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NEI LUOGHI DEL SUD, MEMORIA E SGUARDO SONO IN RELAZIONE RECIPROCA, L’UNA RICORDA E L’ALTRO RIVELA. L’INVISIBILE DIVENTA SENTIMENTO ED EMOZIONE, NON PER SCOPRIRE, MA PER IMMAGINARE. IL PAESE DI PENTEDATTILO SECONDO SALVATORE GRECO

    

La storia del paese di Pentedattilo – pentedattilo significa cinque dita e il nome descrive il profilo delle rocce del monte Calvario sulla costa ionica della Calabria – finisce con il terremoto del 1783. O meglio il terremoto è l’inizio di un’agonia che terminerà con l’abbandono dei luoghi, inesorabile e inarrestabile, fino a lasciare, negli anni Sessanta del Novecento, un paese fantasma.  
Pentedattilo ha una storia antichissima, risale al 640 prima di Cristo, costruito dai Calcidesi e poi divenuto fortezza per controllare la fiumara di Sant’Elia, importante perchè era la via di passaggio verso l’Aspromonte.

Alla fine del dominio romano la via di passaggio non era più così essenziale all’equilibrio geo-politico. Il borgo passò di proprietà in proprietà fino a quando venne acquistato dalla famiglia dei marchesi Alberti nel 1686.
Tra i marchesi Alberti e gli Abenavoli, ex feudatari del borgo, un’accesa inimicizia condusse a una sanguinosa storia di delitti e carneficine, con il pretestuoso motivo di una rivalità amorosa.
È da qui nasce la cupa leggenda che predice che l’enorme mano di roccia delle cinque dita si abbatterà sugli uomini per punirli della loro sete di sangue. E poi nel 1783 il terremoto, il decadimento, il degrado. La fine.

La fine?
Pentedattilo è ancora un luogo suggestivo e ammaliante, per quello che la storia tramanda, ma soprattutto per l’invisibile, scomparso o celato.
Ne ha restituito il fascino Maurits Cornelis Escher, appassionato di Italia e di Mediterraneo, portando Pentedattilo nelle mostre itineranti in tutto il mondo.

M. C. Escher, Pentedattilo, Calabria, 1930, litografia. Collezione privata Italia.

Salvatore Greco ne traccia, con linguaggio visivo, pennellate di luoghi in forma di scrittura, in alcuni punti lieve come un acquarello, in altri duro come un’incisione e in altri ancora forte come un olio. Disvela non solo le parti celate, ma anche quelle che non esistono più e che non possono tornare se non in una visione in cui la memoria e l’immaginazione si mescolano ai colori e agli odori, all’asprezza del vento e al dolore per la perdita dell’identità.



IL PERIPLO DELLA ROCCA E LA PASTORA di Salvatore Greco

È passato poco tempo o tanti anni? Non lo so più, forse colpa di qualche pandemia.
Finalmente potevo scardinare quella cornice, ed entrare in quell’immagine metafisica, che a mo’ di reliquia capeggiava solenne nel salotto buono di casa e che mio padre ostentava orgoglioso agli ospiti forestieri. Solo in età matura avevo capito che si trattava della riproduzione di un’incisione di Maurits Cornelis Escher, ne fui compiaciuto, e non era quella né una visione fantastica né allucinata.
Finalmente sarei andato oltre l’icona, l’immagine bidimensionale, quella che conoscevo dalle lunghe letture e dalle logore pagine del web a bassa risoluzione, che negli anni avevo consultato per ritagliarmi il mio personale pezzo di calabresità, spero non in versione pittoresca.
Ebbi qualche attimo d’esitazione di fronte a quella scena, un istante dopo tirai fuori la mia vecchia macchina reflex dalla custodia e cominciai a scattare fotografie a ripetizione, su e giù caoticamente, per le rughe deserte e tra le rovine delle case aggrappate.
Pergole, porte spalancate, tramezzi di canne, intonaci sfogliati, sulle mura dalle tempere forti ormai sbiadite e stanche, scritte e disegni quasi primitivi, tetti consumati, edicole sacre, cisterne per l’acqua e piccoli giardini pensili, ma non ero un turista asiatico in visita celere in Italia, il tempo non mi mancava. Mi accolse il panoramico e panciuto muretto in calce della piccola piazzetta, adiacente alla chiesa, accesi la prima sigaretta, riposi la macchina fotografica e sedetti a riflettere. Due sedie rosse con tavolinetto in un incantevole spazio pubblico senza arredo urbano!!


Un impianto senza cardo o decumano semplicemente funzionale ai livelli degradanti dell’orografia del sito.
Entrai nella chiesa che per molti anni era stata abbandonata.
Lo scritto inciso su una lastra commemorativa, sormontata dallo stemma araldico degli Alberti, signori della rocca, documentava, dopo il rito greco, che il primo prelato ad officiare in lingua latina in questa chiesa era stato nel 1655 il Bovese, Don Domenico Toscano.

Dalla chiesa protopapale greca a quella arcipretale latina, un passaggio storico da commemorare? O un segnale di inarrestabile perdita di coscienza della propria identità!


Quel fortilizio naturale sembrava precipitarmi addosso e i buchi solcati dal tempo nella rossiccia parete arenaria, profondi occhi che mi fissavano, cambiando spesso espressione!
Quanta modestia in quel coagulo di viuzze, le case, una diversa dall’altra e tutto insieme in sintonia con il paesaggio. Abitazioni lacerate, avevano posseduto cose semplici, abitanti intenti al focolare, all’orto, al porco e alla chiesa, un minimalismo fatto di bisogni e non sollievo per un’inconscia eutanasia, rappresentazione mascherata da tendenza contemporanea, dove molte case stilizzate, senza odore di soffritto, sono abitate solo da zelanti collaboratrici domestiche.


I vecchi dimoranti si erano improvvisati mastri muratori, architetti e forse qualcosa di più!
Si erano fatte le dieci del mattino e il sole già faceva sentire i suoi benefici, avevo un appuntamento! Decisi allora per fare più in fretta di percorrere un altro sentiero, più breve e scoprire così il lato B di quell’isola di pietra tra la precoce dischiusa primavera. Mi incamminai lungo un viottolo solitario, lo sguardo pendolava continuamente tra lo sfondo a mare fino a incontrare la Sicilia, la costa messinese e ancora oltre, il vulcano di Schizzo, l’Etna sempre più vicino che con la sua cima innevata contrastava con quel primo piano di terra bruciata ricoperta a macchie di fichi d’india, agavi e finocchietto selvatico, la rupe sempre più incombente.
A un certo punto lasciai il percorso, mi aprì la via, alla ricerca di strani incontri, tra spighe che andavano dorandosi e i cardi pungenti e colorati, non si fecero attendere!

Un vecchio canto popolare calabrese intonava:

Iu fici vutu di fari ‘ncastellu,

cridendu ch’era iu lu castellanu.

Doppu chi lu fici artu e puru bellu,

la pinna mi pigghiaru di la manu.

Restai comu lu pitturi senza pennellu

comu lu notaru senza pinna a manu.

Una piccola abitazione abbandonata, col tetto piano calpestabile, un mandorlo a proiettarle ombra sul muro assolato, profondamente diversa da tutte quelle già incontrate con il classico tetto di coppi. Un volume moderno, una “white box” logorata dal tempo, immersa in un alto tappeto di colori spontanei, riflessi nel fascino silenzioso e primitivo di questo luogo, la presenza maestosa della rupe di sfondo, un altrove da tutto. Semplicemente simile a molte architetture tradizionali mediterranee, liberate dalla schiavitù della pianta in funzione del tetto.

Questo mi confortava e mi confermava ancora una volta la potenza del vicino e lontano, grande piccolo paesaggio, in grado di risolvere qualunque querelle stilistica.
Ripresi a camminare estasiato, mi persi senza paura, pensieri impalpabili all’ombra della roccia e scorsi da lontano una piccola edicola sacra, il sentiero lasciato doveva essere lì vicino.


Quasi senza accorgermene magicamente mi ritrovai nel luogo dell’appuntamento.
Rossella, la pastora, l’ultima abitante, l’etrusca custode della terra dei greci di Calabria era lì a aspettarmi, indaffarata nelle sue faccende. Poche parole, semplici, profonde e in dieci minuti mi raccontò la sua vita!
Ragazza, aveva lasciato la sua Viterbo per venire a vivere in questo paradiso di Calabria. Sacrifici e turbamenti le si leggevano nel volto sempre sorridente, sapienza strappata a questa terra ed emanava un intenso profumo di pane mentre mi parlava delle sue capre e dei suoi progetti. Più tardi ci ritrovammo seduti a tavola, pietanze semplici svelarono antichi rituali e andammo indietro nel tempo fino al ceppo greco. Mangiare a sazietà probabilmente per sfatare i tanti periodi contraddistinti da bisogni e stenti, attraversati nonostante tutto con fervente e decorosa dignità.


Un arrugginito cartello turistico narrava la già nota e sanguinosa vicenda accaduta la notte di Pasqua del 1686, Alberti e Abenavoli, Montecchi e Capuleti. Intorno a quegli anni, il primo abbandono, i contadini si spinsero verso la marina.
Impegnato nell’ascesa alla rocca ero io a creare quel paesaggio e chi sa quanti prima di me lo avevano fatto. Marcovaldo, sua moglie Domitilla con i quattro figli Michelino, Teresa, Pietruccio e Filippetto, mi aveva preceduto alla ricerca di aria buona.


Formaggio primosale e workaway, chiacchierammo per un tempo che mi sembrò non finire mai, prima di lasciarla con la promessa di nuovi incontri, mi diede indicazioni precisissime di paesaggio!
Avevo fatto il periplo del monolite!! Ancora in quel coagulo di viuzze, sedetti a riposare, il tempo di una meritata sigaretta e l’impulso mi portò subito dopo all’ascesa della rupe, circa duecento metri fino alla cima inaccessibile, passando quasi dentro il campanile maiolicato della chiesa dei SS. Apostoli Pietro e Paolo.
L’ultimo rudere della rocca portava incastonata sul portale una maschera apotropaica, pronta a scacciare gli spiriti cattivi, le anime maligne.


La conquista della rupe rappresentava un atto fondativo, di senso sia fisico che simbolico – trascendentale e avevo in mente quella magnifica testimonianza immortalata dal Petrarca nella famosa lettera del Monte Ventoso, uno dei pochi insegnamenti che mi era entrato indelebilmente nel cuore e nella mente. Orgoglio nostrano la conquista del Ventoso, anche quella del Pirata Nazionale, Marco il campionissimo coccolato e abbandonato.
Finalmente la vetta, tra i resti dell’ultimo castello, tutto sembrò essere annunciato e dal podio posto in alto, lo sguardo si perdeva fino alla marina, facendomi leggere le parti di quella fulgida composizione.
Una dimora del vento sfuggita ai cammini di Paolo Rumiz. Ero davanti all’ennesimo monocromo Guernica? Ma qui non c’era stata guerra civile! Catastrofiche alluvioni, terremoti e l’incuria dell’uomo avevano dipinto l’ennesimo arazzo. Tutti questi paralleli mi imponevano di guardare ad occhi aperti oltre il già detto e il visibile.


Mi arrampicai ancora più in alto e con un po’ di sforzo raggiunsi una stretta gola e la fatica fu ampiamente ripagata dalla vista, ero padrone incontrastato sui diruti tetti dell’abitato, il cimitero su l’altura vicina, l’imitazione del paese era lì a due passi.
Era quello un paesaggio compensativo, consolatorio, o un pensiero critico rispetto alla mia vita urbana?
In quella stessa scena vista da vicino, avevo toccato con mano l’altra faccia della medaglia: la fragilità ambientale, l’atavica cultura dell’emergenza, l’esatto “sfasciume pendulo” così ben sintetizzato da Giustino Fortunato.


Un’incontrollata azione antropica moderna aveva prodotto per fortuna in zone circoscritte, più danni di tutti quei già detti catastrofici eventi naturali. Terra ballerina, punto di convergenza di ben tre placche continentali, storicamente aveva condannato questa umanità. A completare l’opera, deriva sociale e urbana, anime nere, profanazione, forti contraddizioni, memoria senza spessore, deserto dei tartari!
Di ruderi di pietra e monumenti, l’Italia non n’è avara, ma qui lo sfondo non è contorno, palcoscenico conservato, il cielo, gli odori del vento, i colori dell’esuberante vegetazione delle specie endemiche erano un’esplosione di colori e di profumi.


