto nodale per ricondurre l’equilibrio tra quello che si vede, quello che è invisibile e ha senso rivelare, quello che può rimanere invisibile (parti di territorio delicate e uniche) e persino quello che non abbiamo voglia di guardare.
Il progetto di Zaha Hadid per il Museo del Mare di Reggio Calabria potrebbe essere un richiamo forte, al netto delle polemiche di ordine architettonico e culturale.
A questo proposito, come Ordine ci siamo impegnati per portare un contributo nel dibattito pubblico e abbiamo creato una sinergia con l’amministrazione reggina per la realizzazione del Museo del Mare.

Far emergere la ricchezza di Reggio Calabria, potenziare il sistema universitario che funga da polo attrattore per il Sud, ma anche per tutta l’Europa, vista l’indiscutibile unicità del nostro patrimonio, può funzionare, come è accaduto per altri centri, Ferrara, per esempio, anche come volano di rilancio urbano in chiave di città universitaria, contribuendo a invertire il processo di abbandono e di spopolamento.
In questa visione, i borghi, non più entità isolate nella loro unicità e bellezza, potrebbero usufruire di una rete a supporto delle loro immense potenzialità.
Un borgo non è un oggetto di consumo, non ha senso parlare di borghi, in modo indifferenziato, permutando la Toscana con la Liguria e la Liguria con la Calabria, ….
In molti dei nostri borghi non ci sono neppure le guardie mediche, ammesso che si riesca a raggiungerli. E neppure arriva la fibra, ammesso che si possa fare una spesa alimentare senza partire per spedizioni che impegnino un’intera giornata.

Qual è la traccia operativa da seguire?
Il primo passaggio è quello di abbandonare i campanilismi tra Sicilia e Calabria e lavorare insieme per portare sul tavolo del legislatore le priorità e i percorsi di intervento.
Rialziamo la testa, oggi dopo la Covid che ha avuto il merito, nella crudezza dei lutti, nella gravità della malattia e nel dramma economico che ha generato, di renderci consapevoli di quanto il Sud sia forte.
Per fare questo partiamo dall’architettura, assumiamola in un ruolo strategico di coordinamento. Non ci accontentiamo più.
Azzardiamo scelte difficili, mettiamo insieme architettura e infrastrutture, uniamo la costa ionica con quella tirrenica.
Pensiamo e agiamo senza pregiudizi, in modo libero.
Acceleriamo.