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LO STRETTO DI MESSINA NON È SOLO UN LUOGO FISICO, FATTO DI PAESAGGI E ARCHITETTURE. SECONDO PATRIZIA GIANCOTTI, È L’IMMATERIALE LA SUA “DIMENSIONE REALE”

di Roberta De Ciechi e Alfonso Femia - 11/01/2022

La lettura antropologica dello Stretto di Messina ne rivela il patrimonio immateriale. Finis terrae d’Europa, paesaggio interiore, accidente geografico: così l’antropologa e giornalista Patrizia Giancotti traccia l’inafferabile profilo di un luogo topico, denso di significati, del quale tutelare non solo la bellezza del paesaggio, ma anche i suoi “beni volatili” sul punto di scomparire

Patrizia Giancotti racconta che l’antropologia è, per lei, una passione nata lontano nel tempo, quando, adolescente, ascoltava i racconti e i canti di una anziana zia calabrese seduta accanto al focolare e ne teneva traccia e memoria in forma scritta.
Antropologia – spiega – è anche il racconto dell’immateriale e dell’invisibile, un’àncora testuale per beni culturali che stanno svanendo, che a volte vengono catturati sul punto di scomparsa.
Non è semplice narrazione: è ricerca e messa a sistema dei risultati con rigore scientifico.

Il tuo sguardo sullo Stretto di Messina è particolare. In molti riconoscono l’esistenza di un patrimonio immateriale importante, ma in realtà sfiorano il tema, preferendo la concretezza dei temi storici e culturali. Cos’è l’immaterialità dello Stretto?

Credo che per comprendere lo Stretto un approccio antropologico focalizzato sulla cultura immateriale sia davvero necessario. Parliamo di un luogo remoto per definizione, che affaccia su un mare attraversato da un cambio di continente.

È il finis terrae dell’Europa.

Ma è davvero la fine?
Nulla finisce con lo Stretto.

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Cesare Pavese, in esilio a Brancaleone, chiamava il binario unico che ancora collega Taranto a Reggio Calabria, “la Ferrata”. Fotografia di Patrizia Giancotti.

Se si arriva con una certa disposizione, magari al tramonto dopo un viaggio che ha percorso l’Italia intera, si ha piuttosto la sensazione di avvistare un altrove deflagrante, magnifico, un orizzonte mitico, compresi vulcani fumanti ricoperti di neve, sospeso e in trasformazione su questo braccio di mare. Se con lo Stretto qualcosa finisce, potremmo dire insieme a Fitzcarraldo che guarda dall’alto la foresta amazzonica, “qui finisce la realtà e iniziano le visioni”.

Etna da Bova Marina. Fotografia di Patrizia Giancotti.

Per la sua natura di separare e unire, lo Stretto è la rappresentazione di un rito di passaggio. Tra una costa e l’altra, tra uno stato continentale e il resto, tra una visione della realtà e il suo opposto, dove si è alternativamente platea e spettatori.
Tutto ciò da secoli alimenta il mito e accende la nostra immaginazione, ma in molti casi la realtà la supera.

Le storie e le pratiche legate al fenomeno della Fata Morgana, ai pesci oceanici, alle tagliatrici di trombe marine, alla Lupa, alla pesca del pesce spada, ai Fuochi di San Giovanni, alle tradizioni apotropaiche delle donne di Bagnara, sono anche tesori antropologici, arsenali simbolici in uso, con le loro gestualità di rito, rappresentazioni dell’immateriale ancorate al territorio, tesori, prolungamenti immateriali, “visioni” dello Stretto. Elementi che hanno anche la funzione di ricucire insieme di mantenere i legami tra isola e penisola.


La Lupa, ad esempio, è la nebbia che si condensa tipicamente sullo Stretto e si staglia nel cielo in sagoma allungata, o di animale, provocando drastiche riduzioni della visibilità. Da questo fenomeno molto pericoloso per la navigazione, dovuto alle particolari condizioni atmosferiche e geografiche dello Stretto, scaturiscono racconti e leggende, tradizioni e attitudini in uso su entrambe le sponde.