Guarivano l’anima, le diverse specie di piante grasse, esemplari unici la Centaurea e le Allium pentadactyli.
Il vallone delle orchidee, che pur avevo già attraversato distrattamente, vignetta senza parole! 
La fiumara di Annà e quella di S. Elia, circoscrivevano la rocca in un abbraccio erosivo, disegnando coni prospettici che dalla marina si perdevano fino alle pendici dell’Aspromonte.


Avevo finalmente l’opportunità di praticare il silenzio, un assordante silenzio, la solitudine, senza essere costretto a obliterare nessun biglietto.
La solitudine si dice sia prerogativa esclusiva dei sovrani. Cento, mille sovrani abitavano quel paesaggio, io non ero stato solo, occhi verdi invisibili mi avevano accompagnato!!!
Paragonare questo silenzio verticale e rumoroso, con l’altro subdolo e invisibile dei giorni festivi in città, mi metteva ansia, si era fatto obbligo, poesia e dramma.
Non riuscivo più a fotografare.


Cominciarono davanti a quell’impressione a martellare, le vecchie discussioni universitarie del gruppo Ibrido e gli insegnamenti di Franco, il maestro capitolino dai capelli bianchi, mentore silente e tuonante nel descrivere il carattere calabrese!
“Un’intelligenza lucida che convive con un sentimento coraggioso ma anarchico, fortemente individuale, velato di pessimismo e di malinconia…. Tutto il paesaggio calabrese ha un grande respiro, anche quando fallisce”.


Ora, i compagni di viaggio di Mediterranei Invisibili erano più vicini di quanto potessi pensare! Ebbi perfino l’impressione di vedere Ernesto correre nel sentiero poco più a valle, Mario, Stefano e Massimiliano impegnati in avanscoperta con i treppiedi sulle spalle, mentre gli altri e il capitano seduti a discutere all’ombra di una pergola panoramica.


Intanto il sole cominciava a tramontarmi alle spalle, cosa per me inusuale, e il buio trascendeva nella mia immaginazione, impedendomi di augurare a questa terra di divenire scenografia di un grande palcoscenico per un’industria panoramica e turistica, dove i veri valori e significati potessero venire alterati e banalizzati.
Economia di mercato; attrarre investitori, nuovi ricchi, magari dall’estero, l’obiettivo prioritario; ma non eravamo forse noi i primi investitori? E i progetti condivisi?
Lontani i tempi in cui Totò e Peppino vendevano la fontana di Trevi all’ignaro sig.Caciocavallo.
Quanti bei retini colorati, accomunati da uno scadente “copia e incolla” per una svendita immobiliare di ammuffite metropoli di cartone.
Nella dendrocronologia urbana, dentro gli ultimi anelli periferici da rammendare, tanti avevano già letto il grigio presagio di una modernità non finita, annunciata nelle urbane nature morte e metafisiche di Sironi Mario, futurista!


La notte del 16 aprile 1686, importante sicuramente per questa scena, ma anche questa notte in arrivo lo era, insieme a tutti i frantumi di un’auspicata ri-generazione antropologica, tanto fisica che spirituale.
I festival, le associazioni, linfa vitale per un corpo sofferente, vero è che in questa terra tutto è raccontato come lento “come alle estremità di un organismo” scriveva Saverio Strati, ma a volte questo può essere un valore. C’è da dare fiato al singolo con un’attinente logica contestuale, in un riverbero corale, dall’arcaico al post-moderno, un “effetto farfalla”, liberandosi da vecchi sistemi che avevano creato nocivi “parassiti di paesaggio”.
Non mi fu difficile immaginare da lassù il borgo del tempo passato, memorie trapiantate i racconti dell’etrusca pastora. Zoccoli di cavalli, notabili panciuti, creature scalze, carri rumorosi, eco di voci lontane, suoni di ceramelle, tintinni di campanacci, muri di ricotta, uomini e bestie nello stesso catoio, vociare di ambulanti, parroco trino, maestro e dottore, giorni senza lustru, fumi di pane, eremi, fuochi propiziatori, processioni di santi, riti di fondazione, cultura taciuta, fiumare terapeutiche e distruttrici, tutto scorreva velocemente come i titoli di coda di un film appena visto.


Erano passate diverse ore e attendevo immobile il lento tramonto sugli aspri monti, di spalle e in controluce, affacciato verso la costa, a un tratto pensai di essere il “Viandante”, manifesto della pittura più romantica.
Vaneggiavo?
I limiti della nebbia umana erano ora a confronto con la grandiosità della natura.
Senza pausa di fiato, sentimenti soggettivi facevano a pugni con sensazioni oggettive.
Cercavo spiegazioni, o era semplicemente l’ebbrezza della solitudine?
Perdonate, scusate le tante citazioni lungo questo impervio cammino, credetemi ne sfoggio, né vanità, ma stampelle, ancore sicure, per un lungo e faticoso itinerario morale autodidattico, che mi stavano insegnando come inserire la freccia di sorpasso e dire di no, prima di tutto a me stesso.
Prima di rientrare, mi accorsi di non essere stato solo, una piccola lucertola era stata gran parte del tempo immobile a farmi compagnia in una sorta di estasi contemplativa, la salutai e gli diedi appuntamento alla prossima volta.  

Servizio fotografico di Salvatore Greco

Il Viandante sul mare di nebbia. Olio su tela di Caspar David Friedrich, 1818.




Dettagli allegato 200919_Mediterranei-Invisibili_∏Stefano-Anzini Ponte sullo Stretto

IL SUD DEVE COMPRENDERE SE STESSO E LE SUE VOCAZIONI. E L’ITALIA TUTTA DEVE RENDERSI CONTO CHE SENZA UN SUD FORTE CONTINUERÀ A SEGNARE IL PASSO: È UNA QUESTIONE DI GEOPOLITICA con Laura Pavia

Laura Pavia, architetto e docente a contratto all’Università della Basilicata è una delle anime del progetto Rigenerare a Sud/Rigenerare il Sud e ha le idee chiare sulle vie da intraprendere per trasformare il Meridione in un centro propulsivo per l’economia. La sua visione è lucida e rovescia la prospettiva: il Paese riparte solo se riparte il Sud.

Non scherziamo sull’argomento infrastrutture: sono necessarie, non c’è un’alternativa possibile pena la recessione e la stagnazione. E serve il Ponte sullo Stretto.
Un esordio deciso quello di Laura che ha partecipato per la prima volta a Mediterranei Invisibili quest’anno.

Laura Pavia con Alfonso Femia in Mediterranei Invisibili – Viaggio nello Stretto III, talk del 19 settembre 2020. Fotografia di Stefano Anzini.


Ci sono, al Sud, regioni con sofferenze infrastrutturali acute e regioni che stanno un po’ meglio, grazie anche alla loro collocazione geografica ma, al di là dei casi specifici, costruire le connessioni fisiche necessarie, salvaguardando gli aspetti ambientali e paesaggistici, è fondamentale per lo sviluppo. Non attivarsi in tal senso esprime solo la volontà negativa di tenere il meridione sempre un passo indietro.
Dissesto idrogeologico, complessità morfologiche del territorio sono ostacoli superabili: l’Italia ha i migliori ingegneri e le migliori tecnologie, tanto che esporta questa cultura tecnica in tutto il mondo dai primi anni del secolo scorso e ha contribuito a costruire ponti, dighe e strade nelle situazioni geografiche più improbabili.
Ora avremmo a disposizione anche i soldi del Recovery Fund.
Eppure, si continua a procrastinare, prima di tutto sul tema del Ponte. Il Governo, nella figura dell’attuale Ministro per il Sud e per la coesione territoriale, Giuseppe Provenzano, si è espresso chiaramente “Il ponte non è finanziabile e i tempi sono incompatibili con quelli del Recovery Fund”.
Provenzano sostiene che le priorità siano altre, per esempio l’Alta Velocità per la Calabria e la Sicilia, che potrebbero garantire una mobilità quotidiana dignitosa ai cittadini. 
Ma stiamo parlando di tre chilometri di ponte: non costruirlo, nel 2020, significa tenere il Sud un passo indietro.
E l’Italia ferma.


Il Ponte non serve (solo) a collegare la Sicilia con l’Italia. Bisogna allargare lo sguardo: per esempio, chi continua ad avvantaggiarsi delle lacune infrastrutturali del nostro meridione è il porto di Rotterdam. Va detto che c’è anche un triste aspetto campanilistico nazionale, Genova e Trieste non vogliono perdere primati e potere economico sulla piazza europea. Abbiamo la possibilità di riattribuire alla Sicilia (e all’Italia) il ruolo di vera frontiera del Mediterraneo, considerando anche la stretta correlazione con il Canale di Sicilia (che gli inglesi chiamano sbrigativamente Stretto di Sicilia) tra Italia e nord-Africa, sensibilissima zona su diversi fronti: militare, commerciale ed economico per le connessioni energetiche e digitali.
Continuare a leggere il valore del Ponte sullo Stretto di Messina esclusivamente come passaggio tra Calabria e Sicilia rivela una grave miopia geopolitica.
Il Mediterraneo della Sicilia non è neppure un tema solo europeo, ma internazionale, mai così importante come in questo momento storico: riprendendo un’affermazione dell’ammiraglio Mario Rino Me, in un articolo di Limes, Africa e medio-Oriente, i commerci cinesi e le manovre russe “materializzano nel Mare Nostrum una competizione fra imperi simile al Great Game ottocentesco fra Mosca e Londra”.
Questo per chiarire che la domanda giusta da porsi non è se costruire il Ponte, ma come farlo nel tempo più veloce possibile.


Poi ci sono altre considerazioni, ad ambito più circoscritto, nazionale ed europeo: per esempio, l’alta velocità finisce praticamente a Roma (Napoli); c’è un tratto della linea adriatica ferroviaria, tra Termoli e Lesina, che è ancora a binario unico, dai tempi di Vittorio Emanuele II.
Da Bari a Reggio Calabria il tempo medio di percorrenza in treno è di quasi 10 ore, per coprire 350 chilometri.
Ecco, dunque, perché il Sud come luogo di investimento è logisticamente poco appetibile ed economicamente insostenibile.
Di nuovo il problema non è (solo) meridionale, ma dell’Italia tutto che si propone smezzata agli investitori internazionali con una potenzialità inattiva e impedente dello sviluppo nazionale.
Un’Italia a due velocità non può più funzionare nel 2020, … se mai ha funzionato.
La Puglia è l’esempio di quello che il Sud può fare e dare all’Italia; si è completamente rinnovata attraverso una politica generativa, affrancandosi dagli stereotipi secolari, mettendo a punto programmi che si proiettano di vent’anni avanti (il qui e ora non ha senso), attivando la straordinaria risorsa delle nuove generazioni e puntando sulla dimensione reale del territorio: la cultura, l’agricoltura e il turismo.
Un’operazione diversa nei contenuti, ma simile nei processi, è stata quella che ha visto Matera protagonista nel 2019 come Capitale Europea della Cultura: la città della vergogna dei Sassi è tornata a credere in se stessa e nel valore millenario della sua identità.

Sul tema degli stereotipi … il Sud è mafia e malavita. Di recente Emiliano Morreale ha pubblicato una storia a fumetti dal titolo “La mafia immaginaria. Settant’anni di Cosa Nostra al cinema”, in cui racconta come la mafia siciliana sia stata protagonista “di decine di film e di fiction televisive, con un corredo riconoscibile e stereotipato di personaggi, situazioni, immagini: un codice che si è sovrapposto agli eventi storici, li ha modellati e ne ha influenzato la percezione”. Si tratta di un modello negativo non solo sul piano culturale, ma soprattutto su quello dell’economia reale. Qual è il tuo pensiero a riguardo?
C’è la storia. E poi c’è un tema di attualità in cui risulta molto facile colpevolizzare il Sud, assegnandogli l’etichetta di “mafia”, come se, anche oggi, la responsabilità fosse solo nostra.
Mafia e ‘ndrangheta colonizzano anche i territori lombardi o veneti o piemontesi, e riescono a farlo perché trovano terreno fertile, cioè soggetti importanti per capacità economica, disposti ad accogliere dinamiche illegali e a integrarle nei processi di sviluppo, talvolta apparentemente virtuosi.
Il pregiudizio è radicato e sembra ancora molto lungo il cammino da compiere per estirparlo.

Fotografia di Stefano Anzini.


Cosa può accelerare lo sviluppo del Sud e offrire un punto di partenza aggiornato e più forte come piattaforma di rilancio globale? Intendo nell’attesa che si costruiscano ponti e strade e si attivino le politiche generative di cui abbiamo parlato?
Un tema importante e che mi è particolarmente caro è quello dell’università.
Penso che molte città del Sud potrebbero trasformarsi in città universitarie, creando uno straordinario indotto, composto dai ricercatori e dai fuori sede italiani e internazionali (Covid a parte). La città di Taranto, per esempio, nel suo centro storico ospita ben tre sedi universitarie, oltre le altre sei dislocate nella città nuova. Se Taranto, gravata da problemi enormi legati alla sua zona industriale, riuscisse ad implementare i servizi ad esse connessi, seguendo l’esempio di città come Urbino o Trento, potrebbe contribuire all’importante processo di rinnovamento e di rigenerazione urbana che in questo momento sta interessando non solo il centro storico, ma anche l’intera città.
Investimenti mirati in comunicazione, un minimo potenziamento e razionalizzazione dei voli aerei, potrebbero realmente rendere attraente e culturalmente prestigioso studiare dove c’è tanta storia e tanta cultura, tanta architettura, tanta arte e tanto paesaggio.
Il problema storico delle università del Sud è quello dei finanziamenti. Ricevono una minor quota di finanziamenti e questa “sete perenne” di denaro frena gli investimenti sulla ricerca. Non si possono importare ricercatori perché non ci sono le condizioni economiche al contorno, ma continua l’emorragia delle intelligenze locali che preferiscono spostarsi al nord o all’estero.
E al Sud, spesso, mancano gli investimenti privati che potrebbero compensare le lacune pubbliche, semplicemente perché non c’è industria.
Il Sud non ha mai avuto una vocazione industriale, qualsiasi tentativo fatto, in passato, è stato una forzatura, un calare dall’alto decisioni calibrate non sui bisogni reali, ma su necessità immaginate da parte degli amministratori, spesso non da quelli locali, ma dal Governo centrale.

Da dove partire, allora, per ribaltare lo scenario meridionale?
È la narrazione che genera prima la visione e poi il progetto. Occorre partire dal racconto di luoghi, paesaggi, persone, esattamente come fa Mediterranei Invisibili e come fa l’Università della Basilicata con il progetto Rigenerare a Sud/Rigenerare il Sud.
Spesso quando indaghiamo nei territori del Sud, nei paesi e nelle piccole città, nei borghi, ci sentiamo chiedere “perché siete qui, se qui non c’è nulla?”.
È una condizione ricorrente nel Sud e in tutti i Sud del mondo l’incapacità di vedere architettura, ambiente e paesaggi a casa propria.

La pandemia è stata l’occasione per organizzare un ciclo di seminari online, nati da un’idea mia e di Ina Macaione, per il Laboratorio di Fenomenologia dell’Architettura di Matera. Abbiamo avvertito l’esigenza di dare voce a tante esperienze importanti di rigenerazione urbana in atto nel Sud, portate avanti da persone del Sud, che però ci apparivano isolate e distanti fra loro. Nella consapevolezza che non parlare di qualcosa equivale a ignorarla e a condannarla all’oblio, in più di quarantacinque seminari abbiamo dialogato con docenti, ricercatori, studenti, professionisti, amministratori, associazioni e liberi cittadini. Da questo lungo e anche faticoso racconto, è emersa tutta la ricchezza e la vitalità di un Sud che è attivo, si impegna sul campo e vuole costruire una rete di relazioni, conoscenze, abilità ed esperienze che sono strettamente legate alle peculiarità dei territori del Sud. Rigenerare a Sud/Rigenerare il Sud indica con chiarezza una strategia d’azione: senza il coinvolgimento e la partecipazione diretta dei cittadini che vivono nel Meridione non è possibile avviare percorsi di rigenerazione del territorio urbano. Soprattutto, non è possibile quel racconto che cambia lo sguardo su se stessi e sull’intorno e che genera l’amore verso i territori e il desiderio di restare o tornare al Sud.

Le esperienze raccontate in questo ciclo di seminari saranno a breve pubblicate in un Atlante della rigenerazione urbana a Sud, un’opera aperta, uno sguardo attivo sul Meridione che speriamo sia solo l’inizio di lungo percorso di condivisione e collaborazione con tutti i rigeneratori del Sud.

Per trovare il progetto Rigenerare a Sud/Rigenerare il Sud nei Social:
instagram: rigenerareasud_rigenerareilsud
facebook: Rigenerare a Sud / Rigenerare il Sud
youtube: Nature City Lab

La foto in apertura è di Stefano Anzini.


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IL SUD È IN FONDO ALL’EUROPA: FA PIÙ FATICA A FARSI SENTIRE MA, IN PASSATO, HA DATO UN GRANDE CONTRIBUTO ALLA STORIA DEL PAESE. E ORA SI PREPARA A RIPARTIRE DALL’AGRI-CULTURA con Pietro Taccone

Pietro Taccone e la sua famiglia potrebbero essere i protagonisti di un film: un melting pot di culture, quella algida anglosassone intersecata alla passionale napoletana, poi un lungo intervallo a Milano e il ritorno al Sud. Con l’energia, la preparazione e il rigore per trasformare la Calabria in Europa.

Pietro inizia a parlare di Sud, ricordandone il glorioso passato: non una colta sinossi storica, ma premessa alla potenziale ri-emersione del territorio.

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Da sinistra Giorgio Tartaro, Pietro Taccone e Alfonso Femia in Mediterranei Invisibili – Viaggio nello Stretto III, talk del 20 settembre 2020. Fotografia di Stefano Anzini.

Nel Settecento e nell’Ottocento, Napoli e le due Sicilie sono stati protagonisti europei, con governi all’avanguardia. La prima linea ferroviaria italiana a doppio binario, nel 1839, è stata costruita per connettere Napoli a Portici.  Cantieri navali, industria metalmeccanica, tessile, alimentare ed estrattiva (dello zolfo), e agricoltura erano ben sviluppate e consolidate, con relazioni commerciali verso tutto l’Europa. Seguì, nel contesto post-unitario – un periodo buio e si cominciò a parlare della “questione meridionale”.Il Sud diventò “sud”.La nostra azienda agricola è ciò che resta di un feudo che nasce prima, nel 1700, e che generò una ricchezza occupazionale per tutta la Calabria. Era un feudo di 40mila ettari che occupava il territorio dalla costa ionica alla costa tirrenica. Oggi l’azienda agricola si sviluppa su 250 ettari nella piana di Gioia Tauro: preponderante la produzione olivicola, abbiamo alberi secolari che risalgono alla fine del Settecento. Lavoriamo per innovare il processo produttivo e per mettere a punto un prodotto dalle caratteristiche eccellenti. Abbiamo conservato la maggior parte degli ulivi antichi, meccanizzando, già dagli anni Ottanta, la raccolta dei frutti attraverso le macchine scuotitrici.  Prima di questa innovazione, le olive degli alberi secolari erano destinate a produrre olio “lampante”, così definito perché, in tutto l’Ottocento e l’inizio del Novecento, veniva utilizzato per l’illuminazione ed esportato in Russia. Altro olio veniva esportato in Francia ed Inghilterra per la produzione di sapone: il famoso sapone di Marsiglia. Gli alberi secolari, alti fino a 20 metri, non consentivano la raccolta anticipata delle drupe. La loro raccolta avveniva attraverso una caduta naturale dopo la maturazione, dando luogo ad un prodotto ormai degradato , con un eccessivo tasso di acidità. Le olive non potevano essere utilizzate per fare olio extravergine. Per fare il salto di qualità era sufficiente anticipare la raccolta. La gestione di queste piante è complessa, per la dimensione, ma le macchine scuotitrici ci hanno permesso di raccogliere le olive prima della loro maturazione, ottenendo frutti con caratteristiche organolettiche eccellenti sia per la profumazione, sia per il sapore. Così siamo entrati in una nicchia di mercato di alto profilo. È stata proprio la Calabria, per prima, a importare dalla California gli scuotitori, la cui azione meccanica è calibrata in modo tale da non danneggiare la pianta. Tuttavia, per la raccolta delle olive dagli alberi secolari è necessario impegnare molta manodopera a causa della configurazione in “sesto ducale” cioè con una distanza molto ampia tra albero e albero. Per questo abbiamo scelto di piantumare parte degli appezzamenti con alberi giovani e di taglia piccola a distanza di sei metri l’uno dall’altro. Questo consente di gestire meglio la coltivazione, sia dal punto di vista fitosanitario, sia per quello che riguarda la raccolta, utilizzando scuotitori a ombrello che impegnano per ogni albero due persone al posto delle sei/otto necessarie per gli alberi secolari. Il ricambio delle piante è costoso e, giustamente, sottoposto a vincolo paesaggistico. Non è affatto semplice la gestione di questi uliveti, molti olivicoltori fanno ricorso alle sovvenzioni statali, quando sono disponibili.Nella nostra azienda, dei vecchi uliveti è rimasto il 50 per cento, con l’attenzione di conservare le stesse varietà autoctone, ottobratica e sinopolese, per preservare la tipicità del territorioIl nostro olio viene distribuito in Europa e negli Stati Uniti.L’olivicoltura era un’economia fiorente e ricca che vuole tornare, oggi, a raggiungere i fasti del passato e ad assumere una dimensione significativa in un contesto di riferimento internazionale.Il sostegno dello sviluppo agricolo fa parte di un più ampio processo di trasformazione economica della nostra regione che può, realmente, affiancare l’industria, il terziario e i servizi del Paese, rendendolo competitivo e attore significativo nel quadro europeo e globalizzato.La nostra azienda conta 50 addetti impegnati a controllare tutta la filiera dalla coltivazione all’imbottigliamento del prodotto. Viviamo in un piccolo borgo insediato nel territorio dal 1700, nel territorio della Piana di Gioia Tauro, il borgo di Cannavà che è stato riqualificato in chiave ricettiva, turistica e di intrattenimento culturale. Il nucleo del borgo è la Masseria Santa Teresa che risale agli anni Trenta dell’Ottocento e si compone di una serie di corpi di fabbrica, articolati intorno alla piazza quadrangolare.È un impianto che fa dell’agricoltura il proprio nucleo e che si autoalimenta in esso anche per le funzioni aggiunte di ospitalità e di impegno culturale.

La raccolta delle olive, ottobre 2020 nell’azienda agricola Acton di Leporano. Fotografie di Salvatore Greco.

Il rilancio della Calabria a partire dalla terra, dalle piante di ulivo, non è una visione troppo romantica? Forse le cose sono un poco più complicate in Calabria, ma molte aziende agricole si stanno attrezzando in chiave contemporanea, sfruttando le tecnologie ed emergendo come realtà importanti sotto il profilo occupazionale ed economico.Il fermento è notevole: molti hanno saputo rinnovarsi, seguendo le direttive europee, investendo sui biogas (per gli allevamenti) e sull’energia rinnovabile (utilizzando i residui di potatura che possono essere trasformati in cippati). Tutta la Calabria è impegnata: nella zona di Lamezia con la coltivazione degli agrumi, nel crotonese con la produzione vinicola che sta conoscendo un’affermazione notevole in ambito nazionale e internazionale, nel reggino con il bergamotto per l’industria profumiera francese e internazionale. Sulla costa del reggino si coltiva il mango calabrese.Questo dimostra che ripartire dalla terra e dall’agri-cultura non è un’idea e neppure un progetto, ma una realtà già in essere.



Le lacune infrastrutturali, anche quelle interne alla regione vi penalizzano? Sono una discriminante per le proiezioni di sviluppo? Questo tema delle strade che mancano va valutato e pesato nei termini corretto. La Calabria è un territorio montuoso, Sila, Pollino, Aspromonte, sono le nostre montagne. E le montagne sono difficili da ida gestire ovunque. Sarebbe molto importante manutenere con rigore la vecchia viabilità esistente che attualmente presenta enormi carenze in questo senso.Siamo messi meglio di altri territori, abbiamo la Salerno Reggio Calabria che funziona, anche se il processo di revisione durato trent’anni ha causato problemi e disagi ingenti. La costa tirrenica è ben collegata con tutto il Paese. E anche per raggiungere la costa ionica ci sono due strade a grande scorrimento.La necessità di infrastrutturare il territorio deve fare i conti con l’assetto geomorfologico. Non si può cavalcare il tema delle strade che mancano senza una valutazione dei benefici rapportati agli investimenti e ai rischi territoriali. Il nostro svantaggio è quello di essere geograficamente “in fondo”, dobbiamo comunque fare, indipendentemente dal mezzo di trasporto, 1200 chilometri per raggiungere gli avamposti italiani per l’Europa, i maggiori centri di distribuzione, gli hub logistici.Quello che avrebbe potuto essere il nostro punto forte è completamente vanificato per funzione e per mancanza di connessione ferroviaria. Il porto di Gioia Tauro è un’occasione mancata, per costruirlo è stato oltraggiato un contesto ambientale straordinario, e ciò nonostante non offre alcun servizio alla propria regione. È uno scalo internazionale, di transhipment, una situazione chiusa e molto particolare. La nostra – nostra di diritto – scorciatoia naturale verso l’Europea e gli Paesi – il mare – è impegnata a uso esclusivo in altra funzione.


La nostra provocazione, quella di mettere il Sud al centro del processo di rilancio del Paese e dell’Europa tutta, ha una prospettiva reale? Sono convinto che sia possibile, utilizzando l’agricoltura come fattore di generazione della sostenibilità economica territoriale. Non ci sono, in Calabria, le condizioni territoriali e ambientale per sviluppare filoni industriali. I tentativi di industrializzazione hanno prodotto cadaveri di capannoni mai terminati ed ecomostri abbandonati. L’unica industria che abbia un senso sviluppare è quella rurale, creando stabilità occupazionale locale, con una grande proiezione internazionale.Per fare questo è necessario che la politica locale dia sostegno ai progetti, seguendo le direttive e usufruendo dei sostegni europei in termini corretti. E considerando che i piani dell’agricoltura non hanno, per loro natura intrinseca, la scansione quinquennale delle elezioni politiche, ma si proiettano in una visione temporale più lunga.  Errori sui tempi, scarsa capacità di comprendere le esigenze e mancanza di competenze specifiche hanno condotto a scelte sbagliate, lasciando di fatto gli imprenditori agricoli da soli a inseguire, e talvolta anche soddisfare, il sogno di affermare il proprio territorio nel mondo.

La fotografia in apertura è si Stefano Anzini.

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SCOMMETTERE SUI GIOVANI E SULLA CULTURA: NON È UNO SLOGAN, MA L’UNICA OPPORTUNITÀ PER LIBERARE LA SICILIA DALLE DISTORSIONI PERCETTIVE con Pietro Briguglio

Pietro Briguglio, il sindaco di Nizza di Sicilia, parla di una Sicilia che vuol sconfinare sia fisicamente, sia creando ponti tra la memoria del passato, il mondo “esterno” e il futuro.

Pietro Briguglio, sindaco di Nizza di Sicilia a Mediterranei Invisibili-Viaggio nello Stretto, 17 settembre 2020. Fotografia di Stefano Anzini.

La Sicilia non è mafia e malavita. Se questa è, in background, la percezione permanente che deriva da una lettura non aggiornata del territorio, è altrettanto vero che la restituzione della realtà è completamente diversa, oggi. Un esempio? Savoca è il borgo delle 17 mummie, uno dei più belli d’Italia. Risale al 1134, ma è diventato famoso nel 1972 perché Coppola, il regista de’ Il Padrino ha girato alcune scene del film.
Non è questa l’unica distorsione percettiva che pesa e frena sullo sviluppo dell’isola.
Per esempio, Sicilia non è solo Taormina, né è solo turismo balneare e stagionale.
E storia e cultura non stanno solo a Palermo e a Noto.


La Sicilia è un territorio che va oltre le distanze e i limiti fisici dell’essere isola.
Certo, ci sono i limiti reali, ma talmente logorati da aver perso persino di intensità e urgenza: la mancanza di infrastrutture interne, l’esodo della popolazione giovane, il ponte mai costruito, la lacunosa diffusione della rete digitale.
Ci sono poi altri limiti meno evidenti, ma altrettanto impedienti: non siamo attrezzati, dal punto di vista “umano” della professionalità e delle capacità necessarie per disimpegnarci con agilità in uno scenario burocratico molto complicato sia nel contesto regionale e nazionale, sia, soprattutto, per accedere e sfruttare le opportunità economiche messe a disposizione dall’Europa. Sviluppare i percorsi, rendicontare e definire le scadenze implicano un’operatività organica sotto il profilo delle procedure.

Fotografia di Stefano Anzini

Quanto pesa il turismo per il rilancio di questa parte di Sicilia?
Il punto di forza del turismo balneare rappresenta anche, in qualche misura, un limite: trascuriamo le bellezze paesaggistiche e culturali dell’interno. E anche il litorale fuori dal polo di riferimento di Taormina è un patrimonio poco sfruttato che avrebbe la grande potenzialità di destagionalizzare il turismo. Un esempio che riguarda da vicino il mio territorio è la valle del Nisi sul versante jonico di Messina, composta da piccoli paesini sulla riviera e da antichi borghi collinari. La vallata è di origini preistoriche e si è sviluppata intorno a uno dei più importanti monti della catena di Peloritani, il monte Scuderi. Il contatto diretto tra mare e monte rende affascinanti e intensi questi luoghi ed è da qui che nasce l’anello del Nisi, che comprende Alì Terme, Alì, Fiumedinisi e Nizza di Sicilia.
Questi luoghi sono oggetto di studio, ma ancora sono un patrimonio sconosciuto.
Una grande opera che non possa essere fruita dalla collettività, chiusa in una stanza privata, rappresenta un ingiusto modo di mettere in relazione arte e comunità.
Molta parte della Sicilia è una grande straordinaria opera d’arte non valorizzata e sconosciuta ai più.
La diffusione della cultura e il turismo che ne può discendere sono lo strumento di rilancio del territorio.
Un’affermazione forte e autonoma in tal senso genererebbe l’interesse della politica centrale e accelererebbe la costruzione delle infrastrutture. Si potrebbe innestare un circolo virtuoso che abbatterebbe tutti i limiti.
La cultura prende avvio da un intenso programma di scolarizzazione e di formazione che crei affiliazione con il territorio, inverta il processo di abbandono della popolazione giovane, produca lavoro per la cultura, con la cultura.
I muri mentali si abbattono solo con la cultura, dunque questo è per la Sicilia un nodo fondamentale. Quello che riscatterà il nostro territorio dalle distorsioni percettive è l’impegno della popolazione giovane stimolata, attraverso lo studio e la cultura, a scommettere sulla Sicilia.


I confini, i limiti devono trasformarsi in orizzonti, aspirare a nuove formule che stimolino in continuazione alla ricerca di visioni senza confini
La Sicilia può essere visualizzata come una sorta di flebo benefica, energizzante, curativa, a lento rilascio di cultura, storia e tradizioni da somministrare a tutto l’Italia.
In Egitto e in altri Paesi che hanno segnato il percorso e l’evoluzione umana si continua e continua a scavare, dopo aver già svelato l’essenziale.
Noi abbiamo tantissima cultura da rivelare e da diffondere, ma non c’è interesse a “scavare” nella nostra terra.
Non indagare nella nostra storia significa restare un passo indietro.
Tornando al paese di Savoca, la scelta di Coppola e il successo de’ Il Padrino hanno funzionato da cassa di risonanza per tutta la zona. Ora la potenza della rete diffonde la conoscenza dei territori, la curiosità e il desiderio di visitarli e anche questo può funzionare, in combinazione con la costruzione dell’infrastrutturazione fisica interna all’isola.
Anche su questo fronte ci stiamo muovendo: lo scorso mese di settembre è stato firmato dal Commissario di Governo, l’amministratore delegato di RFI, Maurizio Gentile, l’approvazione del progetto definitivo del raddoppio dei binari tra Giampilieri e Fiumefreddo per un investimento di 2.300 milioni di euro, già integralmente finanziato. L’ordinanza segna un ulteriore decisivo passo in avanti nella realizzazione dell’asse ferroviario Messina-Catania-Palermo, che giunge a pochi giorni dalla chiusura della conferenza di servizi, avvenuta lo scorso agosto.Con l’avvenuta approvazione si potrà procedere già nelle prossime settimane alla pubblicazione dei bandi di gara per i due lotti funzionali Fiumefreddo – Taormina-Letojanni e Taormina -Letojanni Catania. L’intervento completa il raddoppio della linea ferroviaria fra Messina e Catania e prevede la realizzazione di 42 chilometri di nuovo doppio binario, di cui circa 37 chilometri in sotterraneo, con un aumento della capacità della linea per il traffico sia passeggeri sia merci e una riduzione dei tempi di viaggio di circa 30 minuti tra Messina e Catania, tanto da consentire lo sviluppo di un servizio di tipo metropolitano da Catania fino a Taormina/Letojanni.


Il ponte sullo Stretto è una discriminante in questo quadro di sviluppo?
Il Ponte è un’infrastruttura primaria, collegamento con la penisola, sia per il transito delle merci, sia per quello delle persone. I benefici sarebbero indiscutibili, anche se, avendo procrastinato la sua costruzione in un lasso di tempo ormai vicino al secolo, la complessità urbanistica dei luoghi di partenza e approdo è cresciuta a dismisura ed è, oggi, necessaria una compensazione allo stravolgimento che il progetto comporterebbe.
Al di là dei dibattiti, delle riflessioni, dei temi tecnologici, istituzionali, economici, ambientali, l’unica indiscutibile realtà è che è urgente e opportuno fare questo ponte: non è interesse solo della Sicilia e della Calabria, ma dell’Italia tutta.

La foto in apertura è di Stefano Anzini.


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UN MODELLO SUD IN GRADO DI TRAINARE IL PAESE SI FONDA SULLE ESPERIENZE STORICHE, SENZA INDULGERE ALLA NOSTALGIA DEL PASSATO, DECLINANDO LA SAGGEZZA SECOLARE AL PRESENTE con Serena Bonura

Serena Bonura lavora e svolge attività di ricerca nel campo dell’ecologia e della sostenibilità applicate all’educazione e alla comunicazione. Dal suo punto di vista non si può parlare di “sud alla riscossa”, perché il Sud è meraviglioso, ma la qualità di vita la danno le scuole e gli ospedali che funzionano e non (solo) il paesaggio, il mare e il sole. In Sicilia ci sono ancora molte cose da mettere a posto.

Serena Bonura nel talk di Mediterraei Invisibili – Viaggio nello Stretto III del 18 settembre 2020. Fotografia di Stefano Anzini.

Serena ha vissuto a Bologna per qualche tempo e questo ha cambiato il suo modo di vedere il mondo (e il Sud). Per lei ecologia e sostenibilità, particolarmente per quello che riguarda il cibo, sono una risorsa economica e, insieme, un modo per non impoverire e oltraggiare la sua terra. 

Nuova economia ed economia circolare, neonate emersioni esito di uno sguardo più consapevole dell’ambiente, si stanno già rapidamente trasformando in slogan. Eppure, non si è neppure cominciato a lavorare in questa direzione. È come se anticipare il concetto, senza averlo pienamente sperimentato, già l’avesse logorato e reso vecchio.
Per il Sud, per la Sicilia, non si tratta, però, di una rappresentazione mentale, ma di una delle vie percorribili per fare economia dove, fondamentalmente, l’economia manca, utilizzando il complesso delle risorse e delle attività locali, in relazione al settore agro-alimentare.
In Sicilia si può realmente attivare una nuova economia a partire dalle tradizioni. Serena puntualizza che parlare di tradizione non vuole dire recuperare vetuste e antiquate modalità del fare o, peggio ancora, del pensare.
La consapevolezza del presente – spiega Serena – si origina in una stratificazione di esperienze positive e di errori. Nulla si deve dimenticare, la memoria è la miglior chiave del cambiamento. Per questo parlo di “retro-innovazione”. Si prende quanto di buono ci ha insegnato il passato e si attualizza, attraverso gli strumenti contemporanei. Non è un tema da limitare al cibo e all’agricoltura, è estensibile per ogni contesto e ovunque. Tuttavia, il modello della retro innovazione siciliana si declina nella specificità geografica, culturale e storica del Sud, in modo unico, non trasferibile o replicabile in altri territori. Così come unico è il Sud.