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La “Lupa” sul litorale ionico cambia la forma, ma mantiene l’allungamento dello Stretto. Fotografia di Patrizia Giancotti.

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Anche i Fuochi di San Giovanni hanno sempre fornito elementi di comunicazione tra le due rive che condividono una ritualità arcaica, l’accensione contemporanea dei falò, analoghe pratiche divinatorie, filastrocche, gestualità beneauguranti e confermano un legame profondo e complesso tra Sicilia e Calabria. Anche conflittuale.

Non bisogna dimenticare che nello Stretto confluiscono il litorale orientale e quello occidentale dell’Italia, qui si scontrano due mari, Ionio e Tirreno, con temperature, fauna ittica, movimenti e profondità diverse. Flussi e correnti percorrono migliaia di chilometri lungo le coste di tutta la penisola per fronteggiarsi proprio qui, per esplodere in mulinelli e gorghi, per di più corroborati da forze telluriche.

Tutto questo ha alimentato, da sempre, i nostri miti dello Stretto conferendo al luogo un’aura di mistero, ma anche una particolare potenza, un magnetismo, una energia particolare che, per certi versi, rende “perturbanti” le città che qui si affacciano e “particolare” il carattere degli abitanti di queste rive.

La ritualità arcaica condivisa tra le due rive racconta molto del legame profondo e complesso, anche conflittuale, tra Sicilia e Calabria.


Sono questi forti contrasti di rocce e abissi, di vento e di mare che creano paesaggi estremi, dai mille metri di profondità ai duemila di altitudine di una montagna che si è solleva dal mare e ne conserva la memoria, con conchiglie fossili sui sentieri e lo scheletro di una balena ritrovato a 800 metri di quota.

Così come le impressionanti fiumare pietrose, con le loro sentinelle, le vetuste vestigia del passato, risucchiate dall’abbandono fino a diventare accidenti geografici e le alture rocciose dalle quali tuffare lo sguardo oltremare.

Oltre degrado e cemento, anche.

Lo Stretto possiede una dimensione di confine-sconfinato, che sollecita una maieutica visionaria e misteriosa.

Tutto questo finisce per corrispondere a un paesaggio interiore. Che si porta dentro, appunto, dal quale è comunque difficile stare lontani.

Il patrimonio immateriale dello Stretto sembra difficile non solo da svelare, ma anche da raccontare. Sulle persone che abitano questi paesaggi e che, in certo senso, ne sono espressione, ha realizzato un libro: Filoxenìa …

L’invisibilità dello Stretto attiene anche al suo patrimonio immateriale, detto anche volatile, impalpabile, appunto per la sua fragilità, per la sua scomparsa incipiente. Un patrimonio inestimabile che chiede di essere messo in sicurezza, con urgenza antropologica, di essere conosciuto e valorizzato e che l’antropologo e chiamato a “catturare”, anche con specifiche strumentazioni, “macchine da presa”, registratori, apparecchi fotografici.

In Filoxenìa, ho esplorato i paesaggi dell’entroterra greco-aspromontano che si affacciano allo Stretto, alla ricerca dell’antico senso di accoglienza, di quella cura per lo straniero di omerica memoria: filoxenìa, l’amore per chi viene da fuori, è il contrario della più nota xenofobia. Per farlo ho ribaltato il consueto punto di vista e ho seguito le frecce che indicano i paesi dell’interno, la verticalità, la polpa antica della Calabria Greca. 
Al centro del racconto fotografico, a metà tra il reportage di viaggio e la ricerca etnografica, ho messo le persone incontrate, pastori che accordano le campane delle loro capre, cultori del greco di Calabria, mastri di ballo, impastatrici di zippuli, bizantinisti, suonatori, anziane sapienti e bambine fiere di essere calabresi, fino a farli diventare punti luminosi di quella geografia intima, affacciata allo Stretto.

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Come si può mettere insieme il tempo lento dell’invisibilità e dell’immaterialità con quello veloce del vivere contemporaneo?