L’economia circolare genera modelli di consumo contemporanei, senza avvilire, né esaltare in modo acritico il passato ed è anche un’economia di relazione, un’espressione che è quasi una contraddizione in termini, perché attiva un processo che evoca lo scambio di antica memoria. Una sorta di “prima della moneta” del tempo moderno.
Per spiegare meglio, lavoriamo in co-produzione con i consumatori aggregati di altre aree d’Italia, i Gruppi di Acquisto Solidale, che accettano di condividere il rischio di produzione insito nell’agricoltura (variabili climatiche soprattutto), pagando anticipatamente i coltivatori. In questo modo il produttore “non corre da solo” con il rischio di non arrivare, attraverso il pre-finanziamento del consumatore.
È un modello che si estende ad altri Paesi europei, per esempio alcuni consorzi siciliani hanno stipulato accordi di questi tipo con gruppi di consumatori francesi.
Ecco, dunque, ancora in forma embrionale, la risposta alla provocazione di Mediterranei Invisibili, far ripartire il Paese e l’Europa dal Sud.
Un altro esempio, a Catania, è nata una start up – Orange Fiber – fondata da Adriana Santanocita ed Enrica Rena che, recuperando gli scarti degli agrumi, ha creato un tessuto esclusivo e di alta qualità tessile. Lo scorso anno Orange Fiber ha iniziato una collaborazione con il brand svedese H&M, che ha scelto l’azienda siciliana per realizzare parte della sua collezione premium Conscious Exclusive 2019.
Sempre di Catania è un’altra start up – Kanèsis – ad altissimo livello tecnologico che ha messo a punto un sistema per produrre la prima plastica ecosostenibile. È un materiale innovativo, che deriva dagli scarti della lavorazione industriale di vegetali, tra cui la canapa, ideato da un giovane studente di ingegneria, Giovanni Milazzo, e dal suo team. È un materiale composito termoplastico, con proprietà riconducibili alle plastiche petrolchimiche convenzionali e doti migliorate di resistenza e leggerezza. Di recente, Kanèsis ha stipulato un accordo con Lati, azienda italiana di statura internazionale. Ecco, dunque, anche in questo caso, la proiezione della Sicilia verso l’Europa e oltre.
Francia, Svezia, … non ci poniamo limiti.


È molto rigorosa la tua narrazione e trasmette l’idea di un grande Sud. Quanto la parte meno luminosa e meno intraprendente reprime e ostacola il grande Sud in emersione?
Sud è bello.
Sud è intelligente.
Sud è intraprendente.
Ma la realtà che noi viviamo deve fare i conti con inefficienze gravi che non solo rallentano lo sviluppo, ma deteriorano la qualità della vita: ospedali e scuole che non funzionano o funzionano male sono il tratto distintivo della nostra isola. Ci trinceriamo dietro l’alibi della mancanza di infrastrutture, quasi un mantra, ma i problemi sono altrove.

Il nodo delle infrastrutture è uno dei più dolenti e ricorrenti nel dibattito corrente sul Sud, ancora di più, in area Stretto. La tua sembra un’affermazione contro-corrente
È vero che mancano dei collegamenti, anche importanti, non intendo negare l’evidenza. Ma non ce ne siamo accorti ora, è un problema che risale al dopoguerra, agli anni Sessanta e ancora prima. E non l’abbiamo risolto, se non per piccoli tratti. Tutto il nostro territorio è a grave rischio idrogeologico e quando si costruisce un’opera di grandi dimensioni, un tratto autostradale o un viadotto bisogna aver eliminato qualsiasi incertezza e indeterminazione progettuale. In Sicilia ci sono molti “cadaveri”, resti di sogni infrastrutturali avventati, abbandonati per problemi di appalti, rischio geologico, conflittualità tra enti preposti o mancanza di risorse.
Il raddoppio ferroviario tra Giampilieri e Fiumefreddo, alle cronache in questi giorni, si dovrebbe sviluppare in una zona notoriamente franosa e dei 42 chilometri in preventivo, 38 sono in galleria.
Fino a questo momento, le stazioni sono state realmente di servizio ai centri abitati, dopo i lavori saranno spostate al di fuori e sarà necessario creare una rete di collegamento per raggiungerle.
Affermo che è un alibi quello delle infrastrutture, perché oggi, con un pensiero più contemporaneo e attuale di quello del dopoguerra, avrebbe più senso ripensare i processi e inventare nuovi modelli. In Sicilia, la chiave è la prossimità, non la mega infrastruttura.  Non ultimo le infiltrazioni malavitose si sono storicamente insediate con le grandi opere pubbliche.
Anche in questo caso la memoria è importante perché indica l’errore.
Possibilmente da non replicare.
Per comprendere meglio il tema infrastrutture al Sud, si può fare un parallelo con la situazione attuale: continuiamo a parlare di malattia, dovremmo ribaltare la visione, cominciando a prendere in considerazione la salute come modello.

Fotografia di Stefano Anzini.



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LA VOGLIA DI CULTURA, NON SOLO MARE E NON SOLO TURISMO. LA POPOLAZIONE LOCALE COME CHIAVE DI RILANCIO DEL TERRITORIO. TUTTO QUELLO CHE IL SUD PUÒ DARE con Caterina Limardo

Caterina Limardo è una delle anime di Zabut, festival internazionale di corti d’animazione, diventato, nel corso di poche edizioni, un punto di riferimento importante per i professionisti, per gli appassionati e per il pubblico amatoriale. Caterina racconta di una Sicilia in cui la bellezza si rivela attraverso la cultura cinematografica, la partecipazione delle persone e i luoghi.

Caterina Limardo nel talk di Mediterranei Invisibili-Viaggio nello Stretto III del 18 settembre 2020. Forografia di Stefano Anzini

Sud e bellezza, un binomio riconosciuto, come Sud e mare e Sud e cibo. Dunque, per sillogismo, la bellezza del Sud può essere il suo volano di rilancio.
Sembra semplice, ma le etichette possono essere pericolose.
E lo sono per la popolazione locale. Mare, cibo, paesaggio… della “bellezza turistica” certo non si perde l’incanto visivo, quando i visitatori scemano e finisce la stagione balneare, ma si svuota l’energia e l’intensità di chi anima i luoghi.
Noi che al Sud viviamo a novembre come ad agosto, siamo come in un cul -de-sac, consumiamo le possibilità all’ingresso (dell’estate) e ci ritroviamo, inesorabilmente stagione dopo stagione, con un muro davanti. Ritorniamo indietro e ricominciamo.
Anche sotto il sole e davanti al meraviglioso mare della Sicilia si può conoscere l’alienazione.
Al Sud possono e devono emergere le stesse potenzialità di vita che ci sono a Milano o in qualsiasi altra città d’Italia.
Le possibilità esistono, si tratta di cercarle con molta attenzione e grande volontà. Non sempre sono subito evidenti. E poi … sì, è più faticoso.
Il progetto di Zabut è un progetto in fieri che nasce dall’interesse e dalla passione comuni di un gruppo di amici. Ma è molto di più. Si lega al desiderio di esserci come persone e come persone legate ai luoghi, con la duplice ambizione di una crescita individuale e del territorio.
Perché se il luogo, il paese, diventa bello per chi lo vive sempre, per il turista sarà ancora più attraente.
È questa una bellezza che non vive di rendita paesaggistica, dell’architettura o dei monumenti, ma di impegno personale, di cultura e di innovazione dei contenuti.

Fotografia di Caterina Limardo.


Zabut nasce nel 2016 nel centro storico della città d’arte di Savoca, in Sicilia, uno dei “Borghi più Belli d’Italia”. Nel 2019 cambia location spostandosi nel comune di S. Teresa di Riva, “bandiera blu” dal 2017.
Zabut è soprattutto un evento che nei giorni del festival mette in comunicazione uno spazio e una comunità, persone e luoghi, diventando un luogo di fruizione culturale dall’atmosfera affascinante e ospitale.
Sulla riviera ionica siamo alla continua ricerca di stimoli e Zabut è il risultato del nostro desiderio di fare.
Il progetto si trova, oggi, pronto per un ulteriore salto di qualità che gli permetta di confrontarsi con i più importanti festival internazionali sebbene ora, le difficoltà generate nel corso del 2020 dalla pandemia, abbiano complicato le cose.
In questo strano agosto di tregua dal coronavirus e, insieme, di inquieta e ansiosa attesa del futuro, per ognuna delle serate del festival, 150 persone hanno partecipato alle proiezioni. Non è un numero raffrontabile a quello degli anni passati (450 per sera nel 2019), ma racconta con ancora maggior convincimento quanta sia la voglia di ascolto, la curiosità, il desiderio di bellezza. Nel nostro caso in chiave cinematografica.
I cortometraggi – 450 -sono arrivati da 62 paesi diversi, segno che, nei tempi in cui le distanze si riducono,  l’internazionalità è, in qualche misura, un obiettivo già raggiunto. 
Abbiamo l’ambizione di crescere, da concretizzare prima nei territori limitrofi e poi nel Paese, e poi ancora verso l’Europa e verso il mondo. Ambizione che  possiamo soddisfare, a partire dal desiderio che ha la popolazione locale di partecipare.
Il festival viene sostenuto dal Comune di Santa Teresa di Riva e da un gruppo di sponsor privati e patrocinato, tra gli altri,  dall’Università di Catania, di Messina e dall’Accademia delle Belle Arti di Palermo.
Al di là delle difficoltà che dobbiamo affrontare, una per tutti il fatto che l’accesso alla maggior parte dei bandi pubblici prevede l’anticipo delle spese, e del blocco causato dalla diffusione della Covid-19, abbiamo molte idee.
Vorremmo che Zabut crescesse, rimanendo legato alla Sicilia, senza perdere l’identità e vorremmo attirare l’interesse istituzionale a livello centrale.
Ci rendiamo conto che far arrivare le persone a Santa Teresa di Riva è più complicato. Ma lo era, lo è anche farle arrivare a Taormina.
Vorremmo abbattere il “limite territoriale”, poter invitare al festival ospiti e giurati provenienti anche da fuori Italia, limite oggi dovuto non solo alla carenza di infrastrutture ma anche e soprattutto alla difficoltà nel reperimento di maggiori fondi.


Vorremmo combattere, anche attraverso Zabut, quell’idea stereotipata della Sicilia che la associa – ancora – alla mafia e alla malavita. Anche perché, un po’ ci crogioliamo, nel nostro passato, persino in una memoria storica negativa: nei negozi di souvenir di Savoca, ad esempio, il paese in cui sono state girate alcune scene de’ Il Padrino, vengono venduti mug a sagoma di pistola…
La Sicilia si è, in grande parte, affrancata, ma non credo che le altre regioni italiane, incluse quelle del Nord siano escluse dalle infiltrazioni dell‘ndrangheta e della mafia.
Il tema della mafia è diventato folklore che si autoalimenta con il gradimento di un turismo di massa, che si carica però di negatività, limitando e ostacolando la fiducia nei territori; così, chi arriva da fuori, continua a valutare i luoghi anche con la discriminante delle memorie mafiose.

Fotografia di Caterina Limardo

Qual è la via per liberare il Sud dal sud?
Prendere le distanze dagli stereotipi. È la prima cosa.
E poi assumere la consapevolezza di avere un tempo più lento rispetto al Nord. Non è, necessariamente, un valore negativo. Ma non dobbiamo perderci e lasciare le cose incompiute. Altrimenti non usciremo mai dal “sud”.

La fotografia d’apertura è di Stefano Anzini.


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IL PONTE SULLO STRETTO E IL RECOVERY FUND, L’ELOGIO DI ANGELA MERKEL ALL’ITALIA E MEDITERRANEI INVISIBILI: IL NESSO C’È E SI VEDE

Mediterranei Invisibili è un progetto permanente, non si esaurisce nella durata del Viaggio. Cerca connessioni e percorsi, si alimenta nella continua relazione di interesse che il Sud genera in Italia e in Europa

Il Sole 24 Ore di oggi ha pubblicato un articolo relativo a una ricerca Mastercard sull’andamento del turismo nei Paesi del G20.
In apertura del pezzo, il giornalista Gianni Rusconi ha ripreso l’affermazione della Merkel che, durante una video-conferenza tra i ministri-presidenti dei Laender, ha parlato dell’Italia come di un Paese non a rischio, nel quale è ragionevole viaggiare. Se “l’effetto Merkel”, provocherà un flusso turistico di tedeschi, sempre che la convivenza con il virus lo consenta, è da vedere. Il report di Mastercard mette in evidenza una tendenza in rapido consolidamento “… il modo di viaggiare si è andato via via adattando al nuovo scenario. La spesa per l’acquisto di carburante, ristoranti o per il noleggio di auto o biciclette riflette una maggiore propensione per i viaggi “on the road” e di prossimità, alla (ri)scoperta dei territori paesaggistici nazionali.”

“Mediterranei invisibili – Viaggio sullo Stretto” indaga i luoghi e racconta storie inaspettate con l’obiettivo di porre fine a quella sorta di oblio culturale che circonda le terre intorno al punto di scambio dei due mari, Ionio e Tirreno.
È un progetto frutto di un’iniziativa culturale e di un impegno economico privati, con il sostegno di alcune aziende, che mette insieme la ricerca sui territori, la valorizzazione delle comunità e una coraggiosa presa di coscienza sulle difficoltà esito di decenni di politiche inadeguate e sorde alle esigenze reali.

La ricerca di Mastercard ha evidenziato quello che Mediterranei Invisibili racconta da tre anni.

I primi due viaggi sono stati educate esplorazioni alla ricerca dell’invisibile, nel paesaggio e nell’architettura, ma anche attraverso i racconti delle donne e degli uomini dello Stretto, passando nel 2018 per Reggio Calabria, per l’area Grecanica con Amendolea e Gallicianò, a Filanda Cogliandro, in Costa Viola; nel 2019 per Rosarno in Calabria, a Scilla, Gerace e Messina, in Sicilia. Una narrazione costruita sul dialogo, raccogliendo testimonianze e proponendo confronti, aggregando le visioni di persone autenticamente mediterranee, diverse per estrazione, età, ruolo, che condividono, anche in contraddizione tra loro, l’identità del proprio territorio.
Il terzo viaggio, in questo complicato e sofferente 2020 (dal 17 al 20 settembre), ha segnato una svolta.

Viaggio sullo Stretto 2020. Foto di Stefano Anzini

Molte cose sono cambiate dagli anni passati.
Durante l’estate c’è stato un rilancio turistico di tutto il Sud Italia. Dopo i mesi di quarantena obbligata per contenere la diffusione del coronavirus e la limitazione degli spostamenti verso i Paesi stranieri, Calabria e Sicilia sono risultate tra le cinque regioni più visitate d’Italia. Ad affermarlo è CNA Turismo (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa) insieme a Eurispes. I risultati dell’affluenza di visitatori sono stati molto al di sopra delle attese. La pandemia ha generato un flusso di interesse verso il Sud, e il Sud ha rivelato la parte più esposta del suo territorio, suscitando attenzione e curiosità anche sugli aspetti “invisibili”.

I protagonisti della terza edizione di Mediterranei Invisibili, ancora più motivati nell’esprimere, secondo la propria attitudine e senza omologarsi al linguaggio standardizzato, “l’invisibilità” dei propri luoghi, hanno celebrato con il percorso di viaggio e attraverso i dibattiti, sia i territori – in Sicilia il sistema delle valli ioniche dei Peloritani tra Capo Scaletta e Capo Sant’Alessio e in Calabria, dalla Tonnara di Palmi a Gioia Tauro – sia la forte volontà di integrazione al contesto europeo.

Coraggiosi nel denunciare le difficoltà a partire dalla mancanza di infrastrutture, alle incoerenze gestionali dei centri urbani, alle disarmonie di scala territoriale del porto di Gioia Tauro, fino all’irrisolto, doloroso nodo della ‘ndrangheta che mina la progettualità strategica, sono stati molti i sindaci che hanno partecipato ai talk di Mediterranei Invisibili: Piero Briguglio, sindaco di Nizza di Sicilia, Nancy Todaro, vice-sindaco di Alì Terme,-Natale Rao, sindaco di Alì, -Giovanni De Luca, sindaco di Fiumedinisi, Natia Lucia Basile, assessore alla cultura di Roccalumera, Rosanna Garufi, assessore alla cultura di Furci, Sebastiano Gugliotta, sindaco di Pagliara, Giuseppe Briguglio, sindaco di Mandanici; Armando Neri, vicesindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Ranuccio e Wladimiro Maisano, sindaco e  assessore al comune di Palmi, Aldo Alessio, sindaco di Gioia Tauro, Giuseppe Idà, sindaco di Rosarno, Andrea Tripodi, sindaco di San Ferdinando.

Concordi nell’affermare che il “rinascimento” post pandemia potrebbe ricalibrare la mappa dello Stretto rilanciando gli investimenti economici in chiave culturale, turistica, agricola, anche i presidenti degli Ordini territoriali degli architetti, Salvatore Vermiglio per Reggio Calabria e Francesco Miceli per Palermo e gli “ambasciatori” di Mediterranei Invisibili – architetti attivi sul territorio, con incarichi accademici all’Università di Reggio Calabria, di Ferrara e alla Federico II di Napoli – per la Sicilia Gaetano Scarcella e Francesco Messina, per la Calabria, Salvatore Greco, Giovanni Multari, Michelangelo Pugliese, Giovanni Aurino.

In particolare, l’area di transito tra Calabria e Sicilia, governata dalla geografia e dalle limitazioni infrastrutturali, è densa di incertezze sulle direzioni da intraprendere, combattuta tra il desiderio di espansione e la volontà di proteggere un patrimonio straordinario, non certo dalla conoscenza diffusa, che anzi è auspicata, ma dall’involgarimento di una divulgazione a buon mercato.

Si innesta ed è trasversale a tutte le altre riflessioni il tema della costruzione del Ponte sullo Stretto. Sempre di oggi, un articolo di approfondimento sulla Gazzetta del Sud conferma l’esclusione del progetto del Ponte da quelli finanziabili con i fondi messi a disposizione dal Recovery Fund (più di 190 miliardi di euro al Sud, ai quali si aggiungono 123 miliardi di euro dei fondi europei e nazionali fino al 2030).
Il giornalista Lucio D’Amico analizza sia i criteri dell’esclusione, sia i riflessi positivi sull’occupazione (citando uno studio dell’università Bocconi di Milano) che la costruzione avrebbe potuto generare nei prossimi anni. Ma soprattutto sottolinea come il Ponte sia “l’infrastruttura che più di ogni altra riporterebbe il Meridione e l’area dello Stretto al centro della politica nazionale e internazionale.
E se sul Ponte le opinioni sono controverse, il nodo di riportare lo Stretto al centro geografico e politico del sud-europeo è, invece, un’opportunità significativa per tutto il Paese.
Proprio il tema della relazione tra lo Stretto e l’Europa è stata la provocazione di questa terza edizione di Mediterranei Invisibili.

Abbiamo chiesto a sindaci, architetti e presidenti degli Ordini quali siano i percorsi da intraprendere per affrontare il futuro di questi luoghi straordinari, e per rilanciare il Paese a partire dal Sud, leggendo lo Stretto in chiave europea.
La risposta è stata unanime: è possibile!
Le analisi rigorose (e impietose), la concretezza delle affermazioni, i programmi proposti raccontano di un territorio pronto a decollare, purché strategie e azioni manifestino dal basso, dalle comunità e non ci siano somministrazioni placebo da parte del Governo centrale.
Mostrare attenzione e ascolto alle richieste che le comunità esprimono, utilizzare i fondi europei e stanziare fondi dedicati, assecondando le inclinazioni territoriali: queste sono le azioni che possono governare il rilancio.

Uno dei momenti di confronto della terza edizione di Mediterrani Invisibili. Fotografia di Stefano Anzini

A più voci viene invocata la necessità di non imporre una visione precostituita – come è stato fatto in passato, per esempio come è successo alla metà degli anni Settanta, quando, nell’ambito del progetto speciale per la realizzazione delle infrastrutture sul territorio della provincia di Reggio Calabria (Delibera CIPE del 1974), è stato costruito il porto di Gioia Tauro: dimensionamento e caratteristiche strutturali dell’opera sono stati determinati dalla sua originaria destinazione funzionale a servizio degli insediamenti industriali pianificati dall’Autorità di Governo, che prevedevano la realizzazione in Calabria del V Centro Siderurgico Italiano. All’inizio degli anni Ottanta si è arrestato il programma dei lavori per la nota crisi del comparto siderurgico, in realtà già in essere, nel decennio precedente. Lo scalo è stato quindi riconvertito da porto industriale a polifunzionale con l’esigenza di rimodulare i programmi di infrastrutturazione, l’assetto operativo e i piani di sviluppo.
Ha affermato Giovanni Multari, architetto, professore alla Federico II di Napoli: “Gioia Tauro è un centro geometrico, ma anche un generatore di significati economici e politici. Luogo di mancate strategie e di occasioni perdute. Il porto di Gioia Tauro è un gigante rivolto solo verso il mare, volta le spalle alla terra, perché genera poco indotto, è autosufficiente nella funzione e nell’organizzazione ed è più incline a guardare verso il canale di Suez o verso Gibilterra che verso la sua piana.”
Ma, come ci ha raccontato Giuseppe Idà, sindaco di Rosarno “è anche il terzo in Europa e il più grande in Italia per il transhipment, il trasferimento di carico da una nave all’altra, di solito attraverso scarico in porto e ricarico; ha luogo nei porti hub dove si incrociano molte linee di navigazione con origini e destinazioni diverse. Nell’area che gravita intorno al porto si interseca e si integra il traffico di merci e di cultura.”
Anche, Salvatore Greco, architetto e consigliere dell’Ordine degli Architetti di Reggio Calabria, riporta il tema del porto alla scala territoriale. “Il porto è una Zes – zona economica speciale – questo significa che si produce e si trasforma e nel porto stesso avviene lo scambio. La mancanza di adeguate strutture su ferro, scali ferroviari, ostacola il processo di un potenziale indotto.

Assecondare il territorio significa favorire la vocazione culturale e turistica.
Ci viene ancora in aiuto Salvatore Greco “(…) io credo che sia da preferire una forma di protezione estrema a interventi sbagliati o soluzioni di recupero che rendono i borghi simili a una riserva indiana. Questo significherebbe perdere ricchezza, non guadagnarne, dare spazio a un consumo che svuota, un usa e getta dei luoghi Dobbiamo favorire un turismo delicato, non oltraggioso e arrogante.
Il paesaggio trasformato in panorama da cartolina si allinea a una indifferenziata moltitudine di paesaggi-cartolina. Il pericolo è che la ricchezza dei valori si trasformi solo in transitoria capacità d’acquisto. E poi si perda per sempre.”
Aggiunge Michelangelo Pugliese, architetto, docente alla Federico II di Napoli” La Calabria è paesaggio che non si può banalizzare con declinazioni opportunistiche legate ai luoghi, ai borghi, alle coste o alle montagne. Cominciando dai borghi, non stiamo parlando di situazioni idilliache come la parola pare richiamare indipendentemente dai contesti. Spesso i borghi non sono solo luoghi abbandonati, ma anche devastati da un’edilizia impietosamente brutta. Oltraggi compiuti e, purtroppo, sedimentati nel tempo. La complessità della loro rilettura coinvolge anche il tema di un abitare che la contemporaneità ha profondamente modificato.”
Non tutto può assumere come termine di sviluppo il paradigma turistico tradizionale, sia per mancanza di una vocazione spontanea, sia perché i luoghi non vogliono trasformarsi in tal senso. – spiega Gaetano Scarcella, architetto “versante Sicilia” – “per esempio, l’anello di Nisi è un percorso circolare di sentieri che connette i quattro centri di una vallata segnata da discreti e inediti landscape, opifici abbandonati, paesaggi agrari, qualche monumento sparso. (…) Se ha un senso che il rilancio di un territorio passi anche (non solo) dal turismo, è necessario trovare la chiave di lettura corretta e rispettosa, perché si tratta di luoghi inesplorati.”