Come mi capitò di riflettere nel corso della mia lunga ricerca antropologica tra i popoli dell’Amazzonia, ci sono certi luoghi nei quali sembra più realistico, utile e fecondo poter conciliare l’arcaico con l’iper-moderno, per trarre benefici da entrambi. Non nell’ottica del “come era bello una volta”: il nostro passato agro-pastorale, ad esempio, è anche pieno di ingiustizie e soprusi.

Sta a noi scegliere ciò che nella cultura tradizionale può essere utile e stimolante per migliorare la nostra vita, con la nuova consapevolezza dell’oggi, e cosa è meglio sotterrare per sempre.

La tutela di un’esperienza così particolare può trovare approdo nei musei?

Per cessare di essere un deposito per polverosi oggetti in fin di vita, condannati alla perdita della loro funzione sociale, il museo deve saper raccontare la comunità. Anzi deve farsi strumento di aggregazione della comunità che se ne sente rappresentata, un dispositivo al servizio della memoria viva, parlante, attuante, dove l’oggetto, se c’è, possa farsi portavoce.

Il museo deve saper comunicare, coinvolgere, emozionare, facendo appassionare le nuove generazioni fino a includerle concretamente in questa narrazione. E deve saper utilizzare nuove tecnologie, ma solo se, docilmente, si mettono a disposizione di questo intento.

Certi valori, il rapporto con la natura, la stagionalità, la conoscenza del territorio e delle piante, e, soprattutto, il senso di comunità, sono tutti elementi preziosi per migliorare il nostro vivere contemporaneo, per fortificare consapevolezza e senso di umanità, per dare valore al vivere comune, al sentirsi parte attiva, vivente, e anche trasformante di ciò che abbiamo intorno.

Sullo Stretto immagino un museo narrante, un intreccio di volti e di voci, immagini e oggetti parlanti, Sirene, Fate Morgane, tagliatrici di trombe marine, racconti di pesca e di traversate, di esperte rituali, canzoni, testimonianze vive, comunità operanti, una task force antropologica di studenti vocata alla ricerca e al recupero di ciò che stiamo perdendo, un’esperienza fluida, in progress, immersiva, aperta, un dispositivo di raccolta per chi vuole rendersi partecipe, allo scopo di dare valore a tutto questo ma anche di catturare, irretire, conquistare il visitatore alla “visione” dell’invisibile.

Fotografia di Patrizia Giancotti.

In apertura: : l’ombra di Patrizia Giancotti sulla Fiumara di Amendolea, dal libro Filoxenìa. Fotografia dell’autrice.

Patrizia Giancotti, torinese di origini calabresi, antropologa, fotografa, scrittrice, insegna antropologia all’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria. È autrice e conduttrice di Rai Radio 3, ha pubblicato più di cento reportage per le maggiori riviste e realizzato oltre cinquanta mostre fotografiche in Italia, Francia, Germania, Portogallo, Africa e Brasile. Ha svolto le sue ricerche di antropologia visiva in Italia e all’estero, particolarmente in Brasile dove ho vissuto oltre dieci anni, ottenendo l’alta onorificenza del Cruzeiro do Sul per meriti culturali. Ha effettuato rilevamenti di antropologia visiva nel Sud Italia confluiti in lavori foto-cinematografici-musicali. Per il GAL dell’area grecanica della Calabria, ha svolto la ricerca di antropologia visiva, confluita nel libro “Filoxenìa – L’accoglienza tra i Greci di Calabria” (Rubbettino Editore), Premio Ali sul Mediterraneo 2017, e nel ciclo di racconti radiofonici per Radio3 “Volti e voci della Calabria Greca”. Tra le sue conferenze/spettacolo itineranti, “Filoxenìa e altre storie di Calabria” e “Dal Mediterraneo al Brasile sulla rotta delle Sirene”, presentata, tra l’altro, all’Arena dello Stretto. Da quattro anni vive in un piccolo paese della Calabria.