L’inaccessibilità, la mancanza di infrastrutture fisiche è l’elemento costante, freno e ostacolo a qualsiasi ipotesi di sviluppo.
Molto forte è la posizione di Salvatore Vermiglio, presidente dell’Ordine degli Architetti di Reggio Calabria, a proposito del Ponte sullo Stretto: “Un progetto coordinato e parallelo tra ponte e infrastrutture significherebbe trasformare Sicilia e Calabria in Europa. Arretrare dall’impegno di costruire il ponte, di contro, vuol dire restare fermi, ancorati a quella visione prefabbricata del Sud, negandone le potenzialità europee e mondiali. Negare il ponte vuol dire restare invisibili. L’invisibilità del territorio non è protezione della sua bellezza, ma danno per la sua valorizzazione e diffusione. Un parallelo efficace, nella sua durezza e scomodità, è la contrapposizione tra espansione e contrazione. Il rischio di contrazione è altissimo e, in un contesto globale che tende all’espansione e all’integrazione, aumenta il pericolo di un’esclusione permanente dai processi di sviluppo.”

L’attenzione politica che si concentra, oggi, grazie al Recovery Fund, sul Sud non può prescindere dalle necessità del territorio. Fino a oggi, come ha affermato Francesco Messina, docente all’università di Ferrara, “Da parte della politica centrale c’è una totale disattenzione alle reali esigenze e anche la politica locale fatica a comprendere le priorità.”
Francesco Miceli, presidente dell’Ordine degli Architetti di Palermo amplia la visione “L’accessibilità alla fruizione del patrimonio, così come degli spazi pubblici, attiene al tema del diritto del cittadino. Infrastrutturare il territorio significa consentire a ogni singolo cittadino di accedervi.
La mancanza di accessibilità è un diritto negato al patrimonio storico e culturale”.

La difesa e la valorizzazione dei territori sullo Stretto non trovano soluzione solo nella questione infrastrutturale: i centri minori e le periferie, a cavallo tra una individualità specifica e il degrado, devono rientrare in un progetto complessivo di salvaguardia dell’identità. Spiega Miceli “il legame con il territorio più autentico è difficile da mantenere per i centri minori: diventa sempre più complesso, fino a lacerarsi e distorcersi, il rapporto tra urbanità e ruralità, Palermo ne è un esempio paradigmatico. L’intersecarsi dei brani agricoli nella periferia della città consolidata può diventare una grande risorsa: anche questi sono luoghi invisibili, di un’invisibilità diversa da quella celata dei borghi. Sono invisibili perché non si ha voglia di guardarli, ma strategici per ripensare la città, non certo per trasformarli in brani di edilizia, ma per costruire un’identità di raccordo e valorizzazione. Per non negare la sostenibilità naturale, l’intelligenza del luogo e per esaltarne la resilienza.”

Al concetto di limite naturale imposto dalla geografia si sovrappone quello di auto-limite come spiega Messina “Il limite è il vero grave problema dei nostri luoghi: lo Stretto di Messina ha una specificità geografica e politica, punto di tensione tra il territorio italiano, isola e terraferma, una grande piazza d’acqua dove la distanza tra le due sponde è “dialetticamente“ variabile. L’invisibilità è un limite legato alla difficoltà del collegamento fisico tra i luoghi, che si alimenta e si perpetua per il freno imposto dalla cultura della conservazione che si mescola, in una distorsione cognitiva, a certe politiche ambientali.
Così, un limite geografico si trasforma in un grande limite politico che disincentiva i progetti di sviluppo e favorisce l’abbandono di territori circondati da muri mentali sempre più alti”.

I territori sullo Stretto devono trovare – di diritto – il loro posto nella geografia europea. Per fare questo, suggerisce Giovanni Multari “Prima di pensare a nuovi progetti, facciamo una ricognizione sull’esistente, sui luoghi abbandonati e sui cantieri non finiti. Coinvolgiamo una rete di imprese sul territorio, affrancandoci da un sistema governato da una politica di favori che ha rovinato l’Italia tutta e in particolare il Sud.

Il progetto Mediterranei Invisibili aveva inizialmente l’obiettivo di rivelare luoghi pochi noti, fotografati o narrati. Si proponeva di soddisfare un desiderio di conoscenza di una parte unica dell’Italia.
In tre anni, il progetto è cresciuto e si è trasformato, autoalimentandosi proprio con la comprensione delle situazioni e dei territori, ponendosi obiettivi più ambiziosi, primo tra tutti quello di trasformare l’area dello Stretto in nuovo centro di energia per l’intero vecchio continente.

La fotografia d’apertura è di Mario Ferrara.

IN QUESTO 2020 IL SENSO DELLE COSE È CAMBIATO. IL SUD È LA NOSTRA MIGLIOR OCCASIONE

Alfonso Femia apre la terza edizione di Mediterranei Invisibili – Viaggio sullo Stretto.

“Non possiamo più soltanto parlare, per la politica e l’architettura è il momento di agire”

Non avrebbe dovuto essere una quattro giorni e non avrebbe dovuto essere a settembre.
L’idea era che durasse una settimana, a giugno, durante la quale affiancare all’indagine sul territorio, una revisione organica dei temi e delle situazioni che avevamo letto, nelle due precedenti edizioni, in maniera separata.  Sto parlando di Mediterranei Invisibili – Viaggio nello Stretto III, che nonostante la pandemia, abbiamo scelto di intraprendere anche – o meglio soprattutto – in questo 2020, sia pure riducendo tempi e programmi, per affermare la necessità e la volontà che il Sud non può più essere letto, interpretato e vissuto come lo è stato fino a oggi.


Proprio il 2020 segna la prima dimostrazione di quanto possa essere forte il Sud e quanto questa forza possa sostenere il Paese.
Credo che quello che Mediterranei Invisibili ha rivelato e rivelerà ancora sia importante per il Paese e, come leggeremo nelle interviste rivolte ai rappresentanti delle Amministrazioni Pubbliche locali, ai Presidenti degli Ordini professionali, agli architetti siciliani e calabresi, il significato delle parole e delle azioni può cambiare se la prospettiva, lo sguardo è diverso e soprattutto se il dialogo e il confronto avviene in situ.
Infrastruttura, scuola, borgo, territorio hanno significati o sfumature differenti a Messina o a Siena o altrove e l’evidenza di questa diversità va potenziata e diffusa.


Non c’è romanticismo nello sguardo di Mediterranei Invisibili. Ogni indagine fa emergere problemi che non possono più chiudersi in un’identità isolata, ma devono esprimersi e risolversi nella connessione con le altre identità.
Le città stanno nei territori, così come i borghi, così come i paesaggi e le coste e le montagne e il Viaggio nello Stretto rivela le connessioni e l’insieme delle relazioni.


Citando Cyprian Broodbank, autore de “Il Mediterraneo” per Einaudi (2015), forse la narrazione più interessante e brillante riferita al tema, degli ultimi dieci anni, le caratteristiche del Mediterraneo sono assunte come dati di fatto. Ma il sistema Mediterraneo è composto da centri strettamente interconnessi tra di loro, il cui sorprendente sviluppo economico e culturale è diventato modello per il mondo intero. Dice Broodbank “Il Mediterraneo della preistoria, microcosmo dove tutto si è fermato, è il modello perfetto per aiutarci a indagare il mondo globalizzato nel quale viviamo.”
Per esempio, nel passato alcune originalissime civiltà come Cipro e Malta, giunte all’apice dello sviluppo, sono state poi riassorbite nel trend dominante, ed è questo “il lato oscuro della globalizzazione. Un messaggio allarmante per tutti noi”


E il Mediterraneo attuale è un mare di relazione?
“sicuramente. Se in passato ha vissuto sia momenti di confronto che di conflitto, il messaggio preponderante che ne emerge è di un luogo di incontro. Un luogo dove gli stereotipi sono costantemente messi in discussione e vanificati. Così Broodbank.
Noi crediamo fortemente che, a partire da questa seconda metà del 2020, le politiche nazionale ed europea debbano investire nel Mediterraneo del sud italiano. Non come atto compassionevole, ma come nuovo centro di energia per l’intero vecchio continente.

In viaggio sullo Stretto. Foto di Stefano Anzini.
Alfonso Femia, foto di Stefano Anzini
L’esplorazione dei Mediterranei Invisibili con il terzo Viaggio sullo Stretto riprende insieme a Marco Predari (500×100) e Giorgio Tartaro, giornalista che ha seguito le precedenti edizioni, cogliendo l’invisibilità, non solo dei Mediterranei, ma anche dei viaggi.

IL NEUROIMAGING DI GIORGIO TARTARO PER MEDITERRANEI INVISIBILI

Facciamo un gioco.
Un video gioco. 
Anzi, un gioco per immagini.
Per rendere visibile il Mediterraneo invisibile, anche nella sua formula plurale, possiamo immaginare il rimbalzo di una palla. Magari da basket. Immaginando il rumore in una palestra vuota.
Essendo un portatore, spero sano, di Mediterranei invisibili interni, da laghèe amante del mare, immagino questa palla rimbalzare dall’epica greca e latina alle recenti immagini di un Mediterraneo rovesciato di 90 gradi, irriconoscibile e affascinante autostrada del futuro.
Dai fasti fenici e romani alle Repubbliche Marinare, dalla frammentata storia del bio-diversissimo Stivale, alla tormentata Unità d’Italia, dai tempi del troppo governo a quelli del non governo…
Incredibile pensare che, a parte scempi e rivoluzioni agricole, artigiane, industriali, molte, moltissime cose, per fortuna, hanno resistito.
Per esempio, la voglia della scoperta che così come nel paesaggi marini per arrivare a quelli interni, prealpini e montani, manifesta agnizioni esemplari.
Tradizione, voglia del recupero, fatica, impegno, attaccamento, persone, identità.
Gli enciclopedisti lavorano su queste dinamiche e restituiscono splendori. 
Il fatto è che Mediterranei invisibili rimbalza molto in alto. Elegge Virgilio 4.0 e identifica chirurgicamente eroi del contemporaneo eterodossi, che lottano contro la comune opinione dell’ovvio, che ricercano, progettano, studiano, coinvolgono, relazionano… Insomma, come direbbero i miei figli, si sbattono un casino. 
No, non è solo figo e pittoresco, è etico e fulgido modo di esserci nel tempo quello di raccontare Mediterranei Invisibili. 
Quelli che alcuni sanno e nascondono, quelli che molti anelano e non trovano, quelli che a volte, per una botta di fortuna, ci tocca di incontrare.
E poi son drammi. Perché sono belle canzoni, refrain, sinestetiche dipendenze che non se ne esce.
Il viaggio è guardare con nuovi occhi… Nuovi suoni, profumi, energie, sensazioni, amici, aneddoti… Insomma. Uomini. Donne e uomini che, fuori dall’uniforme della formalità, gioiscono nel raccontare, raccogliere, donare.
Mediterranei Invisibili, per me, sono tutto ciò che esula dall’individuale, dall’egoismo, dall’idea di affermazione e posizione sociale.
Una volta Cassius Clay iniziò un discorso in pubblico. Pare che non sapesse bene che dire. 
Pare che a un certo punto disse: “Io, noi”.
Poi rettificò, pare, il “Me, We” pronunziato ad Harward nel 1965 in “Me, Whee”. Un evviva me, o meglio “Io? Evviva”! Forse suggerito dallo staff e dalle circostanze.
Preferisco personalmente la prima versione.
Che è poi il mio punto di vista sui Mediterranei Invisibili, visto dalla caleidoscopica postazione dei Mediterranei Interni, è forse, a pieno titolo e buon diritto, un “Io, noi”.
A-Mare Nostrum.

SI PUÒ RIPARTIRE DAL SUD DI MARCO PREDARI

“Mediterranei Invisibili fa parte del progetto complessivo di 500×100, nato cinque anni fa con l’obiettivo di indagare attraverso il dialogo percorsi di architettura costruita e pensata, e che si è progressivamente potenziato e sviluppato dalla prima esperienza milanese al Salone del Mobile di Milano, posizionandosi in altri territori nazionali, Venezia, Roma, Pisa e il Sud.

È un impegno importante per un’azienda come Universal Selecta, realtà importante, vincitrice quest’anno del Compasso d’Oro per la categoria “Arredi e complementi per l’ufficio”, che sostiene il processo di crescita delle aree del Sud attraverso l’incontro e l’allineamento tra politica e architettura, anche con la piattaforma 500×100.

Come azienda condividiamo iniziative ricche di contenuti, in Puglia, Sicilia, Campania e riteniamo che tutto il Sud possa trasformarsi da area di sviluppo a territorio di validazione di esperienze efficaci.”

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LA CALABRIA È IN PERENNE MOVIMENTO MA, TALVOLTA, LA SUA ROTTA È SBAGLIATA. ABBANDONIAMO I VECCHI MODELLI DI PROCESSO E AFFRONTIAMO IL NOSTRO “FUTURO ARCAICO” con Salvatore Greco

Salvatore Greco, architetto e consigliere dell’Ordine di Reggio Calabria, rovescia lo schema precostituito della Calabria povera. La sua presunta povertà sta soltanto negli occhi di chi non sa vedere.

Calabria è ricchezza.”
Salvatore Greco apre con questa affermazione, subito rimuovendo, con decisione, uno dei tanti stereotipi che circondano la Calabria, la “regione povera”. È una narrazione bellissima quella di Greco, non indulge al sentimentalismo, ma svolge un’analisi rigorosa che deriva dall’osservazione e dalla memoria dei luoghi. Una visione alternata, da vicino e a distanza, che restituisce la più onesta e appassionata fotografia del Sud.
Aggiungiamo, permutando Franco Basaglia in chiave di territorio, “Visto da vicino, nessuno è normale”

La Calabria è ricca di percezioni. La sua morfologia particolarissima è già di per sé ricchezza.
È una regione montuosa, fatta di montagne che si guardano dai mari (dallo Ionio e dal Tirreno) e lo spazio fisico tra le coste e l’Aspromonte è ricco di mille storie.
Ottocento chilometri di costa, la cultura e la cucina pastorale … altre narrazioni e ricchezza.
Altra ricchezza, il non finito calabrese, le armature dei pilastri che sbucano dai solai, volumi sgraziati che spuntano, promesse non mantenute di case e dietro ogni casa c’è una storia sociale ed è questa la ricchezza.
Ricchezza ancora, quella del tempo sospeso che sembra interrompersi e poi riprende.
Ricchezza triste, ma comunque ricchezza, quella delle terre abbandonate per necessità economiche, per i dissesti idrogeologici, i terremoti, le alluvioni.
Ricchezza, i paesi fantasma, in cui esiste solo il tempo passato, il presente e il futuro sono solo illusorie intenzioni. Il borgo dell’Amendolea e la sua fiumara, il Cretto di Burri a Gibellina Vecchia che racconta non quello che esisteva, ma la sua scomparsa, gli esiti del terremoto.
La ricchezza linguistica dell’area grecanica (non certo una minoranza, parola che stride e ne contraddice l’incanto e il fascino).
Di nuovo il tempo sospeso.
Tutto questo è ricchezza.

Fotografia di Stefano Anzini.


Poi si entra nel merito di come usare e investire questo valore straordinario.
Una prima riflessione è che alcune di queste situazioni si sono conservate proprio perché sono rimaste inaccessibili.
E se, sicuramente, l’invisibilità, l’inaccessibilità possono avere accezione negativa, io credo che sia da preferire una forma di protezione estrema a interventi sbagliati o soluzioni di recupero che rendono i borghi simili a una riserva indiana.
Questo significherebbe perdere ricchezza, non guadagnarne dare spazio a un consumo che svuota, un usa e getta dei luoghi
Il cambiamento, “il progresso” anche quello più aggressivo, è arrivato in Calabria filtrato dal carattere ambientale, dalla geografia, qualche volta ostile, e ha fatto meno danni che in altre regioni.
Dobbiamo favorire un turismo delicato, non oltraggioso e arrogante.
Il paesaggio trasformato in panorama da cartolina si allinea a una indifferenziata moltitudine di paesaggi-cartolina.
Il pericolo è che la ricchezza dei valori si trasformi solo in transitoria capacità d’acquisto. E poi si perda per sempre.

Si può conciliare l’autenticità del territorio calabrese in chiave europea? La provocazione che stiamo lanciando, con Mediterranei Invisibili, è quella di Far ripartire il Paese (e anche l’Europa) dal Sud del Mediterraneo.
Non si tratta di posizioni distinte, ma di obiettivi condivisi nel rispetto dell’identità.
In Calabria non c’è una contrapposizione forte tra campagna e città, la nostra ricchezza viene dal mondo rurale e può essere interpretata e potenziata in chiave europea. Noi siamo città, borghi e comunità, dobbiamo rilanciare la visione del mondo dentro e attraverso le comunità.
Per questo penso che sia necessaria un’attenzione chirurgica su come orientare il turismo.
E dobbiamo farlo noi calabresi.
Molte cose ci sono “cadute dall’alto”, ad esempio gli investimenti in un’industria siderurgica, nonostante fosse ormai in crisi (con Taranto come competitor già in affanno). Il porto di Gioia Tauro ha poi avuto la capacità di trasformarsi in un hub di transhipment, generando, però, poco indotto locale. Il porto, infatti è una Zes – zona economica speciale – questo significa che si produce e si trasforma e nel porto stesso avviene lo scambio. La mancanza di adeguate strutture su ferro, scali ferroviari, ostacola il processo di un potenziale indotto.

Fotografia di Stefano Anzini.


Noi dobbiamo semplicemente tornare a essere quello che siamo stati, senza anacronistiche prese di posizione, in un’ottica di cambiamento reale.
La Calabria è in movimento perenne, ma spesso la rotta che intraprende è sbagliata.
Parliamo tanto di conservazione, dell’architettura, del paesaggio, dei luoghi. Ma luoghi e paesaggio vivono della loro trasformazione. Banalizzare i concetti a mettere etichette, prima quella della sostenibilità, ora quella della resilienza, fingere di non capire cosa significhi una mutazione reale, sovrapponendo modelli inadeguati alle comunità, ecco questo è prendere una direzione sbagliata.


In Calabria ci sono due albe e due tramonti, il sole sorge sullo Ionio e sul Tirreno, l’acqua è fatta dai due mari e dalle fiumare. È la geografia che fa la storia.
È da qui si parte. La politica, che è una componente fondamentale per avviare i processi d’architettura, deve disancorarsi dai modelli che non funzionano e accogliere la capacità di rigenerazione che possiedono i territori.
Nik Spatari, artista internazionale, morto di recente, fondatore del Musaba, Parco d’arte di Mammola, parlava del “futuro arcaico” della Calabria, un’affermazione poco visionaria e molto legata alla realtà.
auguro una maggiore fortuna a questa mia, e nostra, Calabria ultramediterranea”.
Insieme a Nik Spatari.


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UN GIGANTE CHE GUARDA VERSO IL MARE E LA PIANA ALLE SUE SPALLE: GIOIA TAURO, UN LUOGO UNICO TAGLIATO IN DUE, RAPPRESENTAZIONE E DESTINO DI UN SUD FATTO DI ILLOGICHE SEPARATEZZE. CHE L’ARCHITETTURA PUÒ CAMBIARE con Giovanni Multari

Giovanni Multari, architetto, docente alla Federico II di Napoli, pensa che la rigenerazione sia un programma da attuare a piccoli passi, ricorrendo a soluzioni alternative: non si fa il Ponte? riqualifichiamo – subito – Villa San Giovanni. Non funziona l’industria? puntiamo tutto sull’agri “cultura”.

Mediterranei Invisibili è dialogo, confronto, indagine. È viaggio e rivelazione dell’invisibile di Sicilia e Calabria. È tutto questo, ma è soprattutto un modo per riconoscere e riaffermare l’identità forte di luoghi timidi, che cercano una sincronia sostenibile con il tempo corrente.
Il Mediterraneo è un tema vasto che appartiene a molte culture, segnato da differenti geografie, accomunato da aspetti “invisibili”, contraddizioni e armonie.
Il Mediterraneo dello Stretto è un luogo celato e schivo, nonostante sia ancora un grande crocevia e un polo transnazionale.
Nel cuore di questo Mediterraneo, del Sud, Rosarno, la piana e il porto di Gioia Tauro sono un’incredibile aggregazione di magistrali eufonie visive e olfattive e, insieme, di disarmonie stridenti e di affanni urbani.
Gioia Tauro è un centro geometrico, ma anche un generatore di significati economici e politici. Luogo di mancate strategie e di occasioni perdute.
Il porto di Gioia Tauro è un gigante rivolto solo verso il mare, volta le spalle alla terra, perché genera poco indotto, è autosufficiente nella funzione e nell’organizzazione ed è più incline a guardare verso il canale di Suez o verso Gibilterra che verso la sua piana.
Allargando lo sguardo intorno, subito emergono le ricchezze di luoghi straordinari, quelli che sempre hanno alimentato la Calabria. Un mondo prevalentemente agricolo, che il contesto ambientale calabrese rende fertile per una evoluzione che si può contaminare positivamente con l’architettura.


In Calabria e in tutto il Sud l’architettura assume il senso di cura del territorio e delle comunità, diventa agri-cultura
Dobbiamo spendere le tradizioni che abbiamo, valorizzarle e farle conoscere: le ultime vicende pandemiche hanno confermato la capacità calabrese di essere un incredibile bacino di energie ed evidenziato che la regione può essere autosufficiente.
La difficoltà infrastrutturale ancora esiste, ma stiamo lavorando, a piccoli passi: per esempio le nostre montagne non sono più inaccessibili, il CAI (Club Alpino Italiano) ha tracciato la maggior parte dei sentieri e aperto la via di un turismo appassionato, rispettoso dei luoghi.
E in queste nostre montagne sono incastonati luoghi solo parzialmente antropizzati che rivelano un patrimonio autentico di cultura e tradizioni. È una realtà monumentale unica, quella della catena silana, che fa il contrappunto con la costa, elemento di soglia del Mediterraneo, dove la progettualità si orienta ai temi necessari dell’ecologia e dell’ambiente.
In quest’estate strana, prima fase di convivenza con il coronavirus, la Calabria ha avuto un momento di grande riscatto, vissuta in ogni sua parte, visitata da turisti di tutta l’Italia e frequentata anche da qualche presenza europea.
Un segnale di attenzione, di apprezzamento, un primo passo per prendere – di diritto – posto in una geografia europea, anche attraverso il turismo.

Fotografia di Stefano Anzini.


Si parte dal turismo per arrivare dove?
I processi di rigenerazione urbana non sono fatti solo di grandi trasformazioni. Alle opere imponenti (complesse e difficili da mettere a punto) si affianca un lavoro piccolo e costante che penetri anche nelle propaggini territoriali meno visibili e che apra canali di comunicazione culturale e fisica sconosciuti.
Abbiamo un lavoro infrastrutturale già fatto, che funziona e che va messo a sistema con quello che ancora manca.
La dorsale ionica soffre di più, ma quella tirrenica è molto dinamica e anche da queste differenti velocità dei luoghi emerge una bellezza inconsueta, la consapevolezza di una diacronia che genera evoluzioni positive dalla contraddizione: Paola, Crotone, Lamezia, Catanzaro, Reggio …
Esistono delle condizioni territoriali che si possono migliorare senza che siano necessarie grandi trasformazioni, rigenerando dal basso e coinvolgendo le comunità e i cittadini.

Footografia di Stefano Anzini.


Facciamo un passo indietro, come convivono le diverse anime del medesimo territorio?
A volte sono separate, a volte si intersecano.
Il porto di Gioia Tauro andrebbe meglio connesso con la piana.
E se la miglior industria della Calabria è l’agricoltura, il sistema agricolo deve essere messo in evidenza e valorizzato a partire dalle coltivazioni fino alla silvicultura, considerando che creano un indotto economico importante, con un export attivo in tutto l’Europa.
Ma soprattutto, proprio per conciliare le diverse anime, non fermiamoci mai e procediamo a piccoli passi: non si fa il Ponte sullo Stretto? riqualifichiamo Villa San Giovanni, attrezziamolo come luogo di transito, immaginiamo una grande darsena e replichiamo il medesimo programma a Messina, per dare efficienza ai due approdi.
Prima di pensare a nuovi progetti, facciamo una ricognizione sull’esistente, sui luoghi abbandonati e sui cantieri non finiti.
Creiamo un tavolo di persone che vivono le comunità, non ci servono le soluzioni prefabbricate e somministrate dall’alto.
Coinvolgiamo una rete di imprese sul territorio, affrancandoci da un sistema governato da una politica di favori che ha rovinato l’Italia tutta e in particolare il Sud